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Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

Comunque anche Leopardi diceva le parolacce – L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato.Ieri ho trascorso un’ora molto piacevole alla presentazione milanese di Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato, l’ultimo libro di Giuseppe Antonelli, linguista e conduttore di La lingua batte.

L’avevo appena letto, incuriosita dalle recensioni di Silverio Novelli e di Luisa Carrada, e anch’io ve lo consiglio: si impara molto e ci si diverte.

Antonelli inizia da due errori diffusi nel dibattito sulla salute dell’italiano: il vedere il cambiamento linguistico come elemento negativo e l’usare un modello di riferimento letterario che non tiene conto dell’evoluzione continua della lingua ed è inadatto alla comunicazione quotidiana.

Antonelli smonta pregiudizi e allarmismi sull’italiano (la morte del congiuntivo, l’invasione degli anglicismi, il degrado da turpiloquio ecc.) con molta ironia e argomentazioni ed esempi che spaziano dai grandi nomi della letteratura alle canzoni contemporanee.

Molti fenomeni ritenuti recenti e per questo stigmatizzati (è il perbenismo linguistico) hanno in realtà radici nel passato: è il caso ad esempio dell’uso frequente di volgarità varie, che invece si trovano anche nelle opere e negli epistolari di molti autori, tra cui Leopardi (lo sapevate che già ai suoi tempi si diceva che le donne “non la danno”?).  Eccezione: Manzoni, che stupito dalla presenza di alcune parolacce nel Vocabolario della Crusca le aveva evidenziate con ben quattro “Ohibò!” e “Perché tutte queste schifezze?”.

Con aneddoti e osservazioni argute Antonelli ci fa apprezzare la grammatica come “l’arte di dire le cose nel modo giusto al momento giusto”, una visione che si oppone a quella scolastica di rigide norme linguistiche ancorate a una concezione astratta dell’italiano e distanti dall’uso reale:

  «[gli] aspetti del mondo in cui viviamo non andrebbero demonizzati, ma utilizzati per rinnovare l’insegnamento della grammatica partendo da alcuni valori condivisi: realismo (materiali linguistici presi dalla realtà e non frasette o discorsetti inventati); pragmatismo (parlare e scrivere bene significa esprimersi in maniera adeguata ed efficace rispetto a un destinatario, a un argomento, a un obiettivo); pluralismo (giusto e sbagliato dipendono spesso dalla situazione in cui ci si trova a comunicare); dinamismo (una lingua viva è in continua evoluzione).»

Un libro divertente e istruttivo, consigliato a tutti ma con un avvertimento per puristi, talebani della lingua e integralisti della grammatica: rischiano un coccolone*!

* parola in uso dal 1865 (fonte: Devoto-Oli)

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5 commenti a “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce”

  1. 30 ottobre 2014 16:10

    lucac:

    Grazie della recensione. A questo punto direi che l’unica cosa stonata di questo libro è il titolo. Capisco che con un titolo poco serioso si possa sperare di attirare un maggiore numero di lettori, ma io, prima di leggere questo tuo post, pensavo si trattasse di un altro tentativo di iconoclastia: se pure i più Grandi erano volgari quanto noi, allora possiamo fare a meno del loro esempio e continuare a sguazzare…

  2. 30 ottobre 2014 16:27

    Licia:

    @lucac, ieri sera Antonelli ci ha raccontato che aveva in mente questo titolo da parecchio tempo; è legato a un episodio della sua adolescenza descritto nel prologo, che si può leggere in Google Books (in un altro capitolo si parla invece di comunque, comunquemente – XVI secolo! – e cmq).
    C’è un intero capitolo dedicato alle parolacce perché “che ci piaccia o no, fanno ormai parte del modo di esprimersi quotidiano di quasi tutti gli italiani”.

  3. 31 ottobre 2014 11:33

    lucac:

    In effetti mi chiedo se anch’io non stia diventando un po’ bacchettone a causa dell’età o se è l’abitudine a cercare di educare i figli che mi irrigidisce, ma continuo a pensare che le parolacce (o il ‘parlar male’ in generale) non vadano sdoganate come “parte del modo di esprimersi quotidiano di quasi tutti gli italiani”.
    Per carità nessuno scandalo quando sento una parolaccia, pure io le uso ovviamente, ma ho sempre il retro-pensiero che sarebbe meglio non farlo, trovare un alternativa. Poi in certi contesti non c’è problema, ma in altri mi accorgo di frenarmi da solo prima di fare una figura inappropriata.
    Mi chiedo quindi se lo sdoganarle, il dire ‘tanto ormai le usano tutti’, non faccia che annullare quella remora che si ha nell’usarle involgarendo di fatto il linguaggio in generale, anche nelle situazioni che dovrebbero essere appena un po’ più controllate.
    Ma forse sì, sto solo invecchiando…

  4. 31 ottobre 2014 14:44

    Licia:

    @lucac, il messaggio del libro è diverso e comunque “linguistico”, appena posso aggiungo qualche dettaglio.

  5. 4 novembre 2014 21:40

    Mauro:

    @lucac

    Il linguaggio volgare, le parolacce non sono simpatici, non sono belli. Verissimo.
    Ma se usati con parsimonia e nelle circostanze giuste… arricchiscono la lingua e le possibilità espressive.
    Ma, come detto, che si usino con parsimonia!