Post di gennaio 2010
In intimità con l’iPad?
Come prevedibile, fiumi di inchiostro digitale sull’iPad, anche su alcuni aspetti linguistici.
More intimate (Unspeak), ad esempio, ironizza su alcune delle parole scelte da Steve Jobs per descrivere la novità della Apple, tra cui “It’s so much more intimate than a laptop”.
In Italia l’affermazione è stata riprodotta letteralmente, molto più intimo di un laptop. Probabilmente chi ha tradotto non ha riflettuto sull’aggettivo italiano: se associato a persone il significato è sicuramente “legato da un rapporto personale stretto” ma, se riferito ad oggetti, prevale invece “relativo a zone del corpo
che di solito rimangono coperte”. Ancora più ironico se si considera che, specialmente in inglese americano, pad è l’assorbente (nel senso di igiene intima) e in questi giorni si sprecano le battute, come riporta iPad name draws feminine hygiene jokes (CNN) ma anche il Corriere della Sera. Una tra tante: “Yes, the iPad is small, lightweight and slim. But can you swim with it?”
Aggiornamento: il linguista Arnold Zwicky ipotizza che, in alcune varietà di inglese, un ulteriore problema del nome iPad, la cui pronuncia standard è / ˈaɪpæd /, possa essere la somiglianza con iPod, che potrebbe rendere il nome dei prodotti meno facile da differenziare.
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Vedi anche: "pinch" non è solo pizzicare e iPad, "flick" e terminologizzazione, sulle incongruenze di traduzione dei termini pinch e flick nella documentazione italiana di iPad, e Globalizzazione e pronuncia di nomi di prodotti, sui possibili problemi nella scelta dei nomi.
E per sorridere sulle difficoltà di scelta dei nomi di nuovi prodotti, una striscia di Dilbert:
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Localizzazione e… visioni del mondo
In una striscia recente di Stone Soup si vede Alix, ragazzina americana, che guarda un mappamondo. Come europea, ho subito notato che l’Europa non ha la sagoma che mi sarei aspettata (probabilmente un dettaglio irrilevante per molti americani) e soprattutto mi sono venuti in mente un paio di ricordi della preistoria della localizzazione, quando il concetto di adattamento del software per un mercato specifico non era così ovvio.
Per spiegare quali dettagli, informazioni e riferimenti di un prodotto americano potevano essere facilmente riprodotti anche nelle versioni localizzate e quali invece andavano modificati, eliminati o sostituiti, risultavano particolarmente efficaci alcuni esempi legati alla geografia e alle diverse “visioni del mondo”. Oggi appaiono sicuramente scontati ma una ventina di anni fa non lo erano affatto, specialmente se gli interlocutori erano americani:
| ▄ | Ogni mercato può avere un punto di vista diverso, anche per gli stessi riferimenti. Esempio tipico: icone e immagini che rappresentano il globo terrestre non sono internazionali, l’utente infatti si aspetta di vedere evidenziato il proprio continente. |
| ▄ | Le cosiddette conoscenze enciclopediche, ovvero il bagaglio di conoscenze comuni a chi appartiene a una certa cultura, non sempre sono condivise. Esempio tipico: a scuola un americano impara che i continenti sono sette (Asia, Africa, North America, South America, Antarctica, Europe, Australia), un italiano invece che sono cinque (Africa, America, Europa, Asia, Oceania). |
E a proposito di conoscenze enciclopediche di tipo geografico, ricordo divertita alcuni quiz per il mercato americano della prima versione dell’enciclopedia Encarta, come quello con la sagoma qui a sinistra e la domanda, mi pare di livello elevato di difficoltà, se si trattasse di Spagna, Italia o Francia, o quello che chiedeva di identificare il paese di origine dei canguri: Austria o Australia?
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Vedi anche: Localizzazione di esempi e riferimenti e Problemi di conversione e di localizzazione.
