Terminologia etc.

Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

Post di luglio 2010

Scherzetti (o scherzacci?) di localizzazione

Stanno circolando un paio di storie di “problemini” in alcune versioni localizzate di Facebook, nel frattempo risolti.

Nell’interfaccia spagnola, i compleanni del giorno venivano segnalati da una frase non proprio raffinata, “fuck you bitches” (dettagli in TechCrunch):

TechCrunch - Facebook Celebrates People’s Birthdays In A Special Way: “F*ck You B*tches”

Nell’interfaccia turca, alcuni dei termini e dei messaggi di errore più comuni erano stati sostituiti da versioni molto più “creative”, ad es. l’impossibilità di inviare un messaggio a un utente perché offline veniva invece attribuita alle dimensioni ridotte del proprio pene. Tutti i dettagli in CounterMeasures.

Nel caso turco, lo scherzo è stato pianificato in un forum, sfruttando la nota modalità di localizzazione in crowdsourcing di Facebook (in attesa di brevetto), dove gli utenti propongono traduzioni e vengono adottate automaticamente quelle che ricevono più voti, a quanto pare senza ulteriori controlli: ai burloni turchi è così bastato inserire traduzioni alternative e votarle in massa.

Il leitmotiv dei riferimenti volgari mi ha fatto tornare in mente un aneddoto che circolava una ventina di anni fa a proposito di uno dei primi correttori ortografici, prodotto da un’azienda allora molto nota (ora defunta) che si era servita di studenti per inserire i dati nel dizionario: per vincere la noia del lavoro ripetitivo qualcuno di loro si era divertito ad associare parole davvero poco eleganti ad alcuni suggerimenti di correzione. Facile immaginare le reazioni degli ignari utenti.

Aggiornamento 6 agosto – Altri esempi dei burloni turchi e spagnoli in Facebook e la saggezza delle folle (Il Disinformatico).

Vedi anche: Errori di localizzazione fatali!, per un problema di localizzazione in turco, Correttori ortografici ed effetto Cupertino, per una spiegazione del nome dato agli scherzetti involontari dei correttori ortografici, e Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2, per alcune considerazioni sui progetti terminologici in crowdsourcing.

Scraped content: raggiunto il fondo del barile?

Il termine inglese Web scraping indica varie tecniche, più o meno automatizzate, di acquisizione di dati da pagine Web per poi rielaborarli altrove. Il termine correlato scraped content di solito ha un’accezione più negativa: descrive il contenuto che viene duplicato e ripubblicato altrove senza autorizzazione dell’autore e senza link all’originale.

In italiano si tende a privilegiare il prestito Web scraping mentre per scraped content non c’è un termine preciso e vengono usate descrizioni tipo contenuto clonato, contenuto duplicato non autorizzato, ecc.  Come spesso succede, si perdono alcune connotazioni dei termini originali inglesi: a me, ad esempio, il verbo scrape fa venire in mente l’espressione scrape [the bottom of] the barrel  e, in un certo senso, chi si riduce a scopiazzare con finalità poco trasparenti non sta proprio “raschiando il fondo del barile”?!

schermata del post apparentemente "clonato" e link al post originale: Calcio, football, soccer... e bambineChissà se è anche il caso di un blog italiano che mi ha segnalato Elisa e che ripropone contenuto altrui di tipo linguistico e terminologico, soprattutto in inglese ma anche in italiano, senza però citare l’autore e/o includere il link al testo originale, come per alcuni post di questo blog? O forse si tratta solo di un’operazione un po’ maldestra, visto che nell’intestazione del blog viene dichiarato esplicitamente che le notizie sono prese dalla rete e c’è anche un blogroll con i link ad alcune delle fonti?

Aggiornamento 2 agosto – Sono stata contattata dalla persona che gestisce il blog, che ringrazio per avermi chiarito che in questo caso si trattava effettivamente di un inconveniente tecnico e che, risolto il problema, appariranno i link previsti.


Vedi anche: Phishing: truffa, spillaggio, abboccamento? per un esempio di connotazioni non trasferibili nella lingua di arrivo.

