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No horsemeat please, we’re British!

BBC – immagine BBC NewsScandalo in Gran Bretagna: negli hamburger di manzo venduti da diversi supermercati è stata trovata carne di cavallo, da quelle parti l’equivalente di un tabù alimentare, mentre in Italia e Francia la carne equina si mangia senza alcun problema.

I media britannici si interrogano su questa avversione e danno varie spiegazioni: i cavalli, a differenza di mucche, maiali e pecore, sono considerati pet, animali “da compagnia” e quindi si forma un attaccamento emotivo (stessa ragione per cui non si mangiano neanche i conigli) e storicamente i cavalli non sono mai stati considerati un alimento ma mezzi di trasporto e animali da lavoro, con un ruolo fondamentale nelle guerre.

Sono tutte motivazioni che dovrebbero valere anche in altri paesi europei, e allora come si spiega questa differenza culturale?

Un’esperta di storia dell’alimentazione sostiene che alla base ci sia una forma di sciovinismo: il manzo è un’icona culturale inglese e il pensiero “noi mangiamo ottimo manzo mentre i francesi mangiano cavallo” sarebbe un modo per sottolineare un’ulteriore differenza con i francesi e ribadire la propria identità nazionale

Sarà… Quello che so per certo, come dicevo qui, è che per gli inglesi è un vero shock scoprire che in Italia si vendono omogeneizzati di carne di cavallo per i bambini.
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Vedi anche: Carne o pollo?
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9 commenti a “No horsemeat please, we’re British!

  1. 17 gennaio 2013 16:58

    Stefano:

    A ciascuno le sue fetenzie…!

  2. 17 gennaio 2013 21:03

  3. 18 gennaio 2013 11:24

    Marco:

    Può darsi, ma secondo me dipende dal fatto che gli inglesi hanno una lunghissima tradizione per quanto riguarda il legame uomo-cavallo(che perdura tuttoggi), che si tratti di animali da lavoro, mezzi di trasporto o animali da compagnia. Intendo dire, per gli inglesi i cavalli sono una vera e propria passione, pensiamo alle corse di cavalli (Ascot docet), alla caccia alla volpe, a tutto l’abbigliamento legati all’equitazione, ecc. Insomma, i cavalli sono profondamente radicati nella società inglese, anche dal punto di vista dello status. E’ normalissimo che una famiglia benestante possegga dei cavalli e i pargoli molto spesso iniziano a fare equitazione da giovani e proseguono fino all’età adulta. Io non mangio carne di cavallo 🙂

  4. 18 gennaio 2013 11:36

    Rose:

    Non capisco queste distinzioni fra animali. Mi sembra una forma di ipocrisia, anche se, forse, inconsapevole. Le abitudini e i pregiudizi sono radicati, quest’è certo, ma mi chiedo quanti cittadini britannici cavalchino.

  5. 18 gennaio 2013 11:52

    Jojo_me:

    Io amo tutti gli animali…
    …e senza distinzioni di sorta: alla brace, al forno, alla cacciatora… anche in brodo 🙂

  6. 18 gennaio 2013 17:38

    Marco:

    Rose, hai ragione, è indubbiamente una forma di ipocrisia. Te lo dice uno che è stato vegetariano per anni. Adesso mangio carne (raramente) ma non quella di cavallo o coniglio o volatili tranne pollo e tacchino. Adoro tutti gli animali e so che sono distinzioni fondamentalmente legate solo ad aspetti emotivi e superficiali, però tant’è 😉
    Non so dirti la percentuale dei cittadini inglesi che cavalcano, ma certamanete quasi tutti gli inglesi hanno visto o vedono cavalli nel corso della loro vita, cosa che a noi italiani non capita così spesso dopo tutto, tranne in casi particolari. Il cavallo è un animale molto familiare per gli inglesi, ed emotivamente lo sentono più simile al cane che non alla mucca o alla pecora, e inorridiscono all’idea di mangiarlo.

  7. 18 gennaio 2013 17:38

    Licia:

    I dettagli sui cavalli dopati fatti polpette (articolo citato da Silvia) fanno veramente rabbrividire. Se fossi carnivora, dopo questa storia, quella del pink slime e di tutti gli altri additivi, credo non toccherei mai più un hamburger.

    A questo proposito, penso che anche nella scelta di mangiare o meno carne, di qualsiasi genere, intervengano differenze culturali, che si aggiungono a quelle evidenziate da Marco per la carne equina in particolare.

