Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Traduzione enogastronomica

Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.

Riferimenti alimentari nei diari di Adrian Mole

L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano.

Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale, come mostrano gli esempi dello Yorkshire pudding e del caffè istantaneo.

Yorkshire pudding

Yorkshire pudding - BBC GoodFoodAdrian scrive Grandma doesn’t approve of Stick Insect using plain flour for Yorkshire pudding come giustificazione al fatto che la nonna non sopporta più l’amante del figlio (Stick Insect): l’effetto ironico è dato dall’assurdità della scusa perché è la farina corretta.

La maggior parte dei lettori italiani, però, non è in grado di identificare lo Yorkshire pudding e soprattutto non ne conosce gli ingredienti.

Per mantenere l’effetto dell’originale, nella traduzione italiana avevo sostituito Yorkshire pudding con un’altra pietanza che viene percepita come tipicamente inglese e i cui ingredienti sono sicuramente ben noti al lettore italiano: La nonna non approva che Manico di Scopa usi uva passa anziché uva sultanina per fare il plum-cake.

Caffè istantaneo

instant coffeeIl postino Courtney Elliot è, o vuole apparire, upper middle class: lo dicono il nome, il modo di vestire e soprattutto il modo di parlare e di agire. Il suo personaggio viene ulteriormente caratterizzato quando, dopo essersi presentato alla famiglia Mole, non accetta una tazza di caffè: Courtney refused a cup of instant coffee, saying that he only drank fresh-ground Brazilian.

Una traduzione letterale non avrebbe certamente dato alcun problema di interpretazione ma avrebbe fatto perdere l’informazione contenuta nell’originale: è l’appartenenza a una classe sociale diversa che fa “snobbare” a Courtney Elliot un certo tipo di caffè. Al lettore italiano di quegli anni, inoltre, sarebbe potuto sembrare insolito, e forse addirittura eccentrico o vagamente inospitale, che a un ospite venisse offerto caffè istantaneo.

Avevo quindi deciso di modificare la situazione, per poter conservare l’informazione “sociale” contenuta nell’originale. Considerando che uno degli stereotipi più comuni che riguardano gli inglesi è che questi bevano tè in continuazione, e che gli italiani hanno in genere una conoscenza abbastanza superficiale dei vari tipi di tè, avevo proposto questa traduzione: Quando gli abbiamo offerto una tazza di tè Lipton, Courtney ha detto di no. Ci ha detto che lui beve solo Earl Grey della Twinings, e comunque non in bustina.  
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In La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole ci sono altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa e quindi per alcuni aspetti ormai datata.

Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.

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7 commenti a “Traduzione enogastronomica”

  1. 12 luglio 2010 10:24

    Marina:

    Ciao Licia, grazie per averci segnalato!
    Gli esempi della tua tesi sono davvero interessanti, tra l’altro il tuo è un esempio di localizzazione piuttosto particolare, perché invece di sostituire con qualcosa di prettamente “italiano”, hai dovuto mantenere un riferimento alla cultura inglese, quindi hai localizzato – predilegendo lo stereotipo conosciuto dal lettore italiano – all’interno della stessa cultura! Bellissimo esempio, davvero, mi sa che ti citerò! ;-D
    Marina

  2. 12 luglio 2010 18:38

    Daniele A. Gewurz:

    Ciao Licia!
    Mi dispiace, ma questa volta non sono del tutto d’accordo con te.
    Premettendo che non ho letto il testo più lungo a cui rimandi, ma solo quello che scrivi qui, ho qualche perplessità.
    E se il lettore – anche se legge una traduzione – avesse abbastanza dimestichezza con gli usi britannici da non trovare niente di strano nel caffè solubile?
    E se volesse citare a qualcun altro, che magari ha letto il romanzo in inglese o tradotto in un’altra lingua, la scena in cui quel personaggio rifiuta il tè Lipton, e il suo interlocutore lo guardasse un po’ perplesso? Magari trovava interessante che nel romanzo venisse citata una certa marca, e poi scopre che è un’invenzione del traduttore.
    O, cosa più importante, se si aspettasse dalle sue letture di apprendere anche qualche minuzia sui costumi del paese in cui si svolge il romanzo? Se legge tre romanzi in cui la gente beve e offre caffè solubile (continuo sempre con lo stesso esempio), si renderà conto che è una cosa abituale.
    Scusa se sono troppo critico: trovo anch’io che la localizzazione all’interno della stessa cultura sia una trovata molto brillante, ma ho qualche dubbio diciamo “pedagogico”…
    Per essere costruttivo, o almeno contrapporre alternative concrete, io nel primo caso avrei lasciato il dolcetto dello Yorkshire (scervellandomi su come tradurlo, o se lasciare “pudding”) e magari aggiungendo che usava farina XXX *anziché YYY* (indagando sui vari possibili ingredienti dello Y.p.). Nel secondo caso avrei tradotto abbastanza alla lettera, magari calcando appena appena la mano sul fatto che Courtney vuole un tipo di caffè ben preciso e appena macinato.
    Comunque non sto certo dicendo che farei di meglio come traduttore: sto più che altro pensando che come lettore preferisco sapere che cosa fanno veramente i personaggi, anche quando i dettagli fossero lievemente enigmatici. E sennò quando traduciamo un romanzo del Botswana, come dovremmo fare?

  3. 13 luglio 2010 09:03

    Licia:

    @Daniele: grazie del commento.

    Aggiungo un paio di informazioni per capire meglio il contesto degli esempi.

    Il titolo della tesi era La traduzione di un successo umoristico “culture bound”: The Growing Pains of Adrian Mole di Sue Townsend e veniva subito chiarito che i diari di Adrian Mole non andavano considerati come “letteratura” ma come libri umoristici, un tipo di prodotto che non ha eccessive pretese letterarie e viene fruito rapidamente. C’era poi tutto un discorso sul lettore modello, indentificando il quale si possono riconoscere e rendere espliciti i meccanismi di cooperazione testuale che entrano in gioco nell’originale, riproducendo e rendendo accessibili al lettore italiano i meccanismi umoristici che divertono il lettore inglese.

    Adrian Mole osserva il mondo con l’ingenuità e la mancanza di prospettiva di un ragazzino che crede di trovarsi al centro dell’universo e così si trova a descrivere avvenimenti che per gli adulti sono di una banalità sconcertante. È proprio il rilievo dato a questa banalità che conferisce comicità a molte situazioni (a questo proposito, l’autrice aveva affermato “I didn’t want too many bizarre things in the book, I wanted very dull, ordinary things”). Nella traduzione andavano quindi mantenute le connotazioni tipicamente britanniche ma doveva anche essere riprodotta la banalità delle situazioni dell’originale e, in questo contesto, andavano evitati eventuali dettagli enigmatici proprio perché avrebbero interferito con i meccanismi umoristici.

    Sono del tutto d’accordo che per un romanzo senza le stesse finalità comiche l’approccio dovrebbe essere diverso e neanch’io sostituirei i riferimenti al caffè o allo Yorkshire pudding, specialmente se viene descritto il pranzo della domenica o altri usi tipici di una cultura o di un paese.

    E a proposito di romanzi del Botswana, mi vengono in mente ambientazioni e personaggi di Alexander McCall Smith, in particolare Mma Ramotswe che beve soprattutto red bush tea. Ho letto tutta la serie nella versione originale ma la prossima volta che passo da una libreria darò un’occhiata alle traduzioni italiane per vedere qual è la bevanda preferita della protagonista: rooibos o tè rosso? 😉

    Licia

    PS  Per chi come me beve litri di tè, qualche mese fa in The Observer c’era un bel pezzo proprio di McCall Smith, Confessions of a tea addict.

  4. 13 luglio 2010 12:33

    Mara:

    Vi prego, rooibos, non tè rosso!

    C’è abbastanza confusione in Italia fra i due (senza considerare la terminologia internazionale standard vs l’uso nei vari paesi).

    Ringrazio Licia per gli ulteriori esempi da usare per la lezione (mi sento un po’ egoista :-)…)

    A Daniele rispondo che il tipo di dubbio che lui pone è quello che quotidianamente devono affrontare i traduttori letterali. Cosa perdere in una traduzione è un problema quotidiano.

    Mara

  5. 13 luglio 2010 14:53

    Ilaria:

    Ho trovato molto interessanti gli esempi citati e l’attenzione posta al dettaglio delle sfumature gastronomiche in traduzione. Volevo però chiederti: non hai avuto obiezioni nella tua tesi per aver citato (inserito) due marche? E’ una curiosità mia, perché spesso ho dei dubbi su come comportarmi a riguardo. Grazie!

  6. 13 luglio 2010 15:31

    Licia:

    @Ilaria: in questo caso, il testo originale conteneva molti riferimenti a marche (addirittura c’è un bambino che si chiama Maxwell House come il caffè) e quindi un paio di marche in più ci poteva stare 😉
    In altri contesti effettivamente sarebbe un approccio discutibile.

  7. 16 luglio 2010 11:11

    Mara:

    Ciao Ilaria,
    posso confermarti che nei saggi e nei testi non letterali l’input dei committenti è quello di eliminare marche e nomi commerciali. Mi sembra strano però che lo stesso valga in un testo narrativo. In fondo una cultura è anche questo.