Post di aprile 2010
System tray e incongruenze terminologiche
In Italian Localization problem n. 1 – System tray, Roberto Savelli evidenzia un problema terminologico non così raro, quello dei termini il cui significato nella lingua di partenza appare chiaro ma per i quali non sembrerebbe esserci un termine consolidato nella lingua di arrivo.
L’esempio riguarda system tray, che in inglese identifica l’area inferiore destra del desktop di Windows dove appaiono notifiche e indicazioni di stato.
L’ho trovato uno spunto molto interessante e ne approfitto per aggiungere qualche commento sulle incongruenze terminologiche nella localizzazione, pensando soprattutto a studenti di traduzione o a chi non ha ancora molta familiarità con questa attività.
Le linee guida sull’ambiente Windows chiariscono che system tray, come pure il meno frequente status area, sono termini da evitare in favore di notification area.
È un tipico esempio di un singolo concetto che ha tre diverse realizzazioni lessicali; in un database terminologico orientato al concetto, i tre termini possono essere rappresentati evidenziando quello da privilegiare e documentando quelli non ammessi od obsoleti, ad es. system tray e status area, con indicazioni d’uso per gli interventi nelle varie fasi del ciclo di vita del prodotto, sia nella lingua di partenza che in quelle di arrivo, dove si può ricorrere a un unico termine associato a tutte le occorrenze della lingua di partenza e risolvere così le incongruenze originali.
Roberto osserva che in Windows 7 e Windows Vista italiani il concetto rappresentato da system tray è reso da area di notifica, a sua volta associato anche a notification area (termine standard), ma nota che nelle stringhe di altri prodotti Microsoft meno recenti si trova anche system tray → barra delle applicazioni. L’incongruenza potrebbe essere dovuta a un banale errore, alla mancanza, a suo tempo, dell’informazione che in inglese system tray = notification area, a uno slittamento di significato intercorso nel frattempo (in origine tray indicava l’intera fascia inferiore del desktop, poi chiamata taskbar in inglese), ma potrebbe anche darsi che si sia volutamente optato per l’iperonimo (taskbar → barra delle applicazioni) se il contesto originale indicava che era sufficiente un riferimento più generico: è un’opzione terminologica non molto diffusa ma accettabile se ben motivata (vedi esempio di scan → digitalizzare).
Le mie sono solo supposizioni, non posso infatti sapere se system tray → barra delle applicazioni sia una scelta consapevole o meno, è certo però che in molti altri casi si notano incongruenze terminologiche palesi e non giustificabili, anche se meno frequentemente di tempo fa, e ci si domanda come siano potute sfuggire, visto che da anni si ricorre a sistemi di gestione della terminologia avanzati, a strumenti per la verifica della coerenza terminologica, e a processi di lavoro ben definiti che dovrebbero evitare questi problemi. Entrano però in gioco altri fattori, ad esempio:
| ▄ | Fase di sviluppo L’ambito aziendale è estremamente complesso e a uno stesso prodotto possono lavorare centinaia di persone, non sempre abituate a ragionare in termini linguistici e magari con percezioni diverse dei concetti e dei termini associati: basti pensare all’esempio estremo della terminologia che descrive i tasti di scelta oppure, per rimanere in tema, al termine inglese taskbar, che può indicare sia l’intera fascia inferiore del desktop che la porzione con le icone delle applicazioni, come in questi due esempi (descrizione al passaggio del mouse): |
| È chiaro che le incongruenze nella lingua di partenza, se non risolte, possono moltiplicarsi in quelle di arrivo. Roberto fa bene a ricordare che eventuali problemi nel materiale di origine andrebbero segnalati agli autori. | |
