Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

“Lost in Trumpslation” (ma non è un film)

DOOMSDAY CLOCK…
vignetta: Patrick Corrigan

Oggi inizia ufficialmente l’era Trump.

Non sarà facile tradurre adeguatamente discorsi e dichiarazioni del nuovo presidente, paradossalmente anche perché il suo linguaggio appare poco evoluto, paragonabile a quello di un bambino delle elementari.

I’m very highly educated. I know words. I have the best words.”

Trump si esprime con parole brevi del lessico di base e sintassi rudimentale con rare subordinate. Ciò che dice spesso manca di coesione e coerenza ma rimangono impresse alcune parole chiave, ripetute più volte e di solito posizionate alla fine della frase per maggiore impatto. Trovate un esempio commentato in questo video (con sottotitoli):

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In realtà Trump dimostra padronanza di espedienti retorici e di altri meccanismi linguistici che si sono dimostrati vincenti perché “agganciano” il suo pubblico. Ne fa una descrizione efficace Winning words: the language that got Donald Trump elected.

Il ruolo del traduttore

Come deve comportarsi il traduttore? Deve rendere coeso ciò che dice Trump, rendendolo più eloquente, o cercare di riprodurre fedelmente il suo idioletto, quindi anche la sintassi rudimentale e frasi che appaiono insensate, dando magari l’impressione di aver fatto un pessimo lavoro di traduzione?

Ne ha riflettuto la traduttrice B. Viennot, in inglese in Lost in Trumpslation: An Interview with Bérengère Viennot e in francese, con molti esempi, in Pour les traducteurs, Trump est un casse-tête inédit et désolant.

È un tema di cui si discuteva già prima ancora che Trump fosse eletto presidente degli Stati Uniti: un esempio in Interpreters say it’s nearly “impossible” to translate Donald Trump’s rhetoric into other languages.

Trumpslation e Trumpspeak

Il neologismo Trumpslation (parola macedonia formata da Trump+translation) ha anche un’altra accezione: viene usato ironicamente come hashtag da chi “traduce” in inglese i tweet e altre dichiarazioni di Trump con un’interpretazione del loro vero significato.

Qualche dettaglio su come va interpretato il Trumpspeak, l’idioletto di Donald Trump, in Understanding Trumpspeak e Bad ‘dudes’ and dumb deals – Trumpspeak decoded (nuovo).


Aggiornamento post insediamento – In questa vignetta di Nate Beeler si ritrovano molti dei tratti più tipici dell’idioletto di Trump, inseriti nella formula del giuramento (e Trump non giura sulla bibbia ma sul bestseller pubblicato a suo nome, The Art of the Deal). L’effetto sul lettore americano, che riconosce subito tutti i riferimenti, è difficile da riprodurre in traduzione:

I DO TREMENDOUSLY SWEAR THAT I WILL FAITHFULLY – AND BEAUTIFULLY, LET ME TELL YOU – EXECUTE THE AMAZING OFFICE OF THE PRESIDENT OF MAKING AMERICA GREAT AGAIN AND WILL TO THE MOST BIGLY OF MY YUGE ABILITY PRESERVE, PROTET AND DEFEND FROM BAD HOMBRES AND NASTY WOMEN THE CONSTITUTION, WHICH BY THE WAY, IS THE BEST BELIEVE ME, AND WE’RE GOING TO WIN SO MUCH NOW, FOLKS!

Aggiornamento 1 febbraio 2017 – Questi tweet illustrano chiaramente le difficoltà di traduzione descritte sopra:

If the ban were announced with a one week notice, the “bad” would rush into our country during that week. A lot of bad “dudes” out there!  – 30 January 2017

Everybody is arguing whether or not it is a BAN. Call it what you want, it is about keeping bad people (with bad intentions) out of country!  – 1 Februray 2017

È difficile rendere adeguatamente the “bad”, bad “dudes” e bad people perché non ci si aspetta che il presidente degli Stati Uniti si esprima parlando di “cattivi” e “tipacci cattivi” (o qualcosa del genere, cfr. significato di dude qui e il riferimento al ban qui).

Due nuovi articoli sulle difficoltà di traduzione:

♦  Translating Trump: How the president’s language may pose policy problems 
♦  ‘Make America big again’? The headache of translating Trump into foreign languages.


In tema con la giornata (insediamento e non *inaugurazione, un falso amico molto diffuso nei media italiani), altri post su parole legate a Trump o errori di traduzione di chi le ha riportate:

♦  Grammatica e traduzione: il wherever di Trump
♦  Trump e la “deportazione” dei clandestini
♦  Donald Trump non ha suggerito!
♦  Parole di Trump, presidente USA (bigly, yuge, nasty woman…) 
♦  (Shy) Trump: nomen omen e PEOTUS
♦  Trump bigotto? Solo per i media italiani!

Grazie a @PeppeAmicarelli  per la segnalazione dell’intervista a Viennot.

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3 commenti a ““Lost in Trumpslation” (ma non è un film)”

  1. 20 gennaio 2017 11:53

    ferdinandodeblasio:

    “It’s a Trump!”

    Articolo interessante, il gioco di parole nel titolo vince tutto.

  2. 20 gennaio 2017 12:37

    Licia:

    Grazie, ne approfitto per ricordare che in Parole di Trump, presidente USA ho descritto i significati principali della parola trump.

    Aggiungo che l’espressione “It’s a trump”  è usata principalmente come variazione del meme It’s a trap.

    IT’S A TRUMP!
    Immagine da Il bar del fumetto

    Altri articoli di The Guardian sull’idioletto e gli espedienti retorici di Trump: Trump’s rhetoric: a triumph of inarticulacy e Donald Trump is changing our language. We need a vocabulary of resistance (dove viene usato l’aggettivo post-literate!).

  3. 21 gennaio 2017 17:47

    Alpha T:

    Trump è semplicemente uno dei più grandi comunicatori e persuasori. Le strategie migliori sono quelle che uno può adottare in maniera naturale, perché gli sono proprie.
    Pare che Trump non sia in grado di parlare come un professore universitario, neanche lontanamente. Ebbene? A che gli servirebbe?

    Le problematiche di traduzione specifiche sono sostanzialmente simili a quelle di chi parte dalla trascrizione di un discorso informale: anacoluti e salti del discorso sono comuni, la forma è approssimativa, il lessico volutamente vago e più o meno consapevolmente impreciso.

    Si può apprezzare la mancanza di senso della realtà dell’articolo del Guardian fin dal principio, quando dice “with – in Lord of the Flies terms – a firm grip on the conch”. Ovvero, sarebbe un difetto l’essere l’unico tipo di candidato possibile per vincere un’elezione senza essere già inquadrato nel sistema: uno che prende i media di petto e si impone, a rischio di essere villano.
    Non si può giudicare _la forma_ di uno scambio di battute prescindendo dal contesto: una reazione alla creazione di finti scoop per cercare di distruggere quello che stava per diventare l’uomo più potente della Terra. Cose del genere avrebbero segnato un tempo la fine della carriera di alcuni giornalisti ed una crisi delle loro testate; oggi passano abbastanza indenni, perché il branco dei media sta dalla stessa parte.

    In questo contesto chiunque non gli sbattesse la ciotola della pappa in faccia urlando e puntando i piedi finirebbe stritolato.

    Come ho scritto nel mio ultimo articolo, you had it coming. Avete aperto il vaso di Pandora, Trump ve lo meritate.

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