Terminologia locale: il pulsante TIRO

Al citofono: "aspetta che ti do il tiro!"Si può provare qualche momento di perplessità la prima volta che si esce dall’androne di qualche condominio di Bologna: si cerca il comando per aprire il portone ma si trova solo un pulsante con la misteriosa scritta TIRO

E invece è proprio quello il comando per aprire la porta. Il nome del pulsante riflette una peculiarità linguistica locale, la cui etimologia è spiegata in dettaglio in Wikipedia:

  La fortissima sedimentazione odierna di tale parola [tiro] nelle abitudini quotidiane degli abitanti della provincia di Bologna è certamente riferibile alla presenza, universale già dalla fine del Settecento, nelle case bolognesi di una catena o una corda che comandava meccanicamente l’apertura del portone, riportata mediante apposite carrucole fino ai piani alti delle abitazioni.
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Un’altra catena o corda permetteva a chi arrivava di suonare una campanella per annunciare la propria presenza e richiedere l’apertura del portone, che la servitù otteneva dando un secco e deciso tiro all’apposita corda, sbloccando la serratura a distanza.
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Quando si è diffusa l’energia elettrica, l’utilizzo della parola tiro per significare comando di apertura della porta era tanto diffusa che il termine è sopravvissuto, nonostante nei pulsanti elettrici non ci fosse nulla da tirare.  

Al citofono, l’espressione dare il tiro non ha quindi nulla a che fare con il fumo o sostanze stupefacenti ma semplicemente vuol dire “aprire il portone”. 


Vedi anche: cartelli insoliti.

Una casa shabby al punto giusto…

Mi è capitata tra le mani una rivista di arredamento non specializzata, destinata a chi vive in case di piccole e medie dimensioni. Ha una grafica accattivante ed è molto piacevole da sfogliare, però più che i mobili ho notato l’uso massiccio di parole inglesi, ben oltre i prevedibili look, appeal, trendy, hi-tech e altri prestiti ormai comuni in italiano (specialmente in ambito aziendale).

Qualche esempio (corsivi miei):

in stile navy, stile British, dondolo old style
rigorosamente white&blue, black&white, se sei blu-addicted [sic], total white, il tuo green party, green & chic, cucinare: blue link
English Mood, scegli il tuo mood
wallpaper anni ‘70, daybed 
pattern iper-materico, forma sixties
tre modi di dire outdoor, complementi d’arredo outdoor  
tutto mooolto glam, coffee-table iperglam [sic]   
soft budget, nice design, cucina young, ambiente open, temperature hot, decoro easy     
apparecchi new generation, case stress-free, il divano è un comodo no-name
mix & match, shopping in & out  
bookmaniaci, Face & cook  

I testi delle riviste italiane infarciti di parole inglesi non sono certo una novità, ho però l’impressione che la loro presenza nelle pubblicazioni destinate a un pubblico generico sia un fenomeno un po’ più recente: mi viene in mente la rivista del supermercato Esselunga, che si chiama NEWS e pullula di parole inglesi, ad es. i prodotti alimentari sono sempre  rigorosamente descritti come food. Mi domando che effetto faccia sulle persone più anziane e su chi non ha molta familiarità con l’inglese…

O forse in alcuni casi si dà per scontato che il lettore tipico abbia una comprensione abbastanza ristretta dell’inglese? Una casa descritta come accogliente e shabby, ad Case stress-free: una villetta luminosa, accogliente e shabby al punto giusto.esempio, può sembrare una specie di ossimoro a chi ha padronanza della lingua, però può darsi che chi legge la rivista di arredamento interpreti la parola shabby unicamente come riferimento allo stile shabby chic, senza associarla ai significati negativi dell’aggettivo inglese (misero, squallido, in cattivo stato, degradato).

Vedi anche: Terminologia e utente tipico e itanglese.


