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La “via italiana” alla Scuola Digitale

Pian Nazionale Scuola DigitaleIeri è stato presentato il Piano Nazionale Scuola Digitale che, come recita il comunicato stampa del MIUR, è la “visione di Educazione nell’era digitale” all’interno di La Buona Scuola.

Ho subito pensato ai falsi amici education ≠ educazione e mi è venuta la curiosità di vedere se nel documento integrale del piano ci fossero altre influenze dell’inglese

L’ho letto solo in parte ma ne ho trovate subito parecchie, assieme ad altri aspetti già evidenziati in La buona scuola, tra anglicismi e sillabazioni: maiuscole e altre convenzioni di scrittura “all’americana”, incongruenze terminologiche, errori, refusi ecc.

Maledizione della conoscenza

Anche in questo documento vengono introdotti molti nuovi concetti, spesso con un nome inglese, ma raramente sono spiegati: è la “maledizione della conoscenza”, la difficoltà di immaginare che gli altri non sappiano ciò che chi scrive invece conosce bene (più sotto trovate degli esempi).

In molti casi sarebbe bastata una breve definizione o un esempio. Peccato che non sia stato previsto un glossario di riferimento e link per approfondimenti direttamente nel testo (abbastanza ironico che la scuola digitale sia descritta in un documento concepito come se fosse di carta!).

Innovazioni, idee, trasformazioni… e opportunità mancate

Il piano per la scuola digitale è ricco di innovazioni, obiettivi e azioni e sicuramente avrà un impatto molto positivo sulla scuola italiana.

Per i non addetti ai lavori, molti dei concetti sono del tutto nuovi e difficilmente si potranno trovare in altri contesti perché sono specifici dell’istruzione. Il MIUR ha una grande opportunità che secondo me sta sprecando: potrebbe denominare i nuovi concetti in italiano, senza temere alcuna concorrenza terminologica perché ha il loro “monopolio”, e invece sta privilegiando parole inglesi.

In questo modo passa il messaggio che l’italiano non ha le risorse lessicali adeguate e si marginalizza ancora di più chi non conosce l’inglese. Significa anche ignorare le decine di migliaia di italiani che qualche mese fa hanno dato un messaggio molto chiaro attraverso la petizione #dilloinitaliano. E non vengono sfruttate e valorizzate le competenze terminologiche disponibili in molte università italiane e nella REI, la Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale. 

La “via italiana” alla scuola digitale

Allo stesso tempo, dobbiamo collocarci sulle giuste traiettorie di innovazione, per utilizzare meglio le risorse disponibili, per attrarne di nuove, e per non fare errori di scelta che potremmo pagare negli anni. E infine, per dare ai nostri studenti le chiavi di lettura del futuro. Per scrivere tutti insieme una “via italiana” alla scuola digitale.

L’introduzione nel documento sulla scuola digitale si conclude con le parole che vedete qui a fianco: [innovazione per] scrivere tutti assieme una “via italiana” alla scuola digitale.

Come terminologa, ma prima ancora come cittadina, sono convinta che la “via italiana” alla scuola digitale debba passare anche dalla nostra lingua.

Mi piacerebbe che si smettesse di scimmiottare il mondo anglosassone (atteggiamento spesso indice di ignoranza) e si sfruttassero invece i meccanismi di formazione di neologismi dell’italiano e le risorse terminologiche disponibili per crearne di nuove.

Ovviamente non sto proponendo un approccio purista: ci sono ambiti, soprattutto tecnici e scientifici, in cui è più sensato ricorrere a un prestito o a un internazionalismo. Chi segue il blog conosce già il mio punto di vista e trova alcune distinzioni importanti in L’invasione degli anglicismi, ad es. tra parole e termini e tra anglicismi insostituibili, utili e superflui.

A chi obiettasse che si deve usare sempre e comunque l’anglicismo perché si dice così nel resto del mondo, ricorderei che il piano per la scuola digitale è destinato a studenti e docenti italiani nella scuola italiana e non ai pochi addetti ai lavori, che possono continuare a comunicare in inglese tra loro e con i colleghi stranieri.

Farei anche notare che le politiche, i programmi e le strategie dell’Unione europea hanno sempre un nome italiano, reperibile facilmente nel database terminologico IATE: perché scrivere la comunicazione della Commissione UE [sic] sul “Digital Single Market” se nei documenti della Commissione europea è chiamato mercato unico digitale? Seguiamo il loro esempio!