McDonald’s e… terminologia
Una pubblicità della McDonald’s nel Regno Unito sta facendo discutere di terminologia: McDonald’s Pounded Over ‘Bob’ Menu Advert racconta di come la catena americana pubblicizzi nuovi menu che costano circa una sterlina affermando che bob e pound hanno un significato equivalente ("the pound, also known as a bob"). In realtà bob indicava in origine uno scellino (prima dell’introduzione del sistema metrico, 12 “old” pence, quindi 5 “new” pence) e ora descrive colloquialmente un ammontare monetario generico ma non singole sterline.
La giustificazione della McDonald’s è che il significato delle parole cambia nel tempo:
| “Although a ‘bob’ was formerly used as a slang term for the shilling until the introduction of decimalisation in 1971, research has shown it is now more commonly used as slang for a pound or money in general”. | |
| “As with many words in the English language, the technical meaning of words can change over time and although the word remains in use, what it signifies may develop into something else”. |
Sull’evoluzione della lingua ovviamente non si discute ma è interessante che in un comunicato stampa ci sia un riferimento al “significato tecnico” delle parole: di solito è riservato alla terminologia in senso stretto (le parole usate in ambiti specialistici per designare concetti specifici) ma raramente è associabile a parole gergali e/o colloquiali, a meno che non abbiano subito un processo di terminologizzazione, che però non è il caso di bob.
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Vedi anche: esempi di terminologizzazione in inglese quali ribbon, cookie e terminologia di microblogging legata a Twitter.
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Aggiornamento 28 gennaio – La stampa inglese di nuovo su McDonald’s, stavolta per raccontare del nuovo panino McItaly lanciato a Roma questa settimana con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole: gustosi commenti in McDonald’s launch McItaly burger di Matthew Fort (di cui ho appena letto Sweet Honey, Bitter Lemons, un libro di appunti culinari e altre note sulla Sicilia: una notevole competenza della cultura gastronomica italiana).
Aggiornamento 8 febbraio – Sulla polemica e relativi strascichi interviene anche la BBC con The ‘McItaly’ burger row.
Pasta e differenze culturali
Sul sito della BBC c’è un servizio abbastanza simpatico che spiega cos’è il ragù alla bolognese: nei paesi di lingua inglese se ne prepara infatti una versione “britalian”, rigorosamente servita con gli spaghetti (spag bol), e solo lontana parente della nostra.
Alla fine del servizio si nota un’altra differenza culturale: quando mangia, il giornalista tiene il braccio sinistro lungo il corpo, come fanno gli inglesi, e non appoggia la mano sul tavolo come vorrebbe il galateo italiano (sembra per ragioni storiche: la mano italiana è visibile per dimostrare di non avere cattive intenzioni e non nascondere armi o altro).
In questo caso il giornalista non usa il cucchiaio per avvolgere le tagliatelle, come invece farebbero molti suoi compatrioti. Sarebbe stato interessante vederlo grattugiare il parmigiano: chissà se avrebbe tenuto fermo il pezzo di formaggio nella mano sinistra e mosso avanti e indietro la grattugia con la destra, come tendono a fare quasi tutti gli stranieri, o avrebbe fatto il movimento contrario, più tipicamente italiano!
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Vedi anche: Pasta salad e insalata di pasta (termini simili ma concetti diversi) e Alcuni termini natalizi inglesi (una nota sugli inglesi e il loro uso della saliera a tavola) e Cucina italiana al centro dell’attenzione (shock di alcuni stranieri quando scoprono che in Italia alcuni animali sono commestibili).
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…ancora sull’uso dello scanner
Ieri Stefano Bartezzaghi in la Repubblica:
“C’è qualcosa di persino commovente nell’ansia con cui una quota di parlanti, minoritaria ma cospicua, cerca risposte certe in merito alla nostra lingua nazionale.” […] “Un linguista non può minimamente legiferare, neppure in fatto di lingua, ma è al servizio di fenomeni spontanei che possono solo essere registrati e studiati”.