Aggiornamento – Dal numero di febbraio 2011 della stessa rivista, solo nelle prime 15 pagine non di pubblicità si trovano craft room, crafts, soft budget, idee express, news, cult!, city-guide, progetto crafts (con la nota del direttore “non me ne vogliano i patiti dell’italiano-a-tutti i costi ma le craft room hanno già una loro storia”), angolo crafts, stile glossy, tendenza crafts, stickers, scrapbook, la cover della poltrona minimal, atmosfera cottage, idea cool, effetto hand-made, il look tricot è molto craft (?!), animal style, masking tape (suona decisamente più cool di nastro adesivo per mascheratura!), décapé forever, bordo a crochet (francesismo usato anche in inglese; probabilmente “all’uncinetto” non è abbastanza trendy?), comfort, all white, living, stylist, mood, mission possible, cozy (spiegato traducendolo come “coccoloso”)… E anche la pubblicità non scherza: in tre pagine successive si legge more with less, living and cooking, total home design.

# nomi inglesi del cancelletto #

Ho trovato interessante hash / pound / number sign (il titolo fa riferimento ai tre termini inglesi più comuni associati al simbolo #) e scoprire, in particolare dai commenti a questo e a un altro post, The "pound sign" mystery, che il cancelletto viene chiamato in molti altri modi in inglese, spesso con differenze d’uso nella varietà americana e in quella britannica.

cancelletto Alcuni esempi di nomi: octothorpe e le varianti octothorp, octathorp, octothorn, and octatherp (le possibili etimologie sono molto curiose ma fanno quasi tutte risalire oct- alle otto punte del simbolo), crosshatch symbol, square (UK), gate (UK), double cross symbol (diverso da , double dagger), tick-tack-toe sign (con riferimento al gioco del tris), crunch (gergale, usato in ambito mainframe) e sharp symbol (in questo caso # viene confuso con , il simbolo musicale del diesis, che però ha le barrette lunghe perpendicolari e quelle corte inclinate, l’opposto del cancelletto).

Il simbolo # ha inoltre il significato di “inserire spazio” nelle revisioni di testo e può indicare “frattura” negli appunti dei medici americani.

In molti fanno risalire l’etimologia di pound sign all’abbreviazione lb per la libbra (pound): nella scrittura a mano le due lettere sarebbero state unite in e da qui si sarebbe poi arrivati alla forma del cancelletto, ma ci sono altre teorie, come descritto in The "pound sign" mystery: in seguito a una revisione del codice Baudot (un sistema di codifica di caratteri per telescriventi), a una specifica combinazione di tasti nelle versioni internazionali del codice era stato assegnato il simbolo £, usato anche per la sterlina (pound) e per questo poco utile negli Stati Uniti, cosicché nella versione americana alla stessa combinazione era stato fatto corrispondere il simbolo # e questo, in inglese americano, potrebbe aver portato al nome pound sign per il cancelletto.

Vedi anche: hashtag, una delle parole dell’anno tecnologiche del 2009 negli Stati Uniti.

Tu Vuo’ Fa’ l’Americano?

Inizialmente incuriosita da un errore di battitura sul sito del Corriere della Sera, ho notato una formattazione insolita nelle pagine della Cronaca di Roma: tutte le parole nel titolo degli articoli nel percorso di navigazione hanno l’iniziale maiuscola.  

Articolo originale: Lo guardo più bello sulla Capitale è di «un milanese a Roma»

Le iniziali maiuscole per sostantivi, aggettivi e verbi nei titoli (di solito non per preposizioni o articoli) sono una convenzione tipicamente americana raramente usata in italiano, se non in alcune traduzioni che riproducono pedissequamente il testo originale. E può bastare il titolo per capire se il testo che segue è in inglese britannico o americano:

US to impose new sanctions on North Korea - The Independent

U.S. to impose More Sanctions Against North Korea - New York Times


Vedi anche: Giornata della punteggiatura (USA), su alcune convenzioni di scrittura che variano in base al paese, e Dr Johnson, per una breve nota sul diverso uso dei punti nelle abbreviazioni in inglese americano e britannico.

Aggiungo il riferimento alla combinazione di tasti MAIUSC+F3 in Microsoft Word, funzionalità che nella modalità “iniziali maiuscole” probabilmente è usata solo dagli americani.

  • Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 2

    Linguista non ha ancora commentato i risultati del concorso di cui ho parlato qui ma le traduzioni vincenti sono state anticipate da Osservatorio della lingua italiana:

    “A imporsi, fra le proposte di traduzione di blog, chat, newsletter, provider, spamming, i fervidi frutti della notoria fantasia italica. Digidiario, blabele, infolettera, telefornitore, digiluvio postale: queste, a nostro giudizio, le cinque migliori soluzioni prodotte dagli oltre seicento partecipanti”

    Sono curiosa di vedere quali saranno le motivazioni e i commenti alle proposte dei partecipanti [aggiornamento: i risultati in "La parola giusta", i vincitori. Tutta questione di ciberciarle], intanto torno sull’argomento perché tra i moltissimi contributi interessanti e creativi si potevano notare anche alcuni problemi tipici dei progetti terminologici in crowdsourcing o in altri formati aperti alle community (ad es. per raccogliere commenti e suggerimenti degli utenti sulla terminologia di software localizzato, come l’iniziativa Microsoft Terminology Community Forum).

    Una caratteristica comune di questi progetti è l’entusiasmo e la disponibilità dei partecipanti e quindi spiace che, specialmente per questioni linguistiche che richiederebbero conoscenze specifiche che non tutti hanno, certe proposte non possano essere prese in considerazione. Conoscendo i potenziali problemi si può però cercare di prevenirli e supplire alla mancanza di competenze terminologiche, riducendo così i commenti non validi.

    Prendo spunto da alcuni contributi al concorso di Linguista per fare qualche esempio e proporre alcuni suggerimenti (): 

    Non sempre viene colta l’importanza del valore monosemico del termine e vengono proposte parole comuni già associate a concetti diversi da quello che si dovrebbe identificare in maniera univoca, senza considerare che in genere la terminologizzazione ha successo solo se viene subito associata a un nuovo concetto, difficilmente potrebbe imporsi anche in seguito. Alcuni esempi dal concorso: ricordino, novità, gazzella, lampo (newsletter); grasso, inquinante (spamming); ponte, porto (provider); discussione, campo, piazzale, salotto, linguaggio virtuale (chat); anima, posto, pozzo, piazza, deposito, foro, giornale, dizionario, globo, lavagna, bolla (blog), ecc.
      Se il progetto include concetti già entrati nel mercato, può essere utile includere brevi istruzioni che indichino esplicitamente di evitare parole comuni.
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    Vari contributi mostrano che il concetto espresso dal termine inglese non è stato recepito correttamente o addirittura travisato del tutto, come si può vedere da permesso, dominio, pusher virtuale, cervellone addetto allo smistamento della posta, provvigione (provider); pettegolezzo, abbonamento di posta elettronica (newsletter); egocentrismo, (spamming), foro internautico (chat); autarchivio internautico, eternauta, webamici (blog). In alcuni casi i concetti non appaiano sufficientemente differenziati tra loro, come per la persona che ha proposto digispettegolezzo per blog e digichiacchiera per chat.
      Nei progetti in cui si parte dal termine originale inglese possono esserci problemi di comprensione (esempio: split button) e va quindi prevista una definizione che descriva il concetto escludendo ambiguità, meglio se scritta nella lingua di arrivo; se il caso, si possono aggiungere riferimenti a concetti potenzialmente confondibili (ad es. si potrebbe chiarire cosa distingue un blog da una chat) o a termini già esistenti che verrebbero automaticamente scartati se proposti, ad es. forum come alternativa a chat (altri esempi in Domande sulle risposte).
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    Ho notato che provider è stato interpretato da una parte dei partecipanti in base al significato generico che ha in inglese (“fornitore) e dall’altra al significato più specifico che in inglese è associato al concetto subordinato Internet Service Provider, con notevole confusione nei contributi. 
      Anche in questo caso, essenziale una buona definizione; per evitare ambiguità, si può rendere esplicita la relazione gerarchica tra concetti includendo alcuni esempi di concetti subordinati, ad es. facendo riferimento a diversi tipi di provider.
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    Il concorso prevedeva solo sostantivi ma si trovano varie proposte che hanno una diversa funzione grammaticale, ad es. aggettivi come iperpersonale, opinionato (blog) e sgradito, nonvoluti, cestinabile, infestante, inquinante (spamming); verbi e forme verbali come te lo dico (blog), chiacchieriamo, blaterare, ci sei? (chat),  pattumare, occhio è posta spazzatura, non aprirmi, vade retro, butto via (spamming), sai-mica-chi (newsletter).
      Si può associare la categoria grammaticale a ciascuna voce inglese; dovrebbe essere sufficiente perché venga riprodotta correttamente nei contributi (a differenza di molti americani, gli italiani di solito conoscono la grammatica di base!).
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    In alcuni casi anziché termini vengono proposte unità polirematiche o descrizioni: quello di cui hai bisogno (provider); parlando di me, dibattito fra utenti di un gruppo (blog); conversazione in tempo reale fra utenti (chat); messaggi pubblicitari sgraditi su posta (spamming).
      Anche qui, è utile fornire delle brevi istruzioni con esempi di cosa evitare (vedi anche: “Kluge” ed errori nei database terminologici).
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    Capita di notare incongruenze di registro, spesso nei contributi di una stessa persona (ad es. scrivoparlo, provvedente e postaccia per chat, provider e spamming).
      Una breve indicazione del tipo di utente a cui è destinata la terminologia, ad es. indicando esplicitamente se lo “stile” debba essere formale o informale, spesso è sufficiente per ridurre questo tipo di problema. 

    Si potrebbero fare altre considerazioni sul formato e gli accorgimenti da adottare nella definizione di un progetto terminologico aperto a una community, come pure sul ruolo dell’eventuale moderatore, ma per oggi mi sono dilungata fin troppo: argomento per un prossimo post?

    Traduzione enogastronomica

    Mi sembra davvero interessante il Laboratorio “Traduzione e scrittura in ambito enogastronomico” proposto da Langue&Parole. Tra i vari argomenti trattati: il formato di pubblicazione, le tipologie di testo, i lettori, la scelta se e come tradurre o “localizzare” in base al contesto, ecc.

    L’unica volta che ho avuto a che fare con la traduzione “alimentare” è stato per la mia tesi di laurea (in traduzione), in cui avevo analizzato i primi due diari di Adrian Mole di Sue Townsend (The Secret Diary of Adrian Mole Aged 13 3/4 e The Growing Pains of Adrian Mole), best seller umoristici pubblicati negli anni ‘80 in Gran Bretagna e caratterizzati da un’ambientazione tipicamente inglese e numerosissimi riferimenti culturali che potevano risultare sconosciuti al lettore italiano. Piatti tipici e prodotti alimentari erano spesso elementi essenziali di una situazione e quindi andavano trovate soluzioni specifiche che non distraessero il lettore (ad es. con spiegazioni o note a piè di pagina) ma mantenessero il sapore inglese dell’originale.

    Un paio di esempi di “localizzazione”:

    Yorkshire pudding - BBC GoodFood Adrian scrive Grandma doesn’t approve of Stick Insect using plain flour for Yorkshire pudding come giustificazione al fatto che la nonna non sopporta più l’amante del figlio (Stick Insect): l’effetto ironico è dato dall’assurdità della scusa. La maggior parte dei lettori italiani, però, non è in grado di identificare lo Yorkshire pudding e soprattutto non ne conosce gli ingredienti. Per mantenere l’effetto dell’originale, nella traduzione italiana avevo sostituito Yorkshire pudding con un’altra pietanza che viene percepita come tipicamente inglese e i cui ingredienti sono sicuramente ben noti al lettore italiano: La nonna non approva che Manico di Scopa usi uva passa anziché uva sultanina per fare il plum-cake.  
    Il postino Courtney Elliot è, o vuole apparire, upper middle class: lo dicono il nome, il modo di vestire e soprattutto il modo di parlare e di agire. Il suo personaggio viene ulteriormente caratterizzato quando, dopo essersi presentato alla famiglia Mole, non accetta una tazza di caffè: Courtney refused a cup of instant coffee, saying that he only drank fresh-ground Brazilian. Una traduzione letterale non avrebbe certamente dato alcun problema di interpretazione ma avrebbe fatto perdere l’informazione contenuta nell’originale, ovvero che è proprio l’appartenenza a una classe sociale diversa che fa “snobbare” a Courtney Elliot un certo tipo di caffè. Al lettore italiano, inoltre, suonerebbe decisamente insolito, e forse addirittura eccentrico o vagamente inospitale, l’offrire caffè istantaneo a un ospite. Avevo quindi deciso di modificare la situazione, per poter conservare l’informazione “sociale” contenuta nell’originale. Considerando che uno degli stereotipi più comuni che riguardano gli inglesi è che questi bevano tè in continuazione, e che gli italiani hanno in genere una conoscenza abbastanza superficiale dei vari tipi di tè, avevo proposto questa traduzione: Quando gli abbiamo offerto una tazza di tè Lipton, Courtney ha detto di no. Ci ha detto che lui beve solo Earl Grey della Twinings, e comunque non in bustina.  

    Per chi fosse eventualmente interessato ad altri esempi dalla mia tesi, con tutte le limitazioni di un’analisi fatta una ventina di anni fa, quindi per alcuni aspetti ormai datata,
    La traduzione di nomi di alimenti nei diari di Adrian Mole.

    Vedi anche: Pasta e differenze culturali, Cibo e cultura (e ClipArt di Office) e Alcuni riferimenti natalizi inglesi, per alcune differenze alimentari/culturali in italiano e in inglese, e Narcisi, cultura inglese e traduzione, per un altro esempio di adattamento da uno dei diari di Adrian Mole.

    magnetofono e registratore a cassette

    A chi era bambino ai tempi di Hit Parade, la trasmissione radio dell’appena scomparso Lelio Luttazzi, sicuramente piacerà leggere È nell’olimpo della hit-parade di Luca Sofri. 

    Ovviamente non potevo non apprezzare anche la nota terminologica (grassetti miei):

    […] il magnetofono, me lo ricordo benissimo. Per la lingua di allora – la parola è in effetti desueta – un magnetofono era semplicemente un registratore a cassette, che aveva ereditato il suo nome dai precedenti registratori a bobine […]. Cosa fosse un registratore dovreste invece saperlo tutti, almeno ancora per qualche anno

    Registratore a cassette è un tipico esempio di retronimo e di quanto rapida sia l’evoluzione della lingua e della terminologia, specialmente in ambito tecnico: quando ero piccola, il registratore era “per antonomasia” quello portatile a cassette (a casa mia un modello SANYO con comandi a cloche!) e la parola magnetofono suonava già antiquata e riservata ai registri più formali.

    Alternative a blog, chat, newsletter, spamming? – 1

    Il mese scorso il blog Linguista ha lanciato un concorso, rivolto soprattutto agli studenti, per proporre traduzioni a cinque parole inglesi legate al Web e ormai comuni in italiano: blog, chat, newsletter, provider, spamming.

    Nel linguaggio tecnico, specialmente informatico, i prestiti integrali sono spesso preferiti a possibili alternative italiane per il loro valore monosemico (non si confondono con altri oggetti o concetti) e per la loro concisione, efficacia espressiva e adeguatezza nominativa*. A parte provider, che ha un equivalente italiano in fornitore, anche i termini scelti per il concorso fanno parte di questa categoria e mi sembra siano ormai radicati nella nostra lingua, diventando dei cosiddetti forestierismi insostituibili.

    L’iniziativa di Linguista appare così soprattutto un divertimento linguistico ma è sicuramente una bella idea per stimolare riflessioni sulla produzione e l’uso del lessico. Dando un’occhiata ai contributi si notano infatti parecchi suggerimenti creativi e commenti interessanti e colpisce la notevole varietà di meccanismi di formazione di nuove parole usati dai partecipanti:

