Post di maggio 2010
L come…
È noto che i gesti italiani* incuriosiscono molto gli stranieri. Altrettanto singolari possono essere alcuni gesti usati in altri paesi, eloquenti per chi li condivide ma spesso oscuri per chi non fa parte di quella cultura. Un esempio nella striscia di Dilbert di ieri:
In America settentrionale, il gesto fatto con pollice e indice della mano destra sulla fronte, a simboleggiare la lettera L, significa loser (“perdente” nel senso di “fallito”, “sfigato”).
Sembra sia nato in Canada all’inizio degli anni ‘90 e si sia poi diffuso grazie al film Ace Ventura: Pet Detective, dove veniva ripetutamente usato dal protagonista Jim Carrey, e poi ad altri film tra cui la commedia romantica Loser (2000), che dava grande risalto al gesto nel materiale promozionale del film (ho fatto una ricerca veloce: appare anche nella versione italiana, uscita con il titolo American School. Sarei curiosa di sapere se e come è stato “localizzato” il riferimento al gesto americano, ma questo non è proprio il mio genere di film e dubito che mi capiterà di vederlo…).
Altro esempio da una striscia di Stone Soup:
(e un altro qui).
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* esempi di gesti italiani spiegati agli inglesi qui, qui, qui, qui, qui.
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Un nuovo blog: BIK Terminology
Mi fa molto piacere che Barbara Inge Karsch abbia deciso di condividere le sue riflessioni su terminologia e lavoro terminologico con un nuovo blog, BIK Terminology.
Conosco Barbara molto bene perché a lungo abbiamo fatto parte dello stesso team in Microsoft, lei come terminologa tedesca e terminology researcher per l’inglese e io come terminologa italiana. Lavorare con Barbara è sempre stato un grande piacere: poche persone possono vantare la sua competenza nel campo della gestione della terminologia e la sua abilità nel fare formazione e chiarire concetti che altrimenti risulterebbero ostici a chi non ha una preparazione linguistica specifica. Non a caso mi è piaciuta molto la nota sulla soluzione dei rompicapi terminologici nella descrizione del blog!
Nel post What is a term? Barbara spiega cosa si intende per termine e dà indicazioni pratiche sul contenuto di un database terminologico per il supporto alla localizzazione, chiarendo che non è proficuo documentare simboli, stringhe di testo, nomi fittizi ed esempi, specialmente se sono già classificati o archiviati altrove (ad es. nelle memorie di traduzione), se non possono essere definiti (come i messaggi di errore o altro testo ricorrente) o se non vale la pena standardizzarli (come gli esempi, che possono richiedere adattamenti diversi in base al contesto).
Sicuramente un blog da seguire: benvenuta Barbara!
Si…
Web2.0rhea
In “Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa? ipotizzavo che nella parola italiana blogorrea si notasse soprattutto il richiamo a logorrea mentre nell’inglese blogorrhea fosse più evidente il riferimento al suffisso –rrhea e relative connotazioni negative.
Mi sembra che questa interpretazione possa trovare conferma nel neologismo inglese Web2.0rhea, coniato per descrivere i contenuti, spesso non proprio eccelsi, generati dagli utenti nei social network. È ricorrente in The Register, da cui sono tratti questi esempi:
| ▄ | “Web2.0rhea infects International Space Station – A US astronaut has made a giant leap in social-networking history by sending the first tweet from space” [qui] |
| ▄ | “Gmail to get real |
Pur avendo una grafia particolare, destinata soprattutto alla comunicazione scritta, la parola Web2.0rhea non è comunque difficile da leggere, grazie alle convenzioni di pronuncia di 2.0 ("two point oh"): un’invenzione lessicale davvero efficace e divertente.
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Vedi anche: Lingua spedita, lingua tradita? (italiano, nuove tecnologie e social network).
significato Web 2.0
Lava, lapilli, turbinanti nubi di cenere vulcanica…
Ultimamente si parla molto di vulcani, grazie (?!) all’impronunciabile Eyjafjallajökull e, in questi giorni, al 30º anniversario dell’eruzione di Mount St. Helens (Stati Uniti), di cui The Boston Globe pubblica una serie di foto davvero impressionanti.
Guardando le immagini di Mount St. Helens ho pensato subito al verbo billow, che in inglese sembra immancabile quando si descrivono vulcani che sprigionano nubi di cenere, e infatti l’ho trovato nella prima didascalia, in un’altra foto e nei commenti!
Billow è un verbo inglese che mi piace molto ma che non ha un equivalente italiano: descrive fumo o vapore che sale in grandi quantità, a ondate, e dà l’idea di una massa che si gonfia e si dilata. I dizionari lo traducono con “fluttuare in grandi volute”, “levarsi a ondate” e simili, e ho visto billowing ash cloud reso con “turbinanti volute di cenere” (qui) e “torreggianti nubi eruttive” (qui), ma rimane comunque difficile riprodurre l’efficacia della singola parola inglese, che etimologicamente è legata anche a bellows, il mantice.
Passando alla terminologia scientifica sui fenomeni vulcanici, si notano altri dettagli interessanti, ad esempio in inglese ci sono parecchi prestiti dall’italiano quali fumarole (singolare!), lava, lapilli e solfatara, eponimi come Plinian eruption (eruzione pliniana) e termini che derivano da toponimi italiani come Strombolian eruption (eruzione stromboliana) e Vulcanian eruption (eruzione vulcaniana).
Sia in inglese che in italiano si trovano inoltre prestiti da varie lingue parlate in luoghi con fenomeni vulcanici, ad esempio caldera e hornito dallo spagnolo, maar dal tedesco, l’eponimo lacrime di Pele (Pele’s tears) e i tipi di lava aa e pahoehoe dall’hawaiano, il termine lahar, di origine indonesiana, e l’islandese jökulhlaup, un’inondazione causata da un vulcano che fa fondere un ghiacciaio (come quella dello scorso aprile in Islanda).
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Le definizioni dei termini, visualizzabili al passaggio del mouse, sono tratte dal sito Stromboli online, dove si possono consultare fotoglossari di termini vulcanologici in italiano, inglese, tedesco e… friulano!
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Touch screen napoletanizzato :-)
Poco fa ho sentito un’ulteriore conferma di come, per noi italiani, la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo e non sempre viene riprodotta correttamente quando si adottano prestiti da altre lingue: alla radio un napoletano molto simpatico descriveva un telefono cellulare dicendo che aveva “o tacce scrinne”.
Accennando alla pronuncia delle parole inglesi in italiano in Parla come mangi, notavo che per i prestiti quali touch screen i dizionari italiani riportano sia la pronuncia originale che la pronuncia italiana adattata, incluse eventuali variazioni di accento primario e accento secondario (indicati dai simboli ˈ e ˌ ), come si può vedere nell’esempio dal Devoto-Oli:
Dell’irresistibile pronuncia napoletana però non c’è traccia…
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Vedi anche: “pinch” non è solo pizzicare (considerazioni sulla terminologia associata a una recente funzionalità multi-touch).
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“Musati” e lunghezza di vocali e consonanti
La settimana scorsa ho fatto un paio di interventi alla SSLMIT di Trieste, dove ho studiato anch’io. In giro per la città mi ha fatto piacere riascoltare l’accento e il dialetto locali e soprattutto mi ha divertita il cartello esposto da una farmacia: VETRINA ANTI MUSATI.
I musati sono le zanzare e, a parte il nome, trovo curiose la pronuncia e la grafia della parola. Immagino che chi non ha familiarità con il dialetto triestino leggerebbe /mu’zati/ e non penserebbe invece a qualcosa che suona più o meno come “mussatti” o “mussati”.
Ho provato a chiedere informazioni a qualche triestino (e qualche bisiaco) e mi è stato detto che la parola non si scrive con le doppie. Niente di strano, se le convenzioni ortografiche locali prevedono che /ss/ si scriva s. Poi però mi è nata qualche perplessità quando i miei interlocutori hanno cercato di dimostrarmi le differenze di pronuncia “triestina” tra musati e l’eventuale mussatti: per loro erano parole diverse ma per me, non autoctona e poco portata a cogliere peculiarità acustico-articolatorie, suonavano indistinguibili.
Non sono affatto esperta di fonologia italiana, tantomeno triestina, ma azzarderei l’ipotesi che le vocali di musato possano essere leggermente meno lunghe di quelle che in italiano normalmente precedono una consonante breve, cosicché chi non è triestino potrebbe percepire la consonante che segue come se fosse geminata (“doppia”)?
A differenza di altre lingue, come il finlandese, in italiano la lunghezza delle vocali non è un tratto distintivo (mentre lo è la lunghezza delle consonanti, ad es. in cane e canne) e infatti non viene segnata nella trascrizione fonologica (ad es. nei dizionari si trova /‘kane/ e /’kanne/ ). Si ricorre alla trascrizione fonetica per specificare le distinzioni allofoniche e gli allungamenti fonetici e si usa il simbolo [ː] per indicare le vocali lunghe, che per l’italiano si trovano soprattutto in sillabe aperte toniche (ad es. [‘kaːne] e [‘kanne]).
A questo punto sarei curiosa di vedere una trascrizione fonetica per il triestino, in particolare perché ho sentito anche qualche veneto* e ho scoperto che nei dialetti delle province di Treviso e di Venezia le zanzare si chiamano come a
Trieste ma la s (e in certe zone anche la t) viene percepita e pronunciata sempre geminata e quindi la parola viene resa graficamente con mussati e mussatti. A quanto pare, per un veneto l’eventuale parola musati avrebbe una /s/ breve (e vocali lunghe) e in questo caso diventerebbe facilmente distinguibile dalle altre varianti anche per un orecchio poco sensibile come il mio…
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Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste? per altre peculiarità linguistiche triestine.
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* Un grazie a Fabio per la verifica in varie fonti, tra cui il Vocabolario etimologico veneto-italiano (Turato-Durante), che fa risalire l’origine della parola al tardo latino mustio, -onis, “piccola mosca”, e l’Abecedario dei villani (Bernardi) che indica in “moscerino” un ulteriore significato di mussat(o).
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Top 100 Language Blogs
Vorrei ringraziare chi ha nominato Terminologia etc. e l’ha fatto inserire nella categoria Language Professionals dei Top 100 Language Blogs compilati da Lexiophiles.
Nelle quattro categorie del concorso ci sono molti blog interessanti che seguo da tempo e altri che non conoscevo ancora e che mi ha fatto piacere scoprire: dateci un’occhiata!
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Canzoni, anglicismi e mondegreen
Mi è piaciuto leggere Da Fred al Liga, english per essere up to date nel Portale Treccani, sugli anglicismi nelle canzoni italiane, tratto dal saggio Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato di Giuseppe Antonelli.
Ho qualche dubbio che le parole inglesi in un testo italiano vengano sempre riconosciute correttamente da chi ascolta le canzoni. Quando era uscito Vita spericolata, ad esempio, io ero convinta che Vasco Rossi cantasse “e poi ci troveremo come d’estate a bere del whisky…” e ci avevo messo un po’ anche a capire che Ligabue parlava degli Who e non di gru. Ehm…
In inglese queste interpretazioni a volte assurde di versi di canzoni si chiamano mondegreen, con riferimento al verso di una ballata del XVII secolo, “They hae slain the Earl O’ Moray / And laid him on the green”, che era stato frainteso come “And Lady Mondegreen” dalla scrittrice americana Sylvia Wright che poi aveva coniato il termine.
Nel libro The Language Instinct, Steven Pinker fa notare che in inglese i mondegreen spesso attribuiscono al verso un significato meno plausibile dell’originale. Direi anche in italiano, perlomeno a giudicare da certe chicche raccolte da Cernaki!
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PS A questo punto forse andrebbe anche citato lo pseudo-inglese di Adriano Celentano in Prisencolinensinainciusol, che recentemente ha goduto di qualche notorietà negli Stati Uniti: ne hanno parlato tra gli altri The New Yorker, Language Log e Boing Boing.
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Internet e determinologizzazione
Pubblicità che continua a passare alla radio:
| Voce femminile: “Purtroppo da noi non c’è l’ADSL” | |
| Voce maschile: “Non hai Internet?!?” |
Ogni volta che sento questo riferimento a Internet penso al processo di determinologizzazione: un elemento lessicale che in origine aveva un significato fisso e specifico in un ambito specializzato entra nel linguaggio comune dove assume un significato più generico.
In origine il termine Internet indicava una rete mondiale di computer e reti interconnessi utilizzando un protocollo comune di comunicazione TCP/IP, quindi un concetto informatico ben preciso e lontano dal riferimento generico all’idea di “connettività” trasmessa dalla pubblicità.
Il concetto di determinologizzazione (de-terminologization) è stato introdotto in un articolo di I. Meyer e K. Mackintosh, When terms move into our everyday life: An overview of de-terminologization. Tra i vari esempi per l’inglese vengono citati anche virtual, recycle, anorexic, multitasking e viene spontaneo notare che anche in italiano e altre lingue si riscontrano gli stessi fenomeni per i termini equivalenti.
Vedi anche: post che parlano del processo opposto, la terminologizzazione, e Algoritmi nel quotidiano per un altro esempio di determinologizzazione.
Aggiornamento luglio 2010 – Un bell’esempio di determinologizzazione con slittamento di significato nel linguaggio della politica: Parole matematiche: teorema.
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Hung Parliament: non è “appeso”
Ero curiosa di vedere come i media italiani avrebbero tradotto l’espressione hung Parliament, lo scenario in cui, in un sistema bipolare come quello del Regno Unito, nessun partito ottiene la maggioranza assoluta per poter governare da solo.
In inglese, hung parliament è un’espressione idiomatica, tanto che molti dizionari inglesi la trattano come voce indipendente (esempi qui e qui) o comunque viene inserita sotto l’aggettivo hung e non è associata al participio passato del verbo hang. Il significato di hung infatti è metaforico e descrive una situazione di incertezza, “in sospeso” (dettagli e storia dell’espressione qui).
Molti media italiani non sembrano rendersene conto e probabilmente pensano a una collocazione (le singole parole che compongono l’espressione mantengono il significato che hanno al di fuori della collocazione stessa), tanto che la traduzione preferita è “parlamento appeso”, che mi fa tanto pensare a chi apre un dizionario e sceglie la prima parola che trova… Addirittura c’è chi parla anche di “parlamento impiccato”, ignorando che il participio passato del verbo hang nell’accezione “impiccare” è hanged e non hung.
Trovo più adeguata la scelta di chi ha mantenuto l’espressione inglese e l’ha spiegata con “parlamento paralizzato”, “parlamento bloccato” oppure con un più descrittivo “senza maggioranza assoluta”.

Glomming: raggruppare e combinare pulsanti
L’argomento dell’ultimo post mi ha fatto venire in mente una forma verbale inglese probabilmente non molto nota ma familiare agli esperti di Windows: glomming.
Il verbo glom [onto something], usato soprattutto in inglese americano, indica un attaccamento tale a qualcosa/qualcuno che rimuovere il legame diventa difficile. Può essere usato sia in senso letterale che figurato.
In contesto Windows, nel gergo degli sviluppatori glomming descrive l’opzione della barra delle applicazioni (taskbar) che consente di raggruppare tutte le finestre di una stessa applicazione sotto lo stesso pulsante, chiamato glom.
Si possono trovare parecchie occorrenze di glomming e glom, specialmente nei forum.
Un paio di esempi:
| ▄ | …especially now that we have glomming in XP (that’s what we call the grouping of items in the taskbar when you have too many) [qui] |
| ▄ | In Vista/XP if you turned off "Group similar taskbar buttons" then buttons would simply appear in the order in which the windows were opened. The Windows 7 taskbar got rid of that behavior and will group buttons of a similar process together even with the "never combine" setting. The "never combine" setting just means the buttons will never collapse down to a single button (called a glom) [qui] |
Nel software e nella documentazione il verbo glom e la forma sostantivata glomming non appaiono mai: in Windows Vista viene usato group (raggruppare in italiano) mentre in Windows 7 combine (combinare).
Per gli argomenti della Guida di Windows che descrivono le opzioni disponibili, fare clic sulle immagini (sostituire il codice della lingua nell’indirizzo della pagina, come descritto in Documentazione multilingue, per il testo originale inglese).
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È stata fatta una ricerca per il mese maggio 2010.








