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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

I fonemi dell’italiano sono comuni?

Ho apprezzato The Commonest Speech Sounds: Prevalence Rates for Phonemes of the World, un’analisi dei fonemi di 1672 lingue che sono stati rappresentati graficamente in base alla loro prevalenza globale da Suzy J Styles.

Vocali italiane

Da questo dettaglio si ricava che le sette vocali italiane (/a/, /e/, /ɛ/, /i/, /o/, /ɔ/, /u/ nell’alfabeto fonetico internazionale) sono anche le sette vocali più ricorrenti nelle lingue del mondo:

prevalenza vocali

Le vocali /a/ e /i/ si riscontrano in circa il 90% delle lingue,
/u/ nell’80%
/e/ e /o/ nel 60% (corrispondono alle congiunzioni e, o)
/ɛ/ e /ɔ/ all’incirca nel 40% (corrispondono ai verbi è, ho).

Nel sistema fonetico italiano le vocali semiaperte /ɛ/ e /ɔ/  appaiono solo in sillabe toniche, cioè su cui cade l’accento, mentre per le altre vocali non ci sono restrizioni.

Vocali inglesi

Le vocali dell’inglese sono più numerose e non altrettanto comuni: alcune sono usate da meno del 10% delle lingue. Si può ricavarlo confrontando questo schema di vocali e dittonghi con i dati dell’immagine in alto:

English vowel chart
fonte: All Things Linguistic

Le differenze tra sistemi fonetici condizionano le capacità di riconoscere e produrre i suoni di altre lingue: per noi italiani, abituati a poche vocali, distinguere quelle di boot e book non è facile!

Consonanti italiane 

L’italiano ha due semivocali, /j/ e /w/, e 21 fonemi consonantici. Sono descritti in Alfabeto fonetico (Enciclopedia dell’Italiano Treccani) e rappresentati in questa tabella per modo e luogo di articolazione:

consonanti italiane - Treccani 

Da The Commonest Speech Sounds ho ottenuto invece le percentuali in cui sono presenti anche in altre lingue del mondo:

consonanti

Le occlusive sorde (p, t, k) e le nasali (m, n) risultano facili da realizzare e da percepire e per questo sono tra le più diffuse globalmente: in molte lingue si trovano nelle parole più comuni e spesso anche nelle prime parole imparate dai bambini piccoli (mamma, pappa, nonna…).

Le consonanti italiane meno frequenti sono anche quelle più difficili da pronunciare per molti stranieri: basti pensare agli inglesi alle prese con /ʣanˈʣara/ e /ˈaʎʎo/!

Fonemi “globali”

Ritengo che l’infografica possa essere utile anche come riferimento veloce nella scelta di nomi di prodotti da usare sul mercato globale, ad esempio per escludere parole con suoni poco comuni che risulterebbero difficili da distinguere e da pronunciare correttamente. In Samsung Galaxy S, R, W, M o Y? e in Expo 2015: Foody & friends trovate qualche esempio e ulteriori considerazioni.

The Commonest Speech Sounds by Suzie Styles

Nella sezione Inventories del progetto si possono trovare informazioni specifiche per ciascuna lingua. Usando le opzioni di ricerca, ad esempio, ho scoperto che !Xoo, una lingua africana, ha ben 28 vocali, 130 consonanti e 3 toni!

Vedi anche

In Chitroli e carchope: l’ortografia imperfetta trovate esempi di errori di scrittura di stranieri che in parte potrebbero essere condizionati da sistemi fonetici diversi. Nei commenti ulteriori osservazioni e lo schema delle vocali italiane.

Un’altra risorsa che confronta caratteristiche e proprietà di lingue diverse e le rappresenta in mappe è WALS, che ho descritto in Atlante delle strutture linguistiche (…e del tè!).

In N come naso: è fonosimbolismo ho citato uno studio che ha evidenziato una correlazione statistica marcata in molte lingue tra suoni e significati.

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8 commenti a “I fonemi dell’italiano sono comuni?”

  1. 25 agosto 2017 11:09

    Nautilus:

    Prendo spunto da questo post per domandare il tuo parere su una cosa che ho in mente di chiederti da tempo.

    Un mio caro amico (che tra l’altro ha un predisposizione straordinaria* per l’apprendimento delle lingue) sostiene che tutto sarebbe più semplice se tutti scrivessimo in IPA (che in questo caso non indica uno dei miei stili di birra preferiti).

