Post di marzo 2010
Fonetica animata
Una risorsa interessante a cura dell’University of Iowa: fənɛtɪks, una serie di animazioni che illustrano l’articolazione dei suoni di inglese americano, tedesco e spagnolo.
Chi ha fatto corsi di lingue straniere avrà già familiarità con queste informazioni, utili in particolare per confrontare come lo stesso grafema venga realizzato con articolazioni diverse in lingue diverse, ad es. t viene reso con una diversa posizione della punta della lingua in inglese e in spagnolo (ma anche in italiano).
Nel menu i suoni sono raggruppati secondo gli standard tradizionali, ad es. per l’inglese:
| ▄ | le vocali sono divise in anteriori, centrali e posteriori |
| ▄ | le consonanti sono presentate in base a punto di articolazione (come si dispongono gli organi dell’apparato fonatorio), modo di articolazione (come viene modificata la fuoriuscita dell’aria) e sonorità (vibrazione delle corde vocali presente per le consonanti sonore e assente per quelle sorde) |
[via The Lousy Linguist]
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Vedi anche: Trascrizione fonetica per l’inglese
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Idiosincrasie per le parole
Mi ha incuriosita Moist cellar doors, un post di A Walk in the WoRds su parole inglesi che suonano più o meno gradevoli (si parla di phonoaesthetics): sembra che una combinazione ritenuta particolarmente eufonica sia cellar door, mentre una parola che suscita una vera e propria avversione è moist.
[striscia via Language Log, con link sull’argomento word aversion e vari commenti]
In italiano non mi vengono in mente parole talmente sgradevoli o cacofoniche da far parte dell’immaginario collettivo. Invece, per quel che mi riguarda, confesso di avere una vera e propria idiosincrasia per il verbo percepire: per qualche strano motivo, mi dà veramente fastidio sentirlo ma, ancora più strano, solo nell’accezione “riscuotere un compenso”.
Ci sono poi vari falsi amici che non sopporto, primi fra tutti assumere, quotare e sottomettere, ma in questo caso si tratta pet hate di tipo semantico e non “estetico”. Da un punto di vista professionale, invece, il termine inglese che finora mi è risultato più antipatico è sicuramente Over The Shoulder.
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Vedi anche: Neologismi belli e brutti, c’è posto per tutti!, sull’estetica delle parole, e Parla come mangi 1, su alcune pronunce errate che trovo particolarmente irritanti (management, performance e stage).
Aggiornamento – Sull’argomento moist e altre parole inglesi che suscitano particolare avversione si può leggere 6 Words That Need to Be Banned from the English Language; altri esempi in Which words disturb you? e relativi commenti.
Parole proibite alla TV americana
Un paio di settimane fa Mara in Lavori in corso… ha fatto alcune considerazioni sulla traduzione di alcune espressioni inglesi volgari. Ho aggiunto alcuni commenti a proposito della traduzione italiana dei complimenti entusiasti del vicepresidente americano Biden ad Obama per l’accordo sulla riforma sanitaria, “This is a big fucking deal”.
L’uscita di Biden è stata subito riportata dai media italiani. Il Sole 24 Ore, ad esempio, è intervenuto due volte, facendo però un paio di considerazioni che non condivido:
| ▄ | In State per leggere un biiiiip, la frase viene tradotta “questa è una grande fottuta riforma” e fucking è descritto come un “intercalare che gli americani usano come rafforzativo”. Effettivamente fucking, che in inglese è usato con funzioni aggettivali e avverbiali (come descritto qui, può modificare aggettivi, es. fucking huge, avverbi, es. fucking fast e verbi, es. you need to fucking stop that), è un espletivo, ovvero un elemento linguistico che non ha altra funzione se non quella, spesso dettata da mere esigenze di ritmo, di contribuire alla forza illocutoria dell’enunciato*. Proprio per questo tradurre fucking con fottuto, come hanno fatto quasi tutti i media italiani, non è una buona soluzione: fottuto in italiano ha connotazioni negative mentre Biden semplicemente sottolineava il suo apprezzamento (alternative di traduzione nel post di Mara). … |
| ▄ | In La parolaccia come prosecuzione della politica con altri mezzi, la frase di Biden diventa una cosa fottutamente importante e viene classificata come “un’espressione gergale e niente affatto offensiva” che avrebbe creato scandalo solo per il luogo dove è stata pronunciata. Non penso sia un’interpretazione corretta: nei media di lingua inglese è raro leggere la parola fuck o forme derivate, infatti si usa un asterisco (f*ck) oppure l’eufemismo f-word. Negli Stati Uniti è addirittura una violazione della legge trasmettere programmi in cui venga usato linguaggio sconcio, anche estemporaneo (i cosiddetti fleeting expletive) e la Federal Communications Commission, l’ente governativo che regola le telecomunicazioni, è molto chiara a proposito di fuck: |
| “Profane language” includes those words that are so highly offensive that their mere utterance in the context presented may, in legal terms, amount to a “nuisance.” In its Golden Globe Awards Order the FCC warned broadcasters that, depending on the context, it would consider the “F-Word” and those words (or variants thereof) that are as highly offensive as the “F-Word” to be “profane language” that cannot be broadcast between 6 a.m. and 10 p.m. |
In questo contesto si può capire meglio il clamore suscitato dall’espletivo di Biden: può anche far parte del linguaggio di tutti i giorni di molti, ma è inaccettabile in televisione.
