Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Lo stomaco delle lingue

“Le lingue sono organismi molto robusti; 
hanno stomaci di ferro e digeriscono senza difficoltà”

Non condivido la preoccupazione di chi ritiene che la lingua italiana stia degenerando, quindi ho apprezzato l’affermazione del linguista Luca Serianni citata venerdì scorso da Elisabetta Poltronieri e Maurella Della Seta (Istituto Superiore di Sanità) a chiusura di un intervento molto interessante, L’inglese tecnico scientifico nella letteratura di ricerca: esempi nell’area della salute, una ricerca sulla tendenza ad adottare forestierismi anche nel settore della sanità e sulle indicazioni che si possono dare ai ricercatori e agli autori di documenti per orientare, dove possibile, le scelte lessicali e terminologiche.

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8 commenti a “Lo stomaco delle lingue”

  1. 28 maggio 2012 09:22

    Luigi Muzii.I.:

    Arrivate tutti tardi, da Serianni in giù. Quella metafora la usò molto prima il mai troppo compianto Giovanni Nencioni all’assemblea costituente dell’ASS.I.TERM., più di vent’anni fa.

  2. 28 maggio 2012 14:56

    PensieroStupendo:

    Se le lingue “hanno stomaci di ferro” come mai parecchie si sono estinte e sono morte? Forse dipende anche da come le si nutre.

  3. 28 maggio 2012 20:09

    remo:

    La citazione è bella. Peccato che sia incompleta (volutamente ?) e totalmente fuori contesto, facendo così dire a Serianni ciò che non ha affatto detto; la frase completa è la seguente:
    “Le lingue sono organismi molto robusti; hanno stomaci di ferro e digeriscono senza difficoltà le varie manipolazioni presenti nei messaggini.”
    E poi continua:
    “…Si tratta, non dimentichiamolo, di usi occasionali: interessano solo una parte della popolazione (gli adolescenti e i giovani); non sostituiscono altre, e più complesse, forme di interazione linguistica”
    Insomma stiamo parlando di due fenomeni diversi e, a quanto pare dalle specificazioni, imparagonabili: l’abuso degli anglicismi interessa , invece, ogni strato della popolazione e ogni situazione comunicativa, e soprattutto agisce sostituendo le parole italiane – e in più viene percepito come un qualcosa di cool (bello, vero?).
    Volendo proseguire con la metafora dell’organismo, in questo caso, è più come se a quest’organismo venissero aggiunte o sostituire le cellule originarie con altre aventi un DNA completamente diverso – quasi alieno, direi – ottenendo così una chimera – un italiano creolo. Il nuovo organismo magari potrà anche risultate più robusto del primo, ma certamente non è può essere considerato lo stesso, né una sua evoluzione (il latino è mutato nell’italiano, ma questo mutamento è avvenuto con una trasformazione progressiva delle sue parole, non un con loro rimpiazzamento da parte parole provenienti da un’altra lingua);chiamatelo itangliano o itanglese , ma si abbia perlomeno il pudore e l’onesta intellettuale di non chiamare questa neolingua italiano.

  4. 29 maggio 2012 00:00

    Licia:

    Grazie per le precisazioni, ho riportato la citazione come ci è stata presentata, credo comunque che sia applicabile non solo agli SMS ma anche a molti altri contesti, tra cui l’italiano della quotidianità.

    Come dicevo in altri commenti, se si prova ad ascoltare le conversazioni delle persone in contesti che non abbiano a che fare con marketing, economia o informatica, si può notare che l’uso degli anglicismi è davvero ridotto.

    L’accenno di Remo a un “italiano creolo” immagino voglia essere una provocazione perché l’uso di forestierismi in italiano non influenza grammatica e sintassi, condizione necessaria per poter parlare di lingue creole (l’eventuale plurale delle parole inglesi con la -s è un fenomeno che riguarda il linguaggio scritto e quindi immagino possa essere classificato come un ipercorrettismo; nel parlato chi aggiunge la -s di solito lo fa con intento ironico).

    La neolingua invece mi fa pensare a George Orwell, uno scenario decisamente inquietante ma per fortuna poco realistico!

    Non dimentichiamo comunque che in tutte le generazioni e in tutte le principali lingue europee c’è e ci sarà sempre chi si lamenta dell’imbarbarimento della propria lingua rispetto al passato: è un fenomeno fisiologico di tutte le lingue (ne avevo scritto in Integralisti della lingua inglese e Grammatica, variabilità e norme interiorizzate).

    Grazie ancora a tutti per i contributi a questa discussione. Ogni ulteriore commento è benvenuto ma anticipo che per qualche giorno potrò moderare i commenti solo sporadicamente.

  5. 30 maggio 2012 20:12

    remo:

    Come sempre c’è modo anche divedere mezzo pieno un bicchiere vuoto per metà, e viceversa. Il problema è l’ottimismo è fondato da un’analisi oggettiva oppure semplicemente dalla voglia di volersi rassicurare. L’attuale avanzamento dei termini inglesi in italiano non ha eguali storici per grandezza e rapidità del fenomeno; né per il suo “successo”, in grado di penetrare benvolutamente in ogni strato e situazione sociale; né per il propulsore rappresentato principalmente dai media (tv e internet), allora inesistenti. Voler prendere come esempio per valutare la salute dell’italiano solo le “conversazioni” è a mio avviso riduttivo: bisogna considerare l’intera gamma delle situazioni comunicative (sia orali che scritte) che coinvolgono il parlante, attivamente e passivamente, nel l’arco dell’intera giornata (dalle conversazioni coi famigliari ai colleghi, dall’ascolto di radio e tv alla lettura di quotidiani, libri e Internet). Né per me ha senso il liquidare tutto questo come semplice sensazione di “imbarbarimento della propria lingua rispetto al passato” o parlare genericamente di “preoccupazione per la degenerazione”, perché il fenomeno ha numeri e proporzioni tali non essere paragonabile col passato, altrimenti non capisco neanche che cosa ci sia da recriminare al comune di Milano se usa “house concerts” o “piano battle”; nel suo ultimo intervento lei ha usato “smartphone”, se invece avesse scritto in francese avrebbe potuto optare per “ordiphone”, in spagnolo per teléfono inteligente, in italiano con niente: non le sembra indicativo (e anche un tantino preoccupante) questo?

  6. 31 maggio 2012 22:15

    Licia

    @remo, effettivamente sarebbe utile un’analisi oggettiva a conferma di questa visione pessimistica.

    A proposito della differenza tra smartphone e anglicismi gratuiti come house concerts, ho già cercato di spiegare come la penso in vari post e in una risposta diretta qui:
    http://blog.terminologiaetc.it/2012/03/08/aggettivi-fashion-glamour/#comment-6724

    Ovviamente dico smartphone perché è così che viene chiamato il dispositivo in Italia da anni ormai; se dicessi “telefono intelligente”, “smartofono” o altro dovrebbe essere con intento ironico, altrimenti sarei semplicemente ridicola o eccentrica.

  7. 31 maggio 2012 23:37

    remo:

    Per me la distinzione tra anglicismo utile e gratuito è troppo labile: tutti gli anglicismo, se vogliamo, sono gratuiti nel momento del loro ingresso, e tutti prima o poi diventano “necessari” a furia di usarli. Di per sé è il classico atteggiamento all’italiana per oggi possono passare 2 casine abusive perché sono carine, domani 10, dopodomani 100, finché non ci si ritrova con un intero paese – e magari proprio nella valle dei Templi-; in questo caso una lingua in cui man mano il lessico si trova ad essere totalmente inglese.

    Dalla sua ultima parte mi pare poi che lei non abbia capito che cosa ho voluto dire: nelle altre lingue esiste almeno una parola proprio per dire smartphone senza con questo essere ironici, in italiano invece si diventa addirittura “ridicoli o eccentrici”: non le sembra che ci sia qualcosa di strano in tutto questo? Un campanello d’allarme anche per la salute della lingua stessa?

  8. 4 giugno 2012 09:25

    Licia:

    @remo, per riassumere il mio punto di vista ho spostato questa discussione e quella di History – Cronologia in un unico lungo post, L’invasione degli anglicismi. Grazie per gli spunti.

    [Aggiornamento 7 giugno] @remo: visto che il nuovo commento appena inserito era lo stesso poi aggiunto a L’invasione degli anglicismi, dove ho spostato la discussione, mi sono permessa di mantenere solo l’altro per evitare doppioni.