| ▄ | Fase di localizzazione Non sempre è possibile identificare e documentare tutta la terminologia di un prodotto nella fase di sviluppo; quella “sfuggita” andrebbe evidenziata durante la localizzazione, in modo che si possano definire i concetti eliminando possibili ambiguità. Eppure, nonostante processi ben definiti per la gestione della terminologia, non sempre chi localizza dà il suo apporto (mancanza di tempo? scarsa familiarità con procedure e flussi di lavoro? difficoltà a individuare concetti e terminologia correlata?) e quando si scopre il problema può essere troppo tardi per risolverlo. |
| ▄ | Fase post rilascio Le modifiche terminologiche per le versioni successive di un prodotto sono soggette a valutazione e si evitano cambiamenti costosi se si ritiene che l’impatto delle incongruenze sull’esperienza dell’utente sia minimo*, come immagino potrebbe essere per system tray → barra delle applicazioni, decidendo quindi di non correggere tutte le occorrenze nelle stringhe riciclate (anche se molto visibili nei risultati di ricerche terminologiche, potrebbero invece essere marginali nel prodotto e non essere mai incontrate dalla maggioranza degli utenti, ad es. se appaiono in messaggi di errore poco frequenti). In questo scenario, è chiara l’importanza di individuare e definire la terminologia il prima possibile nel ciclo di vita del prodotto per evitare, in seguito, inutili complicazioni. * un esempio incongruenze che hanno un basso impatto sull’utente potrebbero essere le varie traduzioni italiane di incorrect password, che nel software di produttori diversi diventa password errata, password non corretta e password sbagliata, a volte nello stesso contesto (o addirittura password incorretta, un vecchissimo esempio che ho sentito fare anche recentemente e che trovo sicuramente valido da un punto di vista linguistico/accademico ma poco rilevante dal punto di vista dell’utente e relativa curva di apprendimento: per quanto orribile, incorretto non crea problemi di comprensione). Ben altro impatto avrebbero invece incongruenze nella traduzione di form con maschera, modulo e form (molti esempi in rete) perché sarebbe difficile capire se fanno riferimento allo stesso concetto. |
Conclusioni alla fine di questo lunghissimo post? Nessuna in particolare, se non quella, credo ovvia, che per una riuscita soddisfacente del lavoro terminologico è importante la collaborazione attiva da parte di chi localizza (anche se non coinvolto direttamente nella gestione della terminologia), da cui ci si aspetta la capacità di riconoscere e analizzare eventuali problemi e quindi proporre soluzioni.
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Silbo gomero: comunicare fischiando
Con un po’ di fortuna, sono riuscita ad evitare il caos nei cieli europei causato dal vulcano islandese e mi sono goduta bellissime giornate di trekking a Tenerife e a La Gomera, dove finalmente ho potuto sentire il silbo gomero, il linguaggio fischiato usato sull’isola da tempi immemorabili per comunicare a distanza.
In realtà non si tratta di un linguaggio naturale ma di un sistema sostitutivo che con un processo di riduzione rappresenta in maniera alternativa la lingua spagnola, ricalcandone le strutture grammaticali, sintattiche e lessicali (in teoria consentirebbe di riprodurre qualsiasi lingua). Viene usato un meccanismo con due suoni vocalici e quattro consonantici, distinti tramite differenze di tono (“acuto” e “grave”) e “linee melodiche” (continue per le vocali, con alterazioni brevi e repentine per le consonanti):
| silbo | equivalente spagnolo |
| I | i, e |
| A | a, o, u |
| CH | t, ch, s |
| K | p, k |
| Y | d, n, ñ, l, y, r, rr |
| G | b, f, m, g, j |
Un sistema di questo genere dà origine a molte ambiguità e polisemia (in questo caso anche “polifonemia”) che vengono risolte contestualmente con costruzioni semplici e con modalità di verifica delle informazioni, ad es. con domande e risposte di controllo.
Il silbo gomero è stato inserito nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e, per evitare che questa tradizione sparisca, da una decina di anni è materia di insegnamento nelle scuole di La Gomera.
Maggiori informazioni nel sito ufficiale (in spagnolo), con vari esempi.
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Errori con gli accenti: colpa di computer e cellulari?
Ringrazio Elisa, che mi ha mandato un trafiletto intitolato "La “pigrizia” del computer, tratto da uno speciale sulla lingua italiana in una rivista femminile:
Ci sono alcune affermazioni che non trovo condivisibili:
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo al posto della lettera accentata si sta diffondendo ovunque”: era sicuramente così anni fa, specialmente per chi non usava tastiere italiane o si trovava a usare software che non accettava i cosiddetti caratteri estesi; mi sembra però un fenomeno in calo più che in crescita, perlomeno tra i “non tecniconi”, anche perché i correttori ortografici sono molto diffusi e segnalano questi errori. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento grave e acuto e porta agli errati perchè, poichè”: credo che la causa possa essere un’altra. Chi scrive a mano non differenzia gli accenti, o perlomeno non lo facevano quelli della mia generazione, che alle elementari scrivevano ogni accento come una specie di arco sopra la vocale, ad es. |
| ▄ | “L’uso dell’apostrofo rende difficile distinguere tra accento e apostrofo, come in pò scritto con l’accento, anziché il corretto po’ ”: se fosse vero quanto affermato più sopra, sarebbero in pochi a scrivere *pò e preferirebbero la forma con l’apostrofo, e comunque non spiega perché siano così diffusi gli altrettanto raccapriccianti *fà, *sò, *sà, *dò, ecc. |
| ▄ | “Anche il correttore ortografico di alcuni cellulari suggerisce la grafia pò!”: francamente sono perplessa che ci sia chi possa pensare che i sistemi di scrittura facilitata tipo il T9 siano correttori ortografici. Sono due strumenti ben diversi, e se anche entrambi utilizzano informazioni relative alla frequenza delle parole nella lingua, lo fanno con modalità e scopi diversi. Immagino che il problema di *pò nel T9 sia dovuto alla forte presenza dell’errore nei corpora usati per creare il “dizionario” di riferimento, e dei corpora fanno spesso parte intere annate di giornali. Sicuramente non sono solo io ad avere notato quanto sia diffuso l’orrendo *pò nei principali quotidiani, soprattutto online: forse computer e cellulari in questo caso sono innocenti e a contribuire a questo errore è stata la “pigrizia” (ortografica) di qualche giornalista?!? |
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[pubblicato automaticamente: sto facendo una pausa, ci risentiamo a fine mese]
Vedi anche: Accenti gravi e acuti in italiano, Internet ed errori di ortografia e, sulle maiuscole accentate, È o non E’?! Scrivere per il Web.
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“Kluge” ed errori nei database terminologici
Scientific American cita un libro sulla mente umana con un titolo insolito, Kluge*, che sulla copertina è seguito da un asterisco che rimanda a una nota con il significato della parola: “una soluzione maldestra o poco elegante ma sorprendentemente efficace”, ovvero una metafora per alcuni espedienti del nostro cervello che funzionano anche se non sono particolarmente logici o efficienti, come la gestione del linguaggio.
In ambito informatico il termine gergale kluge e la sua grafia alternativa kludge possono descrivere un “programma che, pur svolgendo il suo compito, è stato scritto in fretta o composto di parti poco omogenee e risulta quindi mal progettato”.
Questo concetto mi ricorda un errore notato in un database terminologico multilingue, vistoso perché ripetuto nelle schede di varie lingue a cui mancava un equivalente diretto per kludge, cosicché in ciascun campo del termine era stata invece inserita una descrizione, simile alle spiegazioni tra virgolette dei capoversi precedenti.
Temo si tratti di un errore non poi così raro nei database terminologici orientati al concetto e imputabile a scarsa familiarità con la struttura del database e con il significato e l’uso dei relativi campi, come pure a un approccio semasiologico che porta a riprodurre quanto trovato in dizionari o glossari tradizionali anziché lavorare partendo dal concetto.
Ricorrere a una descrizione è infatti un’opzione accettabile in un dizionario bilingue ma
non è un espediente ammesso per il campo del termine di una scheda terminologica, specialmente se il database è usato a supporto di sistemi di traduzione assistita, di traduzione automatica e di gestione della conoscenza: va sempre trovata una soluzione terminologica o, se necessario, più di una (ad esempio, si potrebbe ricorrere al prestito e a una o più “traduzioni”), differenziando ciascun termine in base al dominio, al contesto, al prodotto e/o altre classificazioni previste dal database e processabili anche dai sistemi che ne utilizzano i dati, e aggiungendo note d’uso descrittive negli appositi campi.
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* Il titolo della traduzione italiana del libro è Kluge. L’ingegneria approssimativa della mente umana: viene mantenuto il riferimento inglese ma, per spiegarlo, nelle pagine iniziali viene proposta la parola “accrocchio” come traduzione letterale.
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Vedi anche:
| ▄ | Concetti e termini: un esempio da Office per Mac, per una rappresentazione grafica di un concetto con un diverso numero di realizzazioni lessicali in lingue diverse (nell’esempio, due in inglese e una in italiano) |
| ▄ | Scelte terminologiche: ringare, Rrring! e trillo, per esempi di opzioni disponibili quando manca un termine equivalente nella lingua di arrivo |
| ▄ | Effetto mouseover: la “serrandina”, per un esempio di scelte terminologiche diverse in base a contesti di uso diversi |
| ▄ | Silenzio… the server is quiesced e Domande sulle risposte… per alcune note sui dizionari e loro usi per le ricerche terminologiche |
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Teabonics ed errori di ortografia
Stanno facendo il giro della rete i numerosi esempi di Teabonics, gli errori di ortografia e grammatica inglesi sui cartelli di chi protesta contro le politiche del presidente Obama (il cosiddetto Tea Party).
Pensavo che svarioni del genere su cartelli scritti a mano, quindi senza il beneficio del dubbio degli errori di battitura, fossero una prerogativa di altre lingue, meno facili da scrivere dell’italiano, invece anche da noi c’è chi riesce a sbagliare persino il nome dei giorni:

E prima che qualcuno me lo faccia notare: no, non l’ha scritto uno straniero, è proprio una produzione italiana, un triste esempio di analfabetismo di ritorno…
Vedi anche: Cartelli insoliti e Le riforme dell’ortografia, ke inkubo!
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Lingua spedita, lingua tradita?
Ho trovato molto interessante Lingua spedita, lingua tradita?, lo speciale del Portale Treccani sull’italiano usato in email, SMS, chat, social netwok, newsgroup e forum, dove, oltre ad analisi approfondite, vengono anche sfatati alcuni miti tanto cari ai giornalisti non solo nostrani: le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione non portano a un imbarbarimento della lingua!
Alcune caratteristiche dell’italiano usato in questi contesti riassunte da Vera Gheno in Newsgroup e forum di discussione: la lingua fa esperimenti:
| ▄ | anglismi (prestiti) di almeno quattro tipi: l’inglese informatico, quello specifico della comunicazione telematica (es. lurker, troll, spammer), talora quello relativo all’argomento di discussione e l’inglese tutto sommato superfluo, “di moda” |
| ▄ | dialetti, usati soprattutto per fini espressivi (ocio, bedda mia!) |
| ▄ | tachigrafie o brachigrafie, come gli acronimi (LOL ‘laughing out loud’, Pd’A ‘perfettamente d’accordo’, SUPF ‘sei un povero fesso’) e le contrazioni di parole (cmq ‘comunque’, thx ‘thanks’, nn ‘non’) |
| ▄ | maiuscole e allungamenti vocalici a mimare l’urlo (nonmelodireeEEee); onomatopee e fonosimboli riconducibili alla lingua dei fumetti come snip, rumore delle forbici che “tagliano” il messaggio citato (quotato),e sbam, tonfo dell’utente che metaforicamente cade dalla sedia per la sorpresa |
| ▄ | coprolalia, con esempi interessanti di autocensura quali effing ‘f*ing’, OMFG ‘oh my f*ing God’, porcoddue o caxxo” |
| ▄ | punteggiatura polarizzata sui segni di maggiore espressività, spesso presenti in accumuli (I?!!) |
| ▄ | uso delle emoticon, sia “verticali” che orizzontali, di provenienza orientale, che danno una chiave di lettura a posteriori, in parziale sostituzione della prosodia |
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Aggiornamento agosto 2010 – How the internet is changing language (BBC) propone alcune riflessioni sull’impatto della tecnologia sul lessico dell’inglese e dell’ucraino.
Alcuni post correlati:
| ▄ | Flessibilità dell’inglese: un- – neologismi inglesi con il prefisso un- nei social network e loro equivalenti italiani |
| ▄ | Solo 800 parole? – l’affermazione che gli adolescenti usino solo 800 parole non ha molto senso |
| ▄ | Clausole di riservatezza nei messaggi – ambiguità sintattiche e burocratese in alcuni email |
| ▄ | XOXO: baci e abbracci – saluti ed SMS |
| ▄ | Facebook e il Facebook – sempre più spesso il nome proprio Facebook è usato con l’articolo determinativo |
| ▄ | È cambiato lo stile del messaggi? – perplessità su un articolo che annuncia nuove modalità di scrivere gli email |
Irlanda: “the black stuff” anche di venerdì santo
Mi piace seguire cosa succede in Irlanda, dove ho vissuto alcuni anni.
La settimana scorsa c’è stato un evento storico: venerdì (Good Friday*), in occasione di un’importante partita di rugby giocata a Limerick, per la prima volta nella storia della repubblica irlandese è stato concesso un permesso speciale per tenere aperti i pub e servire alcoolici, nonostante pareri contrari di Garda e clero.
Una legge del 1927 (Intoxicating Liquor Act) proibisce infatti la vendita di alcoolici il giorno di Natale e il venerdì santo, che sono quindi “dry day”.
Finora non c’erano mai state deroghe ma anche a Dublino un paio di pub hanno potuto aprire, però solo per servire cibo e bevande non alcooliche, quindi niente Guinness (the black stuff!).
Dettaglio curioso: in Irlanda, nonostante la notevole influenza della chiesa cattolica, ci sono solo quattro feste religiose (San Patrizio, lunedì dell’Angelo, Natale e Santo Stefano) e il venerdì santo è un normale giorno lavorativo: non sarà un caso che buona parte dei pub aperti venerdì a Dublino fossero in zone con aziende e uffici, ben lontane dal centro. E forse anche quest’anno ci sarà stato qualche ignaro turista costretto suo malgrado al digiuno…
Molto irlandese anche un titolo dell’Irish Times dopo la storica decisione, ‘You’d swear we were after winning an All Ireland’: qui c’è un riferimento a un’importante finale di calcio gaelico nota come All Ireland e un esempio del cosiddetto Hiberno-English (o Irish-English), la costruzione be after doing something, molto comune nella lingua di tutti i giorni per descrivere un’azione appena compiuta (we were after winning equivale a we had just won). E qui c’è un esempio dell’uso non sempre standard dell’articolo determinativo: a una domanda sul tipo di pietanze servite il venerdì santo, il proprietario di un pub di Dublino risponde “It is a good day for the fish”, invece un inglese avrebbe detto for fish.
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* L’etimologia di Good Friday non è chiara: secondo alcuni good è sinonimo di holy (ad es. the good book è la bibbia), secondo altri good sarebbe una grafia alternativa di god, usata anche in goodbye, ma ci sono anche altre spiegazioni.
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Vedi anche: San Patrizio, pizzicotti e “Oirishness", su alcuni stereotipi irlandesi, e XOXO: baci e abbracci, per una nota sul saluto irlandese How are you?
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…dyeing Easter eggs
Buona Pasqua!
Vedi anche: Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) per alcune differenze “pasquali” tra Italia e altri paesi.
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Folksourcing?
Il pesce d’aprile di The Guardian di quest’anno è del tutto focalizzato su Gordon Brown e la politica britannica ma ci sono comunque dettagli divertenti anche per chi segue solo da lontano gli eventi in UK, ad es. mi sono piaciuti il cosiddetto “effetto Putin” e i finti manifesti elettorali con riferimenti a film famosi.
Da un punto di vista linguistico, sono rimasta incuriosita dal termine folksourcing ("harness the power of internet folksourcing"), che non avevo mai visto prima e che sembra proprio un neologismo, infatti al momento ha pochissime occorrenze in rete. Dal contesto appare essere un sinonimo di crowdsourcing ma per chi, come me, non fa parte della cultura britannica è difficile cogliere le sfumature di significato che vogliono sicuramente essere conferite (ironia su chi si riempie la bocca con i termini più in voga e mischia folksonomy con crowdsourcing?). Sarà interessante vedere se e quando folksourcing entra in Urban Dictionary!
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Vedi anche: Pesce d’aprile in meno di 140 caratteri
Aggiornamento: divertente anche Google che cambia nome in Topeka e soprattutto Google Translate for animals, il traduttore automatico che “incoraggia maggiore interazione tra uomini e animali”, come mostrato qui.
Aggiornamento 2: da .mau. scopro altri scherzi divertenti, tra cui il “”problema” di Gmail con le vocali che mi ha subito fatto pensare al romanzo Ella Minnow Pea…
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È stata fatta una ricerca per il mese aprile 2010.