    Ad esempio, io mangio il pesce ma non la carne perché ho un’intolleranza alimentare e comunque non mi è mai piaciuta. Ho notato che tra amici e conoscenti italiani che come me evitano la carne, le motivazioni tendono ad essere simili, ad es. perché viene ritenuto un alimento poco sano, ma raramente intervengono questioni etiche. Mi sembra che nel Regno Unito sia l’opposto: i vegetariani sono innanzitutto amanti degli animali e a molti di loro la carne piacerebbe anche, infatti c’è un notevole mercato per quei surrogati di origine vegetale che cercano di imitarne gusto e aspetto e che invece dal mio punto di vista sembrano delle gran schifezze (fetenzie?!?).

    Appena laureata avevo lavorato in un’università inglese e moltissime studentesse erano vegan (da noi invece il concetto vegetaliano era ancora sconosciuto), così ortodosse che non solo non mangiavano latticini e uova (perché rubati a mucche e galline) ma non mettevano neanche scarpe di cuoio e tantomeno indumenti di lana (sottratta alle pecore!). Ce n’erano alcune che più volte mi avevano rimproverata per il mio zainetto in pelle e continuamente parlavano di animal welfare, animal rights e argomenti simili, poi però erano anche molto attive nel rivendicare la possibilità per le donne di abortire anche al sesto mese, che a me invece sembrava in grossa contraddizione con il loro animalismo spinto. In quegli anni ricordo anche di avere letto un articolo inglese che spiegava la mancanza di “empatia” verso gli animali tipica dei popoli mediterranei (perlomeno se confrontati ai britannici) come conseguenza del cattolicesimo che avrebbe un atteggiamento molto più pragmatico: gli animali servono e quindi c’è poco spazio per i sentimentalismi. Insomma, dal punto di vista alimentare si potrebbe dire che per i cattolici anything that moves is fair game*, anche rane, lumache, uccellini di ogni genere e, perché no, pure insetti e vermi.

    Tornando allo scandalo della carne di cavallo, perlomeno l’aspetto linguistico è non solo interessante ma anche divertente, a partire dal neologismo horseburger e dall’hashtag #horseburgergate per arrivare poi a tutti i giochi di parole. Molti sfruttano l’omofonia del lessico “equino”, come horse/hoarse, mane/main, altri la polisemia di stable (aggettivo e sostantivo, ad es. stable condition), altri invece fanno riferimento a marchionimi, ad es. uniQuorn e Lidl Pony. Concludo con un paio di battute che mi sono piaciute: 

    – To beef or not to beef? That is equestrian.
    – If I cook a horseburger in a wok, is that a stirrup fry?
    – Is it best served as an horse d’oeuvre or as a mane course?


    * Nell’espressione inglese fair game il riferimento non è al gioco ma a game = selvaggina.

  8. 20 gennaio 2013 15:02

    Nautilus:

    Licia, il tuo commento è estremamente ricco di spunti; mi trattengo dall’intervenire su temi come l’aborto anche se – con una certa vena egoistica – penso che la mia posizione di ateo padano potrebbe essere di un qualche interesse. Mi limito, invece, a citare la cultura lituana, che in tema di consumo di carne equina non è dissimile da quella britannica. Il tuo post è stato oggetto di una conversazione odierna tra me e mia moglie (Lituana, appunto). Nel suo Toscano semplificato la Indrė mi ha fatto notare: da noi il cavallo è amico dell’uomo e nessuno mangerebbe mai un amico dell’uomo. Va fatto notare che in Lituania il consumo di carne è elevatissimo e che vegetariani e vegani sono un’esiguissima (passami l’aggettivo) minoranza.

  9. 21 gennaio 2013 15:34

    BEP:

    Io sono quasi vegetariano – mangio molto raramente carne e pesce – e ogni tanto mangio quei “surrogati” menzionati. Non quelli a base di funghi (Quorn) perché vi sono allergico (che scherzo del destino), ma ce ne sono di molto buoni a base di frumento, soia, patate e verdure varie.
    In quanto al rapporto con i cavalli: una volta che l’animale da lavoro non era più adatto come tale, veniva tenuto come animale da compagnia? Veniva sepolto con rito funebre? Con questo voglio dire che la tesi della tradizione tiene poco per me. Mi immaginerei piuttosto che la gente comune di allora (contadini) non si sarebbe lasciata sfuggire una così ricca opportunità di apparecchiare la tavola con qualcosa di diverso dalla solita minestra.