È molto difficile cogliere le sfumature e le implicazioni culturali relative ai tabù linguistici se non si fa parte di quella cultura. Ancora più difficile trovare traduzioni idonee: come sottolineava Mara, e anche Ilaria, abbondano i falsi amici e le interpretazioni errate, e la forza e le connotazioni di certe parole cambiano nel tempo. A questo proposito, una lettura molto interessante è il libretto The Seven Words You Can’t Say on Television, tratto da The Stuff of Thought di Steven Pinker: un’analisi di tipo linguistico, neurologico, semantico e pragmatico delle parolacce, con riferimenti non solo all’inglese ma anche ad altre lingue e culture.
Concludo questo post lunghissimo con episodio curioso che ha addirittura fatto notizia un paio di giorni fa nel Regno Unito: durante un gioco televisivo di anagrammi sono state estratte le lettere che potevano formare la parola F U C K E D eppure, per quanto ovvia, nessuno dei concorrenti ha osato proporla, né è stata nominata da chi ne ha scritto!
E spero che non passi di qui per caso nessuna persona di madrelingua inglese: gli esempi espliciti potrebbero risultare fastidiosi, proprio come a me, leggendo un paio di romanzi inglesi con frammenti di dialogo in italiano, aveva fatto un brutto effetto vedere scritte alcune bestemmie che dubito potrebbero essere stampate in Italia (e mi ero domandata se l’autore si fosse effettivamente reso conto del loro peso).
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* Definizione di espletivo dal Dizionario di linguistica Einaudi.
Aggiornamento 28/3/2010: in Language Log, un’analisi che evidenzia come l’uscita di Biden avrebbe avuto ben altro significato se fosse stata senza articolo (anarthrous). In questo caso, big fucking deal avrebbe richiesto una traduzione completamente diversa che trasmettesse perlomeno sarcasmo, tipo “sai che riforma del c…” o qualcosa del genere.
Vedi anche [link aggiornati]:
▄ Parolacce, software e localizzazione
▄ Tradurre "The man who —-ed an entire country" e fottuti & dannati (…e favoriti)
▄ Tradurre obscenicon? #$*%@!!
Nei commenti qui sotto, video della conferenza The Language of Swearing di Steven Pinker.
Aggiornamento 17/6/2011: alcuni contributi divertenti sulle “oscenità linguistiche” dal punto di vista legislativo e burocratico australiano in Fully (sic): A f#@%ing stupid law, Being a DIC e No pimping this ride.
Per i fan della lingua na’vi (Avatar)
Qualche mese fa ho scritto Na’vi, nuova lingua artificiale aliena. Mai avrei immaginato che sarebbe stato il post più letto di questo blog: da quando è uscito il film Avatar in Italia, più di 8000 visualizzazioni solo dai motori di ricerca.