    La sua proposta è nata più volte quando ci siamo trovati a discutere di alcune limitazioni degli attuali alfabeti di derivazione latina; qualche esempio per riferirci solo al nostro: due soli simboli (“s” e “z”) per quattro suoni, l’inutilità della “q”, il doppio suono di “c” (a seconda delle vocali che la seguono), l’antieconomico “ch” al posto di “k”, un doppio simbolo per “gn” e “gl”, …

    Che ne pensi? Te lo chiedo in termini squisitamente tecnici (non emotivi o storici); mi piacerebbe sapere come vedi i pro e i contro derivanti dall’adozione di un sistema di questo tipo.

    A me l’idea sembra molto sensata, ma – come sai – nella vita mi occupo più di matematica e statistica che di queste cose.

    _____
    * parla correntemente Tedesco, Spagnolo, Catalano e Francese, discretamente bene Inglese, con rudimenti di Arabo e Polacco, e chissà che altro

  2. 25 agosto 2017 16:47

    Licia:

    @nautilus, prova a dare un’occhiata a trascrizione fonetica (che spiega anche la distinzione tra trascrizione fonetica e trascrizione fonematica) e ti farai un’idea delle potenziali complicazioni.

    L’idea del tuo amico sarebbe poco fattibile anche da un punto di vista pratico: il sistema più usato, l’IPA, è in continua evoluzione e al momento ha più di 100 caratteri, senza contare i segni diacritici e altri marcatori: andrebbero imparati e resi disponibili tutti in apposite tastiere virtuali o solo quelli che servono per una lingua specifica? Per fare trascrizioni corrette servono ovviamente conoscenze di fonetica, della lingua, e anche un orecchio ben allenato!

    Il tuo amico ha considerato come andrebbero gestite le differenze di pronuncia regionali in un paese dove buona parte delle persone scrive abitualmente perchè in quanto ignora che esistono due accenti, grave e acuto? Qualche altro esempio: c’è chi dice /ˈbene/ con la e chiusa e chi invece /ˈbɛne/ con la e aperta, c’è chi dice /aʃʃenˈzɔre/ anziché /aʃʃenˈsore/, ma non comportano alcun problema di comprensione (per altre considerazioni e differenze d’uso vedi allofoni), però in un contesto informatico verrebbero considerate parole diverse.

    L’ortografia italiana non è perfetta ma svolge adeguatamente la sua funzione: sono sicura che tutti i lettori abituali di questo blog non hanno alcuna difficoltà a gestire le sue incongruenze (sintetizzate in Ortografia italiana e prestiti dall’inglese) e le sue eccezioni, quasi sempre di origine etimologica (qualche esempio in Una Z di troppo: questioni di ortografia; vedi anche Stravizi e stravizzi per i pochi esempi di omofoni non omografi). Non è un caso che a differenza di altre lingue l’italiano finora non abbia dovuto affrontare Le riforme dell’ortografia, ke inkubo!

  3. 25 agosto 2017 17:59

    Matteo:

    Una riforma orografica di cui l’italiano però dovrebbe proprio dotarsi è l’accentuazione come in portoghese o spagnolo.
    Trovo veramente fastidioso e ridicolo che manchi: induce in molti errori o approssimazioni di pronuncia, soprattutto per i cognomi.

  4. 27 agosto 2017 17:12

    Alpa:

    Quello che dici è secondo me vero, ma non corrisponde alla fonte Phoible. Se vai alla pagina sui fonemi dell’italiano (http://phoible.org/inventories/view/1145), c’è una differenza nelle vocali considerate: il fonema /a/ non è citato come parte dell’italiano, mentre viene citato il fonema /ɐ/ (che per conto suo è presente solo nel 2% delle lingue).
    Non ho l’orecchio per distinguerli, ma a me sembra che il fonema standard dell’italiano sia /a/, e invece /ɐ/ possa essere una variante locale o personale.
    Aggiungo che la fonte dei fonemi italiani per Phoible è Rogers, Derek and Luciana d’Arcangeli. 2004. Illustrations of the IPA: Italian. Journal of the International Phonetic Association 34. 117–121. Cambridge University Press. Purtroppo online è disponibile solo il sommario, ma nelle citazioni che ho trovato si dice di solito che la vocale è /a/, non /ɐ/. Insomma, tutto il discorso meriterebbe una verifica aggiuntiva.

    @Nautilus, @Matteo. Molte persone (forse tutte), pensano che le cose migliorerebbero se gli altri seguissero le _loro_ regole. Bisogna imparare ad accettare gli aspetti evoluzionistici: se l’italiano (scritto) è così, probabilmente lo è in quanto tutto sommato si è rivelato un compromesso accettabile fra molte esigenze diverse. Quindi alla fine anch’io ho imparato a non proporre quelle regole che secondo _me_ migliorerebbero l’italiano.

  5. 27 agosto 2017 19:31

    Licia:

    @Alpa, grazie per l’osservazione. Ammetto di avere ricavato le statistiche direttamente dall’infografica, non avrei mai immaginato che per una lingua come l’italiano potessero esserci informazioni diverse da quelle standard!

    Ho recuperato la fonte, Illustrations of the IPA – Italian di Rogers e d’Arcangeli, dove si trovano questi dettagli:

    Italian IPA

    Come si può notare, nello schema usato il fonema /a/ non è posizionato in basso a sinistra, dove appare di solito nello schema delle vocali IPA, ma un po’ sotto rispetto alla posizione dove si trova /ɐ/.

    Qui sotto un esempio del tipico schema IPA. È preso da  ipachart.com, dove si possono anche ascoltare le pronunce dei singoli fonemi (anche un orecchio non allenato come il mio associa la “a” italiana ad /a/, mentre /ɐ/ appare simile alla vocale più arretrata di un aaahhh di perplessità):

    IPA vowels

    Presumo che chi ha compilato le risorse su Phoible abbia cercato a suo modo di risolvere la discrepanza? Proverò a contattare Suzy J Styles su Twitter per farglielo notare.

    In Rogers e d’Arcangeli ci sono anche esempi di trascrizioni di un breve brano che potrebbero interessare @Nautilus e il suo amico perché mostrano che l’ortografia italiana non è poi così malvagia rispetto a un sistema più scientifico. 😉

    phonemic transcription

  6. 27 agosto 2017 19:46

    Nautilus:

    @ Alpa

    Devo ancora leggere i numerosi riferimenti che mi ha indicato Licia, d’altra parte quella che si conclude oggi è la mia unica settimana di vere vacanze, quest’anno. Nei prossimi giorni mi porterò in pari con i blog che seguo.

    Il mio modo di ragionare è puramente scientifico, quindi non ho un attaccamento particolare per il mantenimento di certe convenzioni se reputo che queste siano migliorabili. L’evoluzione di una lingua è sempre in corso, quindi non è solo quella dal passato a oggi, che poi si ferma e diventa improvvisamente intoccabile. Fosse così, per fare un esempio volutamente non linguistico ma che mi sta particolarmente a cuore, gli Stati sarebbero immutabili, invece il 1 Ottobre di quest’anno i Catalani voteranno (contro il parere di Madrid) il loro sacrosanto referendum per l’indipendenza e puoi star certo/a che nel giro di pochi mesi avremo un nuovo Stato europeo.
    La lingua italiana, che a mio parere andrebbe chiamata lingua toscana visto che nasce parecchi secoli prima della pasticciatissima e disgraziatissima unificazione voluta dai Savoia, ha molte cose che funzionano e altre che si potrebbero cambiare in meglio. Nel mio modo di ragionare mi piacerebbe solo che di queste cose si possa parlare apertamente, senza veti.
    Personalmente farei alcuni cambiamenti (introdurrei nuovi simboli e ne eliminerei altri); probabilmente altri hanno idee diverse, che sono posizioni altrettanto rispettabili. Però di intoccabile non c’è nulla, altrimenti non ci sarebbe evoluzione. Tra l’altro questo blog (quello di Licia) è uno di quelli da cui ho tratto elementi di ispirazione per cambiare idea più di una volta.

  7. 27 agosto 2017 19:53

    Nautilus:

    @ Licia

    Devo sempre leggere tutto quello che mi hai scritto, però appena terminato il mio commento precedente ho notato che hai risposto ad Alpa, e ho visto il brano che hai riportato nel paragrafetto “phonemic transcription”. Mi è piaciuto perché per me è quasi (quasi, ho detto quasi) come leggere in Lituano, dunque tutto appare molto semplice e familiare 😉

  8. 27 agosto 2017 20:03

    Licia:

    @Nautilus, grazie per l’apprezzamento. Direi però di lasciar fuori dai commenti a questo post osservazioni che non c’entrano con i fonemi dell’italiano. 🙂

Commenti: