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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

L’inglese, una “lingua educata”

Nel libro Translating Cultures, citato in Lingue, funzione fatica e cortesia, Katan dedica due capitoli a due aspetti fondamentali della comunicazione:

la comunicazione transazionale, il cui scopo è la trasmissione di informazioni (prevalgono i fatti)
la comunicazione interazionale, la cui finalità è stabilire, mantenere o rafforzare la relazione tra gli interlocutori (prevalgono gli aspetti personali, sociali o fatici)

Come prevedibile, le maggiori differenze culturali tra una lingua e l’altra si manifestano nella comunicazione interazionale. Nella sezione British Indirectness viene sottolineato come in inglese britannico la cortesia (politeness) venga espressa facendo uso dei principi di “cortesia negativa” (negative politeness)*, ad esempio evitando forme dirette, come l’imperativo, che potrebbero dare l’impressione di volersi imporre sull’interlocutore, usando not con parole positive (ad es. not very convenient) o nelle forme verbali (ad es. wouldn’t it be better if…), scusandosi per quello che si sta per dire ecc.

In particolare, l’inglese britannico ricorre in gran misura a meccanismi linguistici descritti come hedging e cushioning, ovvero dei “riempitivi” che mitigano l’impatto di una comunicazione potenzialmente sgradevole, come ad es. You must forgive me, but I was wondering if… 

how_to_be_polite

Sono strategie molto diverse da quelle italiane. Per illustrarle, viene scherzosamente citato L’inglese. Nuove lezioni semiserie di Beppe Severgnini, che definisce l’inglese una “lingua educata”. Ho trovato l’intero brano qui ed è piuttosto divertente. Un paio di esempi:

  È la psicologia dell’inglese, in altre parole, ad essere complessa, forse perché rappresenta un popolo, quello inglese, altrettanto complesso. Non a caso, il fenomeno della «lingua educata» è quasi esclusivamente britannico. […]
La lingua inglese è talmente impastata di buone maniere che spesso perfino gli insulti diventano moine. Bisogna conoscerle, però, in modo da sapere quando arrabbiarsi. Se qualcuno vuol farvi capire che il vostro inglese è spaventoso, ad esempio, dirà con un sorriso Your English is somewhat unusual [il suo inglese è insolito]. L’equivalente dell’italiano «Che stupidaggine!» è I agree up to a point [sono d'accordo fino ad un certo punto] o I can see a few problems in doing this [Posso vedere alcuni problemi così facendo]. Qualunque frasi inizi con I’m afraid… [ho paura] How strange… [che strano] e I’m sorry, but… [mi spiace, ma] è un segnale preciso: significa che il vostro interlocutore sta pensando di voi tutto il male possibile.

Mi ha ricordato un altro elenco divertente a cui è stato dato risalto recentemente, molto commentato con ulteriori esempi, anche in altre lingue, in Translated phrase-list jokes (Language Log) e This may interest you* (Johnson):

Anglo-EU_TranslationGuide 


* Il concetto di negative politeness fa parte di un modello proposto da Brown e Levinson nel 1987. Si può trovare una sintesi efficace dei punti principali nella lezione Salvare la faccia

[aggiornamento] Stando a stime recenti, in Gran Bretagna ciascuna persona dice sorry in media 8 volte al giorno, più di 233000 nella vita. Ne parla The Independent in Minor British Institutions: Saying sorry.

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6 commenti a “L’inglese, una “lingua educata””

  1. 6 giugno 2011 11:12

    Federico Tagliavini:

    Sono considerazioni interessanti, che mi sono sempre state ripetute dal primo momento in cui sono sbarcato a Heathrow o Dover, ma che non mi hanno mai convinto del tutto. La mia idea da profano della lingua è che l’inglese utilizzi significati impliciti, eufemismi, circonlocuzioni per raggiungere lo stesso scopo che in italiano si raggiunge semplicemente con meccanismi diversi (la terza persona, i congiuntivi), più che per ragioni intrinseche di diversa educazione dei locutori. Faccio un esempio: “mi permetta” in italiano è una frase già sufficientemente educata e depotenziata dai suddetti meccanismi. Non esistendo tali meccanismi in inglese, “allow me” diventa un imperativo e necessita di una formulazione più articolata per suonare accettabile: “if you don’t mind…”, “would you please be so kind to…”.

  2. 6 giugno 2011 17:06

    Me:

    Andavo in bicicletta sul lato sbagliato (cioè quello giusto :P ) della carreggiata e una macchina è quasi andata fuori strada per evitarmi. Subito dopo ha inchiodato, lo sportello si è aperto e si è affacciato un uomo fuori di sé dallo spavento, che mi ha urlato contro con tutta la rabbia e l’adrenalina che gli aveva messo in corpo le cose peggiori possibili. Beh, una cosa sola, a dire il vero, ha urlato: “UNUSUAL!” e poi è ripartito.

  3. 6 giugno 2011 21:39

    Licia:

    @Federico: trovo che le differenze culturali siano sempre molto interessanti, ad es. vedere come le stesse finalità si raggiungano con meccanismi molto diversi, anche nella stessa lingua, perché in questo caso gli americani usano strategie alquanto diverse.

    @Me: storia bellissima, grazie! :-D

  4. 9 giugno 2011 09:27

    Stefano:

    Ho studiato l’argomento del “salvare la faccia” di recente, anzi, il link che hai scritto porta proprio alle diapositive del mio prof! Molto divertente e, perché no, utile la tabella della Anglo-EU Translation Guide!:)

  5. 3 agosto 2011 09:17

    Maxx:

    Come considerare allora una conversazione in inglese in cui vi sia uno di questi ‘costrutti educati’, ma che non avvenga in UK e in cui nessuno dei parlanti sia britannico?

    P.es. due persone non di origine anglosassone si incontrano da qualche parte d’Europa (continentale ;-) ) e uno commenta all’altro “That’s not bad!”. Tutto bene oppure no?

  6. 3 agosto 2011 11:30

    Licia:

    @Maxx: se i due parlanti non di madrelingua usano l’inglese britannico come lingua di riferimento a un livello di conoscenza elevato, dimostrando piena competenza pragmatica, credo venga abbastanza automatico per entrambi attenersi alle “convenzioni” della lingua che stanno parlando e in questo caso that’s not bad verrebbe interpretato come un apprezzamento.

    Diventa tutto molto più complicato quando una delle due persone ha imparato la varietà britannica e l’altra quella americana, per le differenze che confondono anche le persone di madrelingua, ad esempio nell’uso di quite.