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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Storie di termini: i 20 anni di Open Source

Immagine con badge e la scritta HELLO my name is OPEN SOURCE

Anche chi non opera in ambito informatico sa che la locuzione open source fa riferimento principalmente a software il cui codice sorgente è “aperto”: chiunque può analizzarlo, modificarlo e migliorarlo liberamente. 

In questi giorni si festeggiano i 20 anni della locuzione, ideata da Christine Peterson che ne ha raccontato la storia in How I coined the term ‘open source’. Ho apprezzato il dietro le quinte e in particolare la rilevanza data ad alcuni fattori che possono condizionare la scelta e l’adozione di nuovi termini.

Da free a open source

All’inizio del 1998 non esisteva ancora il termine open source software ma prevaleva invece free software. Peterson allora era a capo di un think tank che per la sicurezza informatica riteneva molto promettente il free software e per questo incontrava regolarmente i suoi rappresentanti più preminenti.

Durante le riunioni era emersa la necessità di un nuovo nome. Free software rischiava infatti di offuscare le potenzialità del nuovo modello di software perché risultava ambiguo al di fuori della comunità dei programmatori: free veniva spesso interpretato come gratuito anziché libero.

  «We mean free as in freedom, not free as in beer»

Serviva quindi un termine alternativo più trasparente che aiutasse a diffondere e adottare il nuovo modello anche in altri ambiti. Per farlo Peterson aveva identificato le caratteristiche distintive del concetto free software e per il nuovo nome aveva deciso di spostare l’attenzione sul codice sorgente (source code) e usare un aggettivo più diretto (open), associazione fino ad allora usata in ambito spionistico ma non per il software.

Poche mosse vincenti per un grande cambiamento

Peterson però non scriveva codice ma era un’esperta di nanotecnologie e quindi era sconosciuta alla maggior parte dei programmatori, che probabilmente non condividevano la necessità di un nuovo termine e difficilmente avrebbero accettato il cambiamento da una persona esterna (oltretutto donna!).

La strategia di Peterson: non presentare direttamente lei né cercare di imporre il nuovo termine open source alla riunione successiva, ma ricorrere invece a una persona autorevole della comunità di programmatori. L’esperto di Linux Todd Anderson aveva apprezzato la scelta terminologica e aveva concordato di introdurre open source nei propri contributi – senza spiegazioni – come se fosse un termine già in uso.

Quando infine era stata affrontata la discussione sulla terminologia, grazie agli interventi di Anderson il termine open source risultava già familiare anche agli altri partecipanti. A quel punto Anderson aveva potuto motivarlo esplicitamente e dargli rilevanza rispetto ad altre proposte quali freely distributable, cooperatively developed, source code available e sourceware.

open source initiative logoInoltre, era risultato fondamentale il sostegno dell’influencer Eric Raymond che aveva subito promosso attivamente open source, aveva contribuito a farlo adottare nel rilascio ufficiale del codice di Netscape Navigator e quindi aveva fatto nascere Opensource.org

Queste circostanze hanno consentito alla locuzione Open Source software di imporsi rapidamente. Peterson è convinta che il nuovo nome abbia aiutato la diffusione di questo modello di software anche in ambiti aziendali e commerciali e di conseguenza l’abbia poi fatto conoscere anche a un pubblico più vasto

Lezioni per il lavoro terminologico

Questa storia ci insegna che per il successo di un termine non sempre è sufficiente che sia corretto, adeguato e ben motivato, ma intervengono anche fattori non linguistici.

Le mosse vincenti (e istruttive!) di Peterson:
conoscenza del pubblico di riferimento (programmatori con forte senso di appartenenza a una comunità, poco portati a cambiamenti dall’esterno) e delle modalità di interazione più efficaci (in questo caso indirette); 
 
comprensione dei meccanismi di diffusione di concetti e termini e quindi priorità al ruolo degli influencer.

Contesti diversi richiedono strategie diverse e identificarle correttamente fa parte delle competenze del terminologo. Altri esempi in Terminologo e divulgatore.