In conclusione…

Lascio a voi decidere se sto esagerando (ma è un argomento che mi sta a cuore!) o se in questi esempi dal Piano nazionale scuola digitale, scelti leggendo solo qualche sezione, ci siano davvero occorrenze di maledizione della conoscenza e se gli anglicismi siano insostituibili, utili o superflui:

Questo Piano risponde alla chiamata per la costruzione di una visione di Educazione nell’era digitale, attraverso un processo che, per la scuola, sia correlato alle sfide che la società tutta affronta nell’interpretare e sostenere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (life-long) e in tutti contesti della vita, formali e non formali (life-wide).

Vogliamo creare uno Stakeholders’ Club per la scuola digitale.

Challenge Prize per la scuola digitale (IdeasBox). I “Challenge Prizes” (noti anche come “inducement prizes”, o premi “incentivo”) offrono una ricompensa in denaro a chiunque riesca più efficacemente a rispondere ad una particolare sfida.

Un modo più ampio di leggere l’e-inclusion in cui gli ambienti innovativi ed informali integrano non solo tecnologie dedicate, ma soluzioni assistive, a favore di tutti, facilitando relazioni e processi senza distinzioni di condizione.

AULE “AUMENTATE” dalla tecnologia per una visione “leggera” ed economicamente sostenibile di classe digitale. [quanti capiscono cosa si intende con aumentate?]

Laboratori “School-friendly” […]  come ad esempio i Fab Lab.

La creazione di “laboratori territoriali per l’occupabilità” […] aperti alla formazioni di giovani senza lavoro e NEET.

[…] serious play e storytelling troveranno la loro sede naturale in questi spazi in un’ottica di costruzione di apprendimenti trasversali […]

Le ramificazioni sono profonde, e in alcuni casi “competitive” rispetto alle competenze sviluppate dal nostro sistema fino ad ora: pensiamo al rapporto tra calligrafia e fluent typing a tastiera.

girl in tech & scienceLe nostre ragazze, più delle loro coetanee in altri paesi, vivono in un contesto che porta a minori aspettative di risultato e quindi di carriera negli ambiti collegati alle scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica (le cosiddette discipline STEM), sebbene i test di ingresso e gli esiti di apprendimento dimostrino ampiamente il contrario. […] Occorre dunque intervenire con azioni specifiche sul cd. “confidence gap”, ovvero sulla percezione del genere femminile di vedersi estranee alle proprie attitudini. [i dati dell’Istat, citati in Donne e grammatica, danno però un quadro diverso]

Per dare alcuni esempi, è fondamentale rafforzare l’introduzione della metodologia del Problem Posing and Solving nell’insegnamento della matematica.

Conscio di questa sfida, il Ministero inviterà alla costruzione di format innovativi per lo sviluppo di competenze digitali. [programmi TV?]

[…] come avviene per l’iniziativa del Governo Americano Tech Hire. [ben nota a chiunque: non occorre spiegare!]

Requisiti essenziali: la presenza di modalità di fruizione e pratica miste, sia offline che online, sulla scorta delle esperienze dell’Open Courseware e dei MOOC (Massive Open Online Courses), con la dovuta attenzione per chi non dispone di connessioni veloci per la loro fruizione.

È opportuno spingere un’agenda di ricerca mirata a definire chiari obiettivi di policy, per costruire e indirizzare almeno nel medio periodo la posizione del sistema educativo rispetto ai grandi trend della mediatizzazione e della digitalizzazione.

[…] la creazione, all’interno delle Università, dei c.d. Contamination Lab (CLab), luoghi di contaminazione tra studenti di diverse discipline nei quali sviluppare progetti di innovazione a vocazione imprenditoriale.

[…] approcci che conducano verso una cultura della sperimentazione e dall’imparare facendo (approccio “learning by doing”), verso nuovi metodi pedagogici laboratoriali e pratici (ad es. hacklab, ecc.)  […] come nel caso di H-ACK SCHOOL, il primo hackathon completamente dedicato al mondo della scuola.  [cfr. mio post #hackschool, hackathon e H-ACK per il MIUR] 

Azioni come il programma P-Tech (Pathways in Technology, Early College High School), per l’offerta di percorsi di raccordo strutturale tra scuola secondaria e università in campo tecnologico allo scopo di massimizzare gli apprendimenti degli studenti su competenze IT.

