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Corsivo e riconoscimento della scrittura

CorsivoCredo che la parola corsivo faccia pensare innanzitutto a uno stile di formattazione dei caratteri e solo in contesti specifici al significato prevalente anni fa, il tipo di scrittura insegnato alle scuole elementari e ora sempre meno usato.

Sulla disabitudine a scrivere a mano indotta dai computer ho trovato riferimenti e spunti interessanti in Col corsivo corrono i pensieri. Nei commenti viene citata la “scrittura a mano” sui tablet e ho pensato di aggiungere qui qualche dettaglio perché, anche se forse potrebbe sembrare paradossale, i sistemi di riconoscimento della grafia preferiscono proprio il corsivo, in cui le lettere sono unite le une alle altre, ad altri tipi di scrittura come lo stampatello, in cui le lettere sono separate.

Il riconoscimento della grafia si basa infatti su sequenze di tratti tracciati senza sollevare la penna (stroke in inglese) e le parole scritte in corsivo forniscono più informazioni rispetto ai singoli tratti di lettere individuali.

esempio di tratti
(immagine da Tablet 101)

Un esempio tipico è quello di un segno verticale, che potrebbe essere interpretato come una I (i maiuscola), una l (elle minuscola) oppure il numero 1. Per i sistemi di riconoscimento, più complessi sono i tratti e più semplice diventa ricavare informazioni legate al contesto d’uso, ridurre le ambiguità e confrontare le sequenze di tratti con le informazioni del dizionario di riferimento, che contiene il lessico della lingua con indicatori di frequenza e altri dati.

Ecco perché frasi scritte in maniera apparentemente meno leggibile ma in corsivo a volte vengono riconosciute più facilmente rispetto a singole parole costituite da lettere separate che invece all’occhio umano sembrano chiarissime.

Va inoltre considerato che ogni lingua presenta caratteristiche proprie (ad es. combinazioni e frequenze di grafemi diverse, segni diacritici particolari ecc.) a cui si aggiungono peculiarità specifiche per ogni paese, come notavo in Se i numeri sono un’opinione (e come si vede anche nell’immagine sopra). I sistemi di riconoscimento tengono conto di queste differenze, ad es. per l’inglese vengono usati recognizer diversi per gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Australia ecc. Alle peculiarità individuali si cerca invece di ovviare con le opzioni di personalizzazione del riconoscimento.

Chi scrive in una lingua diversa da quella in cui ha imparato a scrivere, ad es. un italiano in inglese, potrebbe comunque riscontrare qualche problema di riconoscimento in più rispetto a una persona che usa un sistema impostato per la propria madrelingua e il proprio paese, proprio per le caratteristiche appena descritte.  
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Vedi anche: volgarità e riconoscimento della grafia in Parolacce, software e localizzazione.

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11 commenti a “Corsivo e riconoscimento della scrittura”

  1. 20 settembre 2012 19:14

    Riccardo:

    “Chi scrive in una lingua diversa da quella in cui ha imparato a scrivere, ad es. un italiano in inglese, potrebbe comunque riscontrare qualche problema di riconoscimento in più rispetto a una persona che usa un sistema impostato per la propria madrelingua e il proprio paese”

    Non solo per quanto riguarda il riconoscimento computerizzato, ma in genere.

    Ad esempio, chi viene a vivere negli Stati Uniti dall’Italia, dovrà imparare a scrivere i numeri in cifra in maniera diversa: il “4”, che a scuola imparavamo a scrivere più o meno come risulta a stampa (in con il primo tratto obliquo che si congiunge a quello verticale al vertice) deve essere scritto “aperto”. Il numero uno in cifra deve essere rigorosamente un singolo tratto verticale, senza un primo ascendente obliquo – pena vederlo confondere con il 7. Il 5 deve essere in maniera ben distinta, con chiari angoli, per non confonderlo con il 6.

  2. 20 settembre 2012 19:39

    Licia:

    @Riccardo, per caso anche tu all’università avevi frequentato i corsi di Patricia Coales, che toglieva mezzo punto dagli esami di traduzione verso l’inglese per ogni 7 scritto con il trattino e 4 “italiano”? 🙁   Da quella volta io i numeri li scrivo ancora “all’inglese” (britannico) e uso un corsivo diverso, prima fra tutte la lettera r, se il testo lo deve leggere un non italiano (occorrenza ormai rara, a parte qualche biglietto di auguri: tutte le altre coomunicazioni sono ormai elettroniche).

  3. 20 settembre 2012 22:34

    Mauro:

    A proposito della disabitudine a scrivere a mano… se devo scrivere delle cose importanti (di qualsiasi tipo) io spesso (non sempre, comunque) scrivo la bozza a mano e la versione definitiva al computer.

    Ma io sono vecchio decrepito 🙂

    Saluti,

    Mauro.

  4. 21 settembre 2012 11:56

    Rose:

    Una volta, da giovanissima, intrecciai una specie di corrispondenza con un ragazzo tedesco. Allora mi firmavo con una iniziale piena di svolazzi. La prima volta che mi rispose, il ragazzo scrisse: “Liebe Pose…” 🙁 Si può?!?

    Sui numeri americani, ho avuto le stesse difficoltà e non mi sono mai abituata al loro modo di contare sulle dita, ma so che vari popoli hanno sistemi diversi: chi inizia dal pollice, chi dall’indice, chi dal mignolo, chi dalla mano chiusa, chi aperta.

    Come sempre, esco dal seminato, scusate.

  5. 21 settembre 2012 13:04

    Marco:

    Volevo chiedervi se è vera una mia impressione che ho sempre riportato, basata sulla mia esperienza: mi sembra che gli inglesi (in particolare le donne) scrivano tutti allo stesso modo, con lo stesso tipo di grafia. Invece noi italiano abbiamo una scrittura molto personale e specifica, completamente diversa da quella di tutti gli altri. Credo che dipenda un po’ dai tratti tipici della personalità di questi due popoli, ma forse anche dal sistema scolastico, che in UK è (o almeno era, parlo della generazione nata negli anni ’60) più rigido e formale. Grazie per eventuali vostri commenti.

  6. 21 settembre 2012 15:14

    Rose:

    Sììììììììì!!!
    Anch’io ero stupita che le americane scrivessero tutte allo stesso modo (le giovani, 20/30enni che frequentavo io, almeno). Quando in seguito ho bazzicato alcune inglesi (ma più vecchie, però) non ho notato la stessa caratteristica. A suo tempo pensai che le giovani risentissero ancora degli esercizi di calligrafia scolastici. Invecchiando, probabilmente ci si caratterizza di più.

  7. 21 settembre 2012 16:42

    Licia:

    @Mauro, se devo scrivere un testo uso sempre il computer ma per note e appunti sparsi preferisco ancora carta e penna (qualche anno fa avevo un Tablet PC ma non mi ha mai entusiasmata, anche se funzionava più che decentemente). Qualche lettera a mano la scrivo ancora e proprio per questo mi era piaciuta questa striscia di Pearls Before Swine:

    @Marco, @Rose, anch’io ho avuto questa impressione, forse però ci colpiscono soprattutto le caratteristiche delle scritture altrui che si differenziano da quelle italiane, come le proporzioni delle lettere o alcuni “segni particolari” tipo il taglietto orizzontale nelle q degli spagnoli o le lettere molto tondeggianti delle inglesi.

    Ho notato che gli inglesi non scrivono in corsivo ma usano quello che in italiano credo si chiami stampato minuscolo (o script), una forma di scrittura in cui le lettere rimangono separate e quindi, essendo meno veloce, può darsi che le possibilità di personalizzare la scrittura siano ridotte?

    Un’altra ipotesi è che in alcuni paesi ai bambini venga insegnato come disegnare i tratti, ad es. se dal basso verso l’alto o viceversa, o se le pance delle lettere vadano tracciate in senso orario o antiorario, e che questo porti a una certa uniformità di scrittura. Ne sarebbe una prova il corsivo degli americani che, come commentavo altrove, è molto simile anche tra persone di età e sesso diversi, e si ha l’impressione che a scrivere sia stata una persona anziana, anche se gli autori sono ancora (relativamente) giovani, perché le lettere sono tutte inclinate verso destra. Una collega americana mi aveva spiegato che negli Stati Uniti venivano seguite regole ben precise nella composizione delle parole in corsivo, che chi scrive presumo poi rispetti senza personalizzazioni varie come invece accade(va) nella scrittura degli italiani: la direzione dei tratti che compongono le lettere “americane” è predefinita e ci sono delle proporzioni precise tra le varie parti di una lettera, come si può vedere in un esempio di alfabeto in Wikipedia e qui:

    esempio da  New American Cursive

  8. 22 settembre 2012 18:30

    Riccardo:

    Licia, sì, anch’io ho avuto la Coales a Trieste, ma sinceramente non mi ricordo che m’avesse mai sottratto punti per la scrittura delle cifre.

  9. 22 settembre 2012 18:55

    Licia:

    @Riccardo, si vede che era una mania che le era venuta con il mio anno! 😉
    Pensa che a un incontro con alcune compagne di corso, non molto tempo fa, è proprio stato uno dei dettagli che ricordavamo tutte (assieme al discorso di “benvenuto” il primo giorno di università, quando F.C. ci aveva preannunciato che alla fine dell’anno ci saremmo ritrovati “schiacciati come le mosche contro i vetri delle finestre”, e nessuno aveva avuto il coraggio di obiettare che la metafora non aveva molto senso…).

  10. 24 settembre 2012 01:38

    rossa:

    “schiacciati come le mosche contro i vetri delle finestre”: a parte la metafora poco sensata (casomai penso ai moscerini schiacciati contro i parabrezza) ma cosa intendeva dire?

  11. 24 settembre 2012 09:14

    Licia:

    @rossa, noi l’avevamo interpretato come la minaccia che sarebbe stato molto difficile superare lo sbarramento degli esami del primo anno. L’unica certezza è che ha avuto l’effetto di farci studiare come dei disperati (e passare gli esami)!

    Intanto, altre osservazioni in tema nel nuovo post In inglese il corsivo è (anche) italico.