Ecco allora due tre aggiornamenti per chi è incuriosito dall’argomento:![]()
| ▄ | Questions Answered: Invented Languages, in cui Paul Frommer, ideatore della lingua na’vi, e Arika Okrent, autrice di In the Land of Invented Languages, discutono molteplici aspetti della creazione di lingue artificiali, con vari riferimenti a lingue naturali. |
| ▄ | The New Klingon in Slate, un articolo di Arika Okrent su come i fan di Avatar si siano organizzati per poter imparare la lingua na’vi e supplire alla mancanza di informazioni complete. |
| ▄ | Interview with Paul Frommer, intervista in formato podcast e commenti a cura della Language Creation Society [riferimento aggiunto il 14/4/10] |
Nel frattempo sono anche state create risorse in italiano, un bel sollievo per chi vuole imparare il na’vi ma non mastica nessuna lingua a parte la propria: ho scoperto che non sono pochi quelli che dichiarano di non conoscere l’inglese ma sono disposti ad affrontare grammatica, sintassi e fonologia alquanto complesse del na’vi, dedicandovi il tempo che mai hanno speso per qualsiasi altra lingua “reale”. Sono solo io a essere perplessa?
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X probabilità su Y
Non so come si dica in italiano, in inglese phrasal template descrive un tipo particolare di collocazione, una frase che segue uno schema specifico e al suo interno ha una o più variabili che possono essere sostituite solo da alcune categorie di parole.
Un modello di questo tipo è X su Y parlando di probabilità, dove X e Y sono numeri (o comunque sostantivi o pronomi con valore numerale) e X è inferiore a Y. Se non vengono rispettate queste restrizioni lessicali, la frase che ricalca il modello potrebbe non funzionare, come nel caso della traduzione “La possibilità di scoprire una simile mutazione è una su una miriade”: secondo me, qui miriade viene interpretato come quantità generica senza valore numerale e quindi non suona del tutto corretto.
In inglese c’è un modello simile, X in Y, e infatti la frase originale americana era “It’s a one in a zillion kind of mutation somewhere”, interessante perché anche se il sostantivo colloquiale zillion* descrive una quantità enorme ma generica, viene comunque percepito come numero, conforme a billion, trillion, ecc.
Riconoscere e tradurre le collocazioni non è sempre facile e quindi è sicuramente benvenuto il Dizionario delle Combinazioni Lessicali, una nuova risorsa per la lingua italiana di cui si sta parlando parecchio ultimamente (dettagli qui). Aggiornamento: un’intervista all’autore, Francesco Urzì, a cura di Gianni Davico.
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Vedi anche: Binomi lessicali italiani e inglesi, per un altro tipo di collocazione.
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* Come tradurre zillion in questo contesto? In italiano fantastilione e fantastiliardo sono altrettanto informali e descrivono una quantità enorme e generica ma mi sembra facciano riferimento solo ai soldi e quindi sarebbero fuori luogo. Si potrebbe al limite azzardare il calco zilione, ancora gergale ma in costante diffusione e facilmente percepibile come numero. Una traduzione più neutra che mantenga lo stesso tipo di phrasal template e il riferimento a una cifra non quantificabile potrebbe forse essere “la probabilità … è una su un numero con migliaia di zeri” anche se non mi sembra particolarmente efficace e quindi mi limiterei a dire che la probabilità è estremamente bassa.
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Scrittura, struttura e FANBOYS
Come ti connetto coerenza e coesione mi ha ricordato quanto avevo dovuto imparare per scrivere gli essay in inglese, componimenti in teoria più o meno paragonabili a un vecchio tema di maturità ma in pratica molto più rigidi nella struttura (o perlomeno lo erano per chi, come me, in italiano era abituato a grande libertà di scrittura* senza regole particolari).
È passato del tempo e forse le cose sono cambiate, ad ogni modo ecco i punti principali:
| ▄ | Struttura del testo: un capoverso (in inglese paragraph) che introduce l’argomento, almeno sei capoversi in cui sviluppare il tema (di cui preferibilmente metà con una tesi e l’altra metà con un punto di vista diverso, alternando le argomentazioni o presentando interamente prima l’una e poi l’altra), infine un capoverso riassuntivo e conclusivo. |
| ▄ | Struttura del capoverso: una frase di apertura, almeno due frasi con le informazioni rilevanti, una frase di chiusura. |
| ▄ | Struttura delle frasi: nel caso di più proposizioni in una frase, si connettono con una congiunzione semplice; per segnalare più chiaramente il collegamento con il testo precedente, la conclusione o un cambiamento di direzione nell’esposizione, si usa una locuzione congiuntiva o un avverbio (conjunctive adverbs), specialmente nella frase di apertura; le frasi all’interno del capoverso e separate dal punto possono essere connesse tra loro con un rimando più o meno esplicito alle informazioni già date (vedi post citato). |
| ▄ | FANBOYS: un acronimo un po’ controverso che permette di ricordare facilmente for, and, nor, but, or, yet, so, di solito classificati come congiunzioni semplici (simple conjunctions). [Aggiornamento 19/5/2010: per saperne di più, Of Fanboys and FANBOYS] |
Rispettando queste regole, dovrebbe essere più semplice ottenere coesione e avere una struttura idonea per raggiungere coerenza, perlomeno in inglese.
Applicandole in italiano si può rischiare un risultato magari un po’ asettico per i nostri gusti ma almeno si impedirebbe l’effetto “ma dove vorrà andare a parare?” tipico di tanti nostri testi. In ogni caso eviterei l’uso eccessivo di congiunzioni composte racchiuse tra virgole (es. …, tuttavia, … sul modello dell’inglese …, however, …), o forse è a me che proprio non piace perché mi ricorda la tecnica degli studenti qual ero io alle prese con gli essay, quella di scegliere una voce da un elenco di connective words e costruirci attorno la frase, per poi ripetere il processo con le frasi successive: non certo un esempio di scrittura creativa!
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* Non ho idea di che tipo di esercizi di scrittura si facciano ora nella scuola italiana, ma immagino venga insegnato a produrre tipi di testo di vario genere e soprattutto a scrivere in maniera più strutturata rispetto ai vecchi, noiosissimi temi che mi ero dovuta sorbire io.
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Alpenglühen ed enrosadira
Una parola tedesca che trovo molto efficace è Alpenglühen (in inglese c’è il prestito adattato alpenglow). È l’effetto che si può vedere in montagna dopo il tramonto, quando l’ambiente circostante è già buio ma alcune cime appaiono ancora illuminate dal sole e assumono una colorazione rosseggiante (Glühen). Il fenomeno è particolarmente evidente sulle Dolomiti e in questo specifico caso in italiano si usa un termine ladino, enrosadira (per l’etimologia, fare doppio clic sulla parola).
Un esempio di enrosadira sulle Odle un paio di giorni fa:

Altra parola ladina entrata in italiano: ciaspola.
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-ese, il suffisso “che dà la parola”
Ho trovato interessante Lingua, linguacce e società, un articolo sul suffisso –ese e su come venga usato per creare nomi di linguaggi particolari, spesso con connotazioni ironiche o sarcastiche:
“…il suffisso -ese, tradizionalmente generatore di aggettivi e sostantivi indicanti appartenenza a realtà geografica o a entità linguistica, nazionalità, cittadinanza e simili (francese, calabrese, bolognese) si è spesso cucito addosso il grado semantico a volte scherzoso, a volte ironico, spesso polemico (se non perfino denigratorio), ricavato dall’-ese che ricalca l’-ais di franglais, per indicare un qualche linguaggio tipico di un settore della società, della politica, di una qualche disciplina o materia, di un qualche personaggio (di norma noto).”
[Treccani.it]
Tra i numerosi esempi di linguaggi tipici andrebbe aggiunto interpretese, il modo di parlare degli interpreti che Fiorello sa imitare alla perfezione. Ne ho ho letto divertita qualche giorno fa quando ho scoperto SSLMIT – fatti e misfatti (grazie Lorenza!), un blog gustosamente impietoso sull’università che ho frequentato anch’io.
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Vedi anche: itanglese (sinonimo di italiese), Clausole di riservatezza nei messaggi (esempi di burocratese) e Tendenze nella formazione di neologismi (meccanismi di formazione di nuove parole).
Fatto 30, si può fare 31
Il post di ieri su trenta, le 31 once di caffè, mi ha fatto venire in mente la frase proverbiale abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno (o anche chi ha fatto trenta può fare trentuno).
Non conoscevo l’origine dell’espressione, eccola qui per chiudere l’argomento:
“È una frase attribuita a papa Leone X. Nel 1517, dopo aver indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali, si rese conto di aver lasciato fuori dal conto un religioso del quale aveva la massima stima. Così: un po’ giocando sull’infallibilità, un po’ per non adeguarsi alle maglie strette di uno schema prestabilito, le ordinazioni cardinalizie aumentarono di un’unità” [Treccani.it]
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Trenta: quasi un litro in America
Ho letto in Schott’s Vocab che la Starbucks, la catena di americana di caffè, sta testando un nuovo formato per tè e caffè freddi che corrisponde a 31 once liquide o un quarto di gallone (americano), ovvero circa 900 ml.
Il nuovo formato si chiama trenta, nella tradizione dei nomi italiani o pseudoitaliani amati da Starbucks, come il formato venti, descritto efficacemente qui da Riccardo come un’unità di misura per il caffè del tutto sconosciuta in Italia (direi che la traduzione migliore in italiano potrebbe essere “secchio”, o magari anche “barile”). ![]()
È buffo come parole della propria lingua possano perdere il loro significato se prese in prestito in altre lingue e si debba quindi imparare a reinterpretarle in contesto:
| formato Starbucks* | dimensioni | in once | in ml |
| tall | small | 12 oz | circa 350 ml |
| grande | medium | 16 oz | circa 450 ml |
| venti | large | 20 oz per bevande calde, 24 oz per bevande fredde | circa 600 ml circa 700 ml |
| trenta | XL | 31 oz | circa 900 ml |
Considerazioni linguistiche a parte, non credo finirò mai di stupirmi delle dimensioni giganti che quasi tutte le cose sembrano avere negli Stati Uniti (ad es. il latte venduto in taniche). Come si fa a ingurgitare tali quantitativi di caffè o tè, considerato che vanno bevuti caldi o freddi e quindi, nonostante i bicchieroni vagamente isolanti, vanno consumati in breve tempo?
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Aggiornamento 18 gennaio 2011 – Infografica di National Post per illustrare le dimensioni del nuovo formato, in vendita da oggi in alcuni stati americani (via Corriere della Sera):
* fonte: Starbucks Drinks Simplified (kinda); note sui formati anche in Language Log [aggiornamento 26/1/11: altri commenti qui, dove si scopre che un espresso può essere solo, doppio e... trippio!].
Vedi anche: Come si dice caffè a Trieste?, sul lessico italiano alternativo usato a Trieste per descrivere la bevanda, Bimbos in stilettos eating pepperoni paninis, sui prestiti italiani “mangerecci” in inglese, e Problemi di conversione e di localizzazione, sulla conversione delle unità di misura anglosassoni.
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Ciaspole, ciaspe, racchette da neve… e racchettoni
Mi piace molto la montagna d’inverno e così non potevo non notare la recente bella campagna pubblicitaria della Regione Piemonte. A ogni foto di un’attività sulla neve è associata una definizione spiritosa, ad esempio:
| fuoripista, s.f. in piemontese è quella strada sulla neve che ciascuno ha la libertà di tracciare a piacere con un tratto continuo, a serpentina o anche a salti. | |
| sci, s.m. parola piemontese, caratteristica delle valli, indica la via maestra per godersi la montagna d’inverno. | |
| racchettoni, s.m. parola piemontese, indica uno dei passatempi preferiti di chi ha il pallino della neve. |
Per i dettagli e le offerte viene dato l’indirizzo www.piemonteitalia.eu.
Se però si prova a cercare racchettoni nel sito, non si ottiene alcuna informazione. Nessun risultato neanche per ciaspole*, il nome sempre più diffuso per descrivere questa attività: nelle pagine del sito si parla solo di racchette da neve, il termine dell’italiano standard.
Direi che è un esempio tipico dell’importanza della gestione della terminologia all’interno di un’azienda, non solo in ambito multilingue ma anche monolingue. Se tutti i team impegnati in un progetto, in questo ipotetico caso chi scrive la documentazione, chi crea la campagna pubblicitaria e chi si occupa del marketing, usufruissero di un sistema di gestione della conoscenza aziendale che permettesse di verificare immediatamente (clic del mouse) le voci di un database terminologico, potrebbero vedere che racchettone rappresenta il concetto “attrezzo costituito da un’intelaiatura che si fissa sotto lo scarpone per camminare nella neve fresca senza sprofondare” a cui sono associati anche altri termini, per ciascuno dei quali possono essere specificate modalità e note d’uso:
| ▄ | racchetta da neve potrebbe essere indicato come il termine preferito nella documentazione ufficiale; |
| ▄ | ciaspola potrebbe essere classificato come sinonimo regionale o colloquiale ammesso se nel testo viene indicato che ha lo stesso significato di racchetta da neve; potrebbe inoltre esserci l’indicazione che vada sempre aggiunto come parola chiave in tutte le pagine web sull’argomento, in modo che anche i documenti che non contengono ciaspola nel testo appaiano comunque nei risultati di eventuali ricerche all’interno del sito; |
| ▄ | racchettone potrebbe essere indicato come termine sconsigliato e consentito solo in contesti particolari, ad es. la campagna pubblicitaria che gioca con l’idea del pallino, e come parola chiave per l’ottimizzazione delle ricerche; |
| ▄ | ciaspa potrebbe apparire come variante regionale obsoleta da evitare nell’uso ma da considerare come parola chiave per le ricerche. [Aggiornamento: approccio simile a ciaspa anche per ciastra, variante piemontese riportata nei commenti qui sotto, e craspa, sentita dalle parti di San Martino di Castrozza; un gentile lettore mi ha segnalato anche caspi, variante maschile usata in Val Rendena, nella zona di Pinzolo e Madonna di Campiglio] |
I benefici sulla comunicazione aziendale di un processo di questo tipo sono chiari: maggiore standardizzazione e quindi semplificazione e riduzione delle ambiguità, migliore condivisione delle conoscenze sia internamente all’azienda che esternamente tra gli utenti e, in ambito plurilingue, traduzioni più accurate. Ovviamente, è fondamentale che tutti i team in azienda e i loro collaboratori esterni usino il sistema correttamente, ma questa è un’altra storia…
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Vedi anche: Database terminologici, per alcuni cenni sulla gestione della terminologia orientata al concetto, e Neologismo: snowshoe spamming, per un riferimento “informatico” alle ciaspole. …
* Immagino che la voce ladina ciaspola (da caspo, “cesto”), inizialmente nota solo al settentrione ma ora molto usata anche dai media nazionali, nel tempo sia destinata a soppiantare racchetta da neve per la maggiore brevità, per il valore monosemico e perché ne sono già derivati il verbo ciaspolare e il sostantivo ciaspolata; racchettone invece rimane, almeno per me, esclusivamente associato al gioco che si fa in spiaggia d’estate.
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Verbi con etimologia “animalesca”
Se non lo conoscete già, vi consiglio Suom(I)taly stories (“appunti semiseri dagli estremi del vecchio continente”), per le osservazioni curiose e acute da un punto di vista italiano su peculiarità linguistiche e differenze culturali finlandesi.
Nel post Curiosità linguistiche sui comportamenti degli animali ci sono alcuni esempi di verbi finlandesi derivati da comportamenti degli animali, seguiti da un nutrito elenco di verbi italiani come chiocciare, civettare, formicolare, gattonare, gufare, pavoneggiarsi, ecc.
Ne prendo spunto per aggiungere alcuni verbi inglesi “animaleschi”, altrettanto numerosi: ape, badger, bitch, bug, bull(shit) e bulldoze, cat, chicken out, cow, crane, dog, ferret out, fox e outfox, goose, hare, hog, horse around, hound, kid, monkey around, parrot, pig out, rabbit on, ram, rat on e rat out, snake, squirrel away, swan, weasel out, wolf down e wolf whistle, worm out...
[facendo doppio clic sulle parole si può visualizzare la traduzione con ZanTip]
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Vedi anche: Animali nella terminologia informatica per riferimenti agli animali nel software.
Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto
Ogni tanto mi capita di accennare ad analisi linguistiche e a valutazioni di localizzabilità che vengono fatte all’interno del ciclo di vita di un prodotto software, ad esempio qui, nei commenti qui e, con riferimento alla globalizzazione, qui e qui.
Ho recuperato un articoletto scritto un paio di anni fa per sintetizzare questo tipo di attività, Competenze culturali nel ciclo di vita del prodotto. Riprende alcune informazioni date anche in Le competenze linguistiche nella localizzazione ma con esempi diversi.
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Vedi anche: Cultural awareness and product development/localization.
È stata fatta una ricerca per il mese marzo 2010.