Nel primo gruppo si menzionano, tra gli altri, i LMS (Learning Management System), che offrono contenuti strutturati in un percorso con attività organizzate delle quali è di norma garantito il tracciamento; i LCMS (Learning Content Management System), per il deposito, descrizione e recupero di contenuti di apprendimento.
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21mo secoloNB: nessuno degli anglicismi degli esempi ha spiegazioni altrove nel testo, ad es. Research unit appare solo nel titolo dell’azione n. 16 e non si capisce bene cosa c’entri con il resto, mentre Girls in Tech & Science appare solo nel titolo dell’azione n. 20 (a proposito: i numeri delle azioni sono indicati con il cancelletto, come fanno gli americani ma non gli inglesi, e i numeri ordinali  non sono scritti con lettere romane o con il simbolo º ma con l’abbreviazione non standard mo e ma: 21mo secolo anziché XXI secolo).


Aggiornamento 30 ottobre: ora si può scaricare anche l’opuscolo che in un’unica pagina riassume tutto il piano digitale. Anche qui si notano, senza alcuna spiegazione, anglicismi  come ad es. research unit, framework, GIrls in Tech & Science, Stakeholders’ Club.

Vedi anche:

La buona scuola, tra anglicismi e sillabazioni
Coding e programmazione
Problemi di inglese per #labuonascuola.
#hackschool, hackathon e H-ACK per il MIUR
MIUR: lunga vita all’inglese farlocco?

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13 commenti a “La “via italiana” alla Scuola Digitale”

  1. 28 ottobre 2015 09:19

    Carlo:

    Secondo me è a dir poco allucinante leggere un testo per la scuola italiana scritto in questo modo. Non capisco proprio la necessità di usare tutti questi anglicismi, per comprendere pienamente il testo si dovrebbe avere a fianco un vocabolario, è assurdo. Non voglio immaginare poi lo sforzo per memorizzare tutte queste sigle e acronimi derivanti dall’inglese!

  2. 28 ottobre 2015 19:46

    Stefano:

    Licia, sono pienamente d’accordo con te. In casi come questo la “maledizione della conoscenza” diventa una “dannazione” per chi legge … Aggiungerei che dato che l’estensore del testo sa di rivolgersi a una platea ampia e variegata (genitori, alunni, insegnanti, e non solo), nello specifico assomiglia più a una forma cosciente di maleducazione. Anzi, di mal-Educazione nell’era digitale! 🙂

  3. 29 ottobre 2015 12:52

    Licia:

    @Carlo e @Stefano,  sicuramente è un esempio di mancanza di rispetto per l’interlocutore. Aggiungo qualche altro commento ricevuto su Twitter:

    (nel documento ci sono anche apostrofi di troppo, ad es. in Stakeholders’ Club e Ideas’ Box, e vari errori di ortografia, ad es. ricorrono *perchè e *nonchè con accento grave anziché acuto)

    Qui un commento da una persona del team responsabile per il documento:

    (il riferimento è a scambi precedenti, poco produttivi, che avevo avuto mesi fa su La buona scuola con Donatella Solda-Kutz e Damien Lanfrey, consulenti del MIUR coinvolti in entrambi i progetti)

    Non sono comunque l’unica ad essere perplessa per l’abuso di anglicismi:

    (Luccisano è Capo Segreteria Tecnica del MIUR)

  4. 29 ottobre 2015 14:03

    Monmartre:

    Disgustato e nauseato, non sono riuscito a finire di leggere lo stralcio riportato.
    Anche questa volta mi sono impegnato a scrivere il mio disprezzo e disgusto al MIUR.

  5. 29 ottobre 2015 15:11

    Danilo:

    Credo sia significativa anche l’arroganza degli addetti ai lavori. Mi ricordo altre risposte stizzite alle tue osservazioni, riportate in altri tuoi post.

  6. 29 ottobre 2015 22:20

    Carla Crivello:

    Concordo con quanto è stato detto in precedenza e vi pongo una domanda: di cosa dovrebbe occuparsi l’animatore digitale? Dalla definizione del vocabolario Treccani e dai contenuti del master descritto in http://www.adnkronos.com/lavoro/professionisti/2015/10/22/professione-animatore-digitale-cartoons-arriva-master_3Kp8soCNgwGH44sc4MAmKJ.html mi sembra una professione ben delineata.

  7. 29 ottobre 2015 22:54

    Licia:

    @Carla, per chi non ha letto il documento aggiungo che animatore digitale vi appare 12 volte. Viene descritto in questi modi (grassetti miei):

    p. 103 […] occorre sviluppare un approccio che parli in maniera comprensiva a tutto il personale scolastico. […] Un approccio che consideri, nei rispettivi ruoli, il dirigente scolastico e il direttore amministrativo non come meri esecutori di procedure amministrative, ma come protagonisti dell’intera visione di scuola digitale e, affiancati da un ruolo abilitante, quello dell’animatore digitale, formino una squadra coesa per l’innovazione nella scuola.
    p. 117 Ogni scuola avrà un “animatore digitale”, un docente che, insieme al dirigente scolastico e al direttore amministrativo, avrà un ruolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola, a partire dai contenuti di questo Piano. Sarà formato attraverso un percorso dedicato (a valere sulle risorse del DM n. 435/2015), su tutti i temi del Piano Nazionale Scuola Digitale, per sostenerne la visione complessiva.
    Ruolo: dovrà fungere da stimolo alla formazione interna alla scuola sui temi del PNSD, sia organizzando laboratori formativi (ma non dovrà necessariamente essere un formatore), sia animando e coordinando la partecipazione di tutta la comunità scolastica alle altre attività formative, come ad esempio quelle organizzate attraverso gli snodi formativi e favorire la partecipazione e stimolare il protagonismo degli studenti nell’organizzazione di workshop e altre attività, anche strutturate, sui temi del PNSD, anche aprendo i momenti formativi alle famiglie e altri attori del territorio, per la realizzazione di una cultura digitale condivisa.

    Il Devoto-Oli riporta questa definizione per animatore digitale: “esperto informatico che, attraverso tecnologie digitali, ricostruisce in rete musei e itinerari turistici”. Forse però il team del MIUR aveva come modello gli animatori di parrocchie o villaggi estivi?

  8. 30 ottobre 2015 11:11

    Elio:

    Anche se non troppo attinente con la discussione, trovo interessante il commento sulla scuola e quello ora viene chiamato “coding” riportato in: http://www.embedded.com/electronics-blogs/break-points/4440691/CS-In-K-12
    Come programmatore e sviluppatore di vecchia data mi trovo pienamente concorde con quanto riportato da Ganssle

  9. 30 ottobre 2015 11:25

    Alesatoredivirgole:

    Licia, scusa l’ignoranza: a chi è rivolto il documento?
    Chi sono i destinatari di questi termini, che dovranno essere letti, compresi e magari spiegati ad altri?
    Docenti? Studenti? Famiglie? All’animatore digitale?
    Quali sono le loro caratteristiche e le loro competenze?
    Questa dovrebbe essere la prima domanda da porsi quando si redige qualsiasi documento.
    Inoltre qual’è l’obiettivo reale del documento?
    Informare? Promuovere? Spettacolarizzare?

    Spero non inseriscano anche questo faldone nelle future bollette della luce … 🙂

    PS: non conoscevo REI ” la Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale”, ho dato uno sguardo rapido e non ho trovato nulla sulla Meccanica alla voce Industria, in ogni caso GRAZIE!

  10. 30 ottobre 2015 18:25

    Enrico:

    Licia, hai già visto l’articolo di Damien Lanfrey nel Sole 24 Ore?
    http://damienlanfrey.nova100.ilsole24ore.com/2015/10/30/abbiamo-un-piano-e-digitale/

    Si intitola Abbiamo un Piano, è Digitale, c’è molto inglese e affermazioni come questa:

    “Le fondamenta intellettuali di questo documento sono chiare, e serviva parlare il linguaggio della scuola; è per questo che il documento non poteva esagerare con il linguaggio di noi innovatori.”

  11. 30 ottobre 2015 19:51

    Licia:

    @Elio, grazie, sarebbe da far leggere a chi vede la programmazione / coding come panacea per la scuola italiana.

    @Alesatoredivirgole: a chi è rivolto il documento dovresti provare a chiederlo ai suoi autori che, come specifica l’articolo segnalato da Enrico, sono Donatella Solda e Damien Lanfrey. In bocca al lupo! (anzi, come direbbero loro, Good luck! ;)).
    Invece, sulla REI ti ricordo che le priorità sono i testi istituzionali prodotti dalle pubbliche amministrazioni e dalle istituzioni nazionali e internazionali.

    @Enrico, grazie, lettura molto istruttiva che consiglio a tutti.

  12. 30 ottobre 2015 23:47

    MattD:

    Questa è la conseguenza del consegnare il sistema istruzione a quelli del S24O.
    Mi chiedo come possa essere credibile una persona che vaticina uno scempio del genere “giocano il giusto ruolo” (ennesimo calco inutile di cui non si sentiva il bisogno).
    Quello stakeholders fa il verso a shareholders in un modo sinistro…

  13. 1 novembre 2015 09:37

    Licia:

    @MattD ho visto perplessità anche di altri sulla comprensibilità del documento, ma non credo che i suoi autori siano disposti a discuterne seriamente. Un esempio: