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Inglese farlocco: delusion room a Miss Italia

Miss Italia, ‘delusion room’ per le 40 finaliste di Jesolo

Da una segnalazione su Twitter ho scoperto che il concorso per l’elezione di Miss Italia prevedeva una delusion room, così descritta dal conduttore del programma nel 2016:

Francesco Facchinetti sulle novità dell’edizione 2016:  “Da casa, quando guardavo Miss Italia da spettatore, mi sono sempre chiesto dove andassero le ragazze escluse, così abbiamo pensato alla Delusion Room, la stanza della delusione, dove vedremo le reazioni a caldo delle eliminate”.

Delusion room è un tipico esempio di “inglese farlocco”: un nome ideato da italiani per italiani con conoscenze rudimentali dell’inglese ma che per un anglofono non è idiomatico, non è formato correttamente o ha tutt’altro significato.

Falsi amici delusion ≠ delusione

Nel lessico comune inglese delusion indica una convinzione errata, un’illusione basata su una rappresentazione distorta della realtà da parte della mente, condizionata ad esempio da aspettative e desideri. È diversa da illusion, che invece è un’illusione basata su una percezione alterata da parte dei sensi.

Esempi d’uso: belief in astrology is a delusionhe is unable to differentiate between delusion and fact • wisdom usually follows illusion, delusion, and disillusion.

In ambito medico delusion è un disturbo mentale, il delirio. Esempio: Pseudoephedrine can produce euphoria and delusions.

La locuzione delusion of grandeur (delirio di grandezza) della terminologia psichiatrica è usata anche nel lessico comune inglese, mentre in quello italiano si è affermata l’espressione più generica mania di grandezza.

Delusione in inglese

In inglese delusione si dice disappointment, una parola che dovrebbe essere nota a chi mastica un po’ di inglese. Eppure pare che nessuno dei media che ha citato la Delusion Room di Miss Italia abbia notato i falsi amici. How disappointing!
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Vedi anche: Potenziali falsi amici: dementia e demenza
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5 commenti a “Inglese farlocco: delusion room a Miss Italia”

  1. 10 settembre 2017 19:49

    Luca Sommacal:

    “un’illusione basata su una rappresentazione distorta della realtà da parte della mente, condizionata ad esempio da aspettative e desideri”

    Ma sai che forse Delusion Room per un concorso di bellezza non è una scelta così azzardata? Basta usarla per ospitare le ragazze *prima* della manifestazione.

  2. 11 settembre 2017 10:12

    Evit del blog Doppiaggi Italioti:

    Si ILLUDONO di sapere l’inglese. La delusion room è per loro.

  3. 11 settembre 2017 15:56

    Asandus:

    Questi sì che sono deludenti! 😀
    In effetti, la delusione italiana è quella che arriva appena dopo la “delusion” inglese, quando i castelli in aria che ci si è costruiti crollano di botto.

  4. 11 settembre 2017 17:13

    zop:

    Il fenomeno degli anglicismi fai da te, pseudoanglicismi, accorciamenti all’italiana, cambiamenti di significati rispetto all’inglese (che qui trovo sempre ottimamente documentati e scovati con grande puntiglio) è a mio avviso molto interessante anche per comprendere come certe categorie ingenue come quella di “prestito” siano sempre meno in grando di rendere conto del fenomeno “dell’itanglese”. “Delusion” mi pare di ricordare fosse usato in modo ironico dalla cabarettista Alessandra Faiella che impersonava una cubista e ripeteva il tormentone della musica “ambient” in una trasmissione della Dandini, e forse è stato assimilato da molti senza ironia… Da quello che sono riuscito a ricostruire, “room” non è registrato come voce autonoma né dallo Zingarelli né dal Devoto-Oli 2017, ma ciò non significa che non sia disponibile nella nostra lingua e che non sia riconosciuto da tutti come “stanza”, perché è presente in tantissimi composti con questo significato. Tutto ha avuto inizio con l’espressione “tea room”, entrata nei primi del Novecento, ma poi, dagli anni Quaranta, affiancata e poi quasi rimpiazzata da sala da tè. “Dining-room” è arrivata intorno agli anni Sessanta, ma non ce l’ha mai fatta a scalzare la preesistente e consolidata “sala da pranzo”, e anche “living room”, il soggiorno, è rimasto un modo di dire elitario. L’espressione “room service” degli alberghi non ha mai soppiantato “serivizio in camera”. Ma negli anni Ottanta è comparsa la “press room”, la sala stampa, e poi gli “showroom”, che invece hanno preso piede; dal 1995 è decollata la “chat room”, anche se oggi si parla solo di chat. Tra i neologismi spuntano altre espressioni che si propongono non si sa con quale esito: “control room”, la centrale di controllo degli aeroporti (usata anche in senso lato), la “green room”, sala di attesa per le pause degli artisti nei teatri, la “situation room”, sala riunioni di carattere politico e militare, la “shooting room”, struttura dove è possibile il consumo di stupefacenti in modo vigilato, la “dark room” dove in alcuni locali privati si possono consumare rapporti sessuali nella semioscurità, e tra gli anglicismi del nuovo politichese si trova la class-room… In questo scenario non mi meraviglio davanti alle neoconiazioni all’italiana come questa che è stata acutamente segnalata. Quello che forse sarebbe interessante indagare e che non mi pare sia stato evidenziato spesso negli studi, è che esiste ormai una rete di anglicismi (veri o presunti) che diventano elementi formanti, e si ricombinano con altre parole inglesi o italiane formando una fitta interconessione lessicale che si espande sempre più nel nostro lessico, talvolta importata dall’inglese, ma spesso reinventata (“bar woman” sul modello di “barman”, invece di “barmaid”…). Un fenomeno non solo italiano, “record man” è assente in Inghilterra ma diffuso in anche in Francia e Spagna oltre che da noi, come molti pseudoanglicismi internazionali: autostop, footing, smoking…

  5. 11 settembre 2017 20:51

    Licia:

    @Luca, @Evit, @Asandus 😀

    @zop grazie per tutti gli esempi! In questo caso la spiegazione potrebbe anche essere più semplice: la parola room fa parte del lessico di alta disponibilità dell’inglese e credo sia nota anche a chi con il proprio inglese non va oltre a the pen is on the table. 😉

    Le neoformazioni che mi piace descrivere come inglese farlocco hanno in comune proprio questo carattere rudimentale: sono quasi sempre formate con parole del lessico di base oppure trasparenti perché simili (o apparentemente tali) in italiano, come delusion room.

    Mi è tornato in mente un commento alla pubblicità Winter is (s)now, descritta in Gioco di parole itanglese: chi ha conoscenze solo scolastiche di inglese riesce comunque a capire il messaggio e quindi immagino si senta gratificato e ben disposto verso i prodotti che gli vengono proposti. Un altro esempio sono gli pseudoanglicismi meteo come Big Snow e hot storm, che entrano subito in circolazione perché non hanno bisogno di spiegazioni ma nel contempo sono una novità che attira l’attenzione.   

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