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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Grammatica, variabilità e norme interiorizzate

tulipano

Un dettaglio di tulipano non solo perché è primavera ma anche per una vaga assonanza con un’espressione che ho trovato molto efficace: talebano della grammatica.f]……

L’ho scoperta qualche giorno fa nel forum Scioglilingua, dove c’erano vari interventi sullo studio della grammatica che, per quanto noioso, da molti veniva visto come arma indispensabile contro la temuta degenerazione della lingua italiana. 

Mi ha fatto tornare in mente Prima lezione di grammatica, in cui Luca Serianni osserva che in queste discussioni l’attaccamento alla lingua spesso “si manifesta in un’istintiva avversione per il nuovo, visto come imbarbarimento e decadenza” e che

molto frequente è un atteggiamento iper-razionalistico, fondato sull’idea che la lingua sia un monolite nel quale si possa sempre tracciare il confine giusto-sbagliato sul fondamento di un’astratta immagine della norma, sottratta alla variabilità degli usi concreti.

Andrebbe invece considerato che

  tra i due poli “giusto” / “sbagliato” si situa una zona grigia, in cui il parlante nativo può avere dubbi e incertezze, dipendenti da vari fattori […] Questa tripartizione vale in genere per tutte le lingue di cultura, ma le proporzioni tra le tre fasce (agrammaticalità; possibilità di più esecuzioni equipollenti; casi di incertezza) possono variare in misura considerevole.

Nel caso dell’italiano la “zona grigia” è più estesa che in altre lingue, per due motivi: minore uniformità, dovuta a una stabilizzazione tardiva di una lingua parlata comune, e

  l’importanza da sempre attribuita alla codificazione grammaticale della tradizione letteraria: in Italia i grammatici hanno avuto più autorità che altrove e sono pochi gli scrittori e pochissimi i parlanti i quali abbiano avuto tanta fiducia nella propria forza di parlanti nativi da non sentirsi condizionati da quell’autorità, almeno fino ad anni recenti. 

Serianni introduce quindi l’idea di norma linguistica interiorizzata, cioè la norma che “è andata stratificandosi non tanto sulla base della propria esperienza di parlante, quanto sull’immagine di lingua che si è formata soprattutto negli anni di scuola” (esempio: no all’uso dell’imperfetto nelle ipotetiche dell’irrealtà, del tipo se me lo dicevi, venivo).

Michele A. Cortelazzo riprende il concetto per sottolineare che l’aggrapparsi alla norma interiorizzata impedisce di prendere atto delle variazioni che inevitabilmente investono la lingua: se davvero tali norme, tramandate da insegnante a insegnante, funzionassero senza alcuna influenza esterna, ogni lingua resterebbe immutata nel tempo! 

Infine, può essere utile ricordare che le grammatiche più tradizionali descrivono le “regole” del cosiddetto italiano standard, usato in realtà da una percentuale molto bassa di parlanti in situazioni formali, quasi esclusivamente scritte, mentre la maggior parte delle persone colte e mediamente colte privilegia la varietà linguistica conosciuta come italiano neo-standard o italiano dell’uso medio, analizzato da Francesco Sabatini in un saggio che ne descrive le caratteristiche fonologiche, morfologiche, sintattiche e lessicali.

Sabatini fa notare che quasi tutti i tratti morfosintattici che distinguono l’italiano dell’uso medio da quello standard non sono innovazioni recenti (anche Dante e Manzoni usavano l’imperfetto nelle ipotetiche dell’irrealtà!), semplicemente tali tratti non erano stati accolti nella “norma che dal secolo XVI in poi ha dominato l’uso standard della lingua italiana: la norma letteraria alla quale, in ultima analisi, si sono attenute le codificazioni grammaticali”.

Ben venga quindi uno studio della grammatica senza integralismi, che non prescrive regole astratte ma descrive la lingua contemporanea nella sua variabilità e nei suoi fenomeni di ristrutturazione e ristandardizzazione.


Due libri di lettura molto piacevole sull’argomento:

Grammatica di riferimento della lingua italiana per stranieri di Giuseppe Patota, ottima anche per italiani (già citata qui)
Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana di Andrea De Benedetti, per non confondersi tra sgrammaticature e agrammaticalità (bonus: il neologismo neo-crusc o neo-cruscante, l’integralista della lingua italiana)

Aggiornamento 2014 – Altri due libri che ho apprezzato molto:

Si dice o non si dice? Dipende di Silverio Novelli
Comunque anche Leopardi diceva le parolacce di Giuseppe Antonelli
.

Vedi anche: Integralisti della lingua inglese e L’invasione degli anglicismi (link aggiunti).

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3 commenti a “Grammatica, variabilità e norme interiorizzate”

  1. 7 aprile 2011 22:48

    Silvia Pareschi:

    Post interessantissimo, grazie!

  2. 10 aprile 2011 00:38

    Licia:

    Grazie Silvia.
    Ne approfitto per farti i complimenti per il tuo blog, sempre molto interessante, e anche per aggiungere un altro aspetto dell’italiano evidenziato da Serianni. L’italiano, per il suo imprinting letterario, mantiene in vita numerose alternative (o zone “in movimento” della norma linguistica): alla soluzione linguistica più comune spesso si affiancano altre forme o costrutti meno correnti o prettamente letterari, mentre in francese e spagnolo è prevista un’unica forma. Due tra i vari esempi di quello che Serianni chiama “il maggiore spettro di variabilità rispetto alle due altri grandi lingue romanze d’Europa”:

    4. Il pronome dativale atono di 6a persona oscilla in italiano tra gli e loro: la prima forma è usuale nel parlato e d’obbligo in ogni caso in combinazione con altri pronomi atoni («Se vedi Paolo e Anna, digli di aspettare» / di’ loro di aspettare»; ma solo: «Diglielo); la seconda, ormai minoritaria anche nello scritto, non può però dirsi uscita d’uso. Nessuna incertezza, invece, in francese (dis-leur) e in spagnolo (diles).
    7. Come ausiliare di un verbo servile che regga un verbo intransitivo, in italiano può adoperarsi tanto essere quando avere: «Paolo è dovuto / ha dovuto uscire»; anche qui nessun dubbio per francese («Charles a dû sortir»); lo spagnolo userebbe in questo caso il pretérito indefinido («Carlos tuvo que salir»), ma l’ausiliare di tutti i verbi intransitivi, a differenza di italiano e francese, è solo haber.
  3. 15 aprile 2011 23:27

    Silvia Pareschi:

    Grazie Licia. Queste tue note mi interessano molto, soprattutto adesso che sto per cominciare una carriera “alternativa” come insegnante di italiano agli stranieri, e mi sto accorgendo di quanto sia difficile, almeno per me, riuscire a “estrinsecare” le mie conoscenze grammaticali intrinseche per poterle trasmettere come docente. Paradossalmente credo che per me sarebbe più facile insegnare l’inglese!