La pronuncia italiana di Open Source

Nell’inglese britannico source è omofono di sauce, la salsa: entrambi si pronunciano /sɔːs/. Non ho mai capito perché in Italia molti dicano “open surs” e non usino invece una pronuncia adattata che risulti più simile a quella originale, “open sors”.


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11 commenti a “Storie di termini: i 20 anni di Open Source

  1. 5 febbraio 2018 08:48

    Gianmaria:

    Grazie Licia per la storia ed il tuo commento!
    g.

  2. 5 febbraio 2018 15:28

    Asandus:

    Probabilmente la nostra pronuncia è stata presa dal termine francese (scritto uguale, solo pronunciato diverso). Insomma, abbiamo fatto un minestrone di lingue…

  3. 6 febbraio 2018 02:13

    Emy:

    Un post molto interessante, grazie.
    “Non ho mai capito perché in Italia molti dicano “open surs””: per lo stesso motivo per cui molti italiani pronunciano *Duglas il cognome di Michel Douglas e giurnalist per journalist: ovvero, per la tendenza a leggere il gruppo -ou- come se fosse u, alla francese.

  4. 6 febbraio 2018 02:21

    Emy:

    Scrivi “[…] e per questo incontrava regolarmente i suoi rappresentanti più prominenti”. “Prominente” significa “sporgente” in senso letterale (un naso prominente); col significato figurato di “importante, insigne” è letterario e arcaico. Il termine moderno è “preminente”. Hai scelto apposta un termine desueto o ti sei fatta influenzare dall’inglese prominent? 😉

    http://www.treccani.it/vocabolario/prominente/

    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/prominente.shtml

  5. 6 febbraio 2018 02:23

    Emy:

    Nel mio primo commento manca una “a” a Michael Douglas, e ce la metto ora, et voilà. 🙂

  6. 6 febbraio 2018 07:07

    Licia:

    @Asandus, @Emy, la spiegazione del francese non mi convince del tutto perché in ambito informatico 20 anni fa i termini si diffondevano soprattutto in forma scritta e le interferenze del francese nella fascia di età di chi allora operava in ambito Linux e simili erano credo quasi nulle. La parola source ha la stessa sequenza di vocali di course, parola dell’inglese di base che credo conoscano anche i principianti, quindi mi pare ancora più strano che si sia imposta la pronuncia “surs”.

    @Emy, grazie, ho corretto il refuso.

  7. 6 febbraio 2018 18:10

    Emy:

    @Licia: non ho detto che vi sia una precisa e diretta influenza del francese su chi pronuncia source “surs” (e course, journalist, Douglas e tantissimi altri termini col gruppo -ou-): ho scritto solo “alla francese”. 🙂 Probabilmente gli occhi italiani tendono a vedere in quel gruppo -ou- una u italiana e basta. Del resto sia il suono ɔː di source sia lo ɝː /ˈdʒɝː.nə.lɪst/ sia la ʌ ˈdʌgləs sono piuttosto lontani dalla fonetica italiana. E la grafia inganna. 😉 Probabilmente è solo una questione di accomodamento a un suono italiano, ma di fatto è purtroppo una tendenza che, da bilingue, noto spessissimo in Italia.

  8. 6 febbraio 2018 18:12

    Emy:

    Grazie per aver corretto “prominenti”. Mi pareva strano che avessi inserito un termine arcaico e letterario in questo contesto. 🙂

  9. 7 febbraio 2018 00:36

    mario:

    La pronuncia ‘open sors’ è praticamente quella americana. Ci sono molte parole inglesi in cui ‘ou’ si legge come una u, anche per via francese, ma non solo, come boulevard. Credo dipenda anche dalle consonanti associate nelle varie parole e dalla sillabazione.

  10. 12 febbraio 2018 16:30

    John Dunn:

    Nel mio inglese sauce e source non sono omofoni: sauce è /sɔ:s/, ma source è /so:əs/.

  11. 15 febbraio 2018 19:34

    Licia:

    @John ho usato la pronuncia standard “da dizionario”, in effetti per l’inglese le variazioni sono molto più ampie che per lingue come l’italiano.

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