    Prestiti adattati, come blogo, blago, nuletta, niuslitter, nosletta, niuslettera, provaider, provvideratore, ciattera, ciat, ciaccia, ciatta. 
    Prestiti interni (dialettismi), come ciacola, ciac(c)olata, ciana, cicera (chat), rumenta, munnezza (spamming).   
    Calchi: notiziolettera, novaletta, novalittera (newsletter), manzotin, manzotinaggio, simmenthalare (spamming, con riferimento etimologico).   
    Molti esempi di derivazione, tra cui soprattutto l’aggiunta di suffissi a parole esistenti, ad es. infuffamento (spamming), chiacchieraio, cianciatoio, chiacchia, ciarleria, conversario (chat), serviziatore, internettaro (provider), cogitario (blog).
    Ancora per il meccanismo di derivazione, molto usati prefissi e soprattutto prefissoidi come in iperdialogo, ciberciarla, elettrodialogo, telechiacchiera (chat), iperpattume, e-scorie, emmondizia (spamming), ciberfornitore, e-fornitore (provider); interessante notare che inter- non significa più “tra” ma “Internet”, come in intervoce, interdialogo (chat) e interdiario (blog)
    Esempi di alterazione, soprattutto per rendere l’accezione negativa di spamming, ad es. postume, postazza, postaccia.
    Parole composte, in particolare secondo il modello nome+aggettivo, come ad es. chiacchierata telematica / elettronica / virtuale (chat), zibaldone elettronico (blog).
    Molti esempi di parole macedonia (tamponamenti di parole), ad es. postizia (posta+immondizia), polesta (posta+molesta), pospazza (posta+spazzatura), pubblicitame (pubblicità+ciarpame); periodiziario (periodico+notiziario), retiario (rete+diario), forniservizi (fornitore/fornire+servizi), cronolario (cronologico+diario), ciarola (ciarla+parola), leggizia (leggimi+notizia); molto divertente forfoposta (forfora+posta).
    Vari conglomerati, ad es. scrivoparlo e digiparla (chat), postinvade (spamming)
    Acronimi, ad es. DDB (diario di bordo) e DECC (diario elettronico condiviso e commentato) per blog, CIR (chiacchierata in rete) e CIAT (Corrispondenza Istantanea Attraverso Terminale) per chat, NEP (notiziario elettronico periodico) per newsletter, ESE (erogatore servizio elettronico) e F.A.SE.R (fornitore accesso servizi di rete) per provider. 
    Abbreviazioni, ad es. infovelo (newsletter). 
    Metaforizzazione, come per polentaggio (“il voler propinare a tutti i costi un qualcosa che ti esce fuori dagli occhi…per questo ho pensato alla polenta che in tempi di guerra probabilmente a molte persone suscitava le stesse reazioni dello spam”), zanzare (“inevitabili, fastidiose, frequenti” come lo spam).
    Mi ha colpito l’uso di elementi formanti colti dalle lingue classiche, un approccio che in ambito Web potrebbe sembrare insolito se non si pensa alle parole latine nella terminologia informatica inglese. Alcuni esempi: celesce, “celerĭter velocemente + λέσχη, -ης, ἡ conversare”, per chat, semito, “σήμερον oggi + μῦθος, -ου, ὁ notizia”, per newsletter; effemeride, “dal lat. ephemĕris -ĭdis, dal greco diario, composto di sopra (a riguardo) + giorno” per blog; ci sono poi varie proposte forse non del tutto convincenti per provider, come remicula, “rete, is + militia, -ae servizio militare”, retiario, “mediato dal latino Retiarius, che alludeva a un gladiatore armato di rete” per provider; apparitore, “da apparitus ovvero servitore pubblico”; sinistarco, “συνιστημι sunistemi in greco”.
    Ci sono anche parecchi esempi di parole che non sono trasparenti e non è chiaro se siano neoformazioni ad hoc o se si tratti di gergo giovanile, ad es. slollo (chat), suntiva (newsletter), sbittatore (provider), smuggia, digiastro (spamming), però hanno una loro efficacia perché rimangono impresse facilmente.
    Divertente l’enfasi espressiva conferita con il simbolo @ in chi@cchiera (chat) e di@rio (blog).

    Altre proposte sono invece meno efficaci ed evidenziano le difficoltà che si possono incontrare anche con i progetti terminologici in crowdsourcing o comunque aperti alla partecipazione di tutti gli utenti, un’attività ultimamente abbastanza diffusa nella localizzazione. Ne parlerò nella seconda parte di questo post.


    * Cfr. Le parole del lessico italiano

    Vedi anche: 10 anni della parola blog, sull’assestamento del termine blog anche in italiano, e Ancora sull’uso dello scanner, sui possibili meccanismi che portano alla prevalenza di un’opzione linguistica su altre disponibili.

     why are blogs called blogs?!?