È proprio quello che succede con scansionare, scansire, scandire, scannerizzare (ad es. nel forum Scioglilingua la settimana scorsa): il desiderio di molti parlanti di sapere quale sia il termine “giusto” e contemporaneamente una certa resistenza ad accettare il parere di fonti come l’Accademia della Crusca o il Portale Treccani che confermano che tutti i sinonimi citati sono accettabili da un punto di vista linguistico perché rispettano i meccanismi per la creazione di nuove parole.
Si potrebbe allora tentare qualche ipotesi sui motivi che stanno portando all’affermazione spontanea del verbo scannerizzare, facendo una carrellata sulle varie opzioni:
| ▄ | Nel 1996 il linguista Giovanni Adamo scriveva “Nel caso dell’informatica, si riscontra un rapporto particolarmente difficile fra la terminologia ufficiale —attestata nelle pubblicazioni scientifiche, nei manuali, nei programmi e nei dizionari specialistici — e il gergo parlato nei centri di sviluppo del software e di elaborazione dei dati. […]. La terminologia informatica in lingua italiana appare spesso guardinga e tende a preferire il prestito più che il conio di nuovi termini.” Anche se divario tra terminologia “ufficiale” e gergo informatico (e, aggiungo io, lessico dell’utente finale) non è più così marcato come 15-20 anni fa, non è stato eliminato del tutto: eseguire la scansione sopperisce all’impossibilità del prestito non integrato ed evita il conio di un neologismo (altri dettagli qui) ma può darsi venga percepito come eccessivamente ufficiale e non sia quindi riuscito a entrare nel linguaggio standard per questioni di lunghezza e di registro. Probabilmente anche digitalizzare, per quanto immediatamente comprensibile, viene avvertito come un termine troppo specializzato da chi non ha competenze tecniche estese. |
| ▄ | Le parole del lessico italiano evidenzia che un forestierismo, quale un calco o un prestito, “acquisisce abitualmente un valore monosemico, serve cioè a far riferimento a un solo oggetto o a un solo concetto”. I verbi scannare e scandire non rispettano questo criterio perché sono già associati ad altri concetti. |
| ▄ | Nella creazione di nuovi verbi si ricorre soprattutto alla suffissazione, di solito con –are o –izzare, con una marcata preferenza per i verbi della prima coniugazione: forse è per questo che scansire, della terza, non ha avuto molto successo? Potrebbe anche darsi che alcune flessioni di scansire vengano avvertite come forme errate del verbo scansare e quindi evitate. |
| ▄ | Il derivato verbale denominale è uno dei tipi più comuni di formazione di verbi e spesso ha come base il nome dell’oggetto prodotto dall’azione che si vuole descrivere, ad es. film → filmare, clone → clonare, ecc. Il verbo scansionare avrebbe quindi tutte le carte in regola per imporsi, ma così non è stato, se non tra chi ha competenze tecniche. La mia impressione è che non tutti i parlanti associno scansione in modo univoco al concetto di “immagine acquisita digitalmente” (può infatti avere altri significati) e come conseguenza anche al verbo scansionare venga a mancare il valore monosemico che invece ci si aspetterebbe. Questo potrebbe spiegare perché sono nati altri due verbi che hanno come base lo strumento usato per compiere l’azione, sul modello di telefono → telefonare, computer → computerizzare, e che, tra scannerare e scannerizzare, forse sia prevalso il secondo perché percepito come meno gergale o comunque più facilmente ricollegabile a scanner. |
Non sono però una lessicologa e quindi queste sono solo considerazioni personali! Un grazie comunque a Enrico, .mau., Elio e Paolo per i commenti che me le hanno suggerite.
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Vedi anche: Tendenze nella formazione di neologismi sui meccanismi di nascita di nuove parole.
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PS Questa foto non c’entra granché, serve solo ad aggiungere un po’ di colore e fare una rapida considerazione su come siano cambiate le modalità di condivisione delle foto in pochi anni, grazie anche a un uso dello scanner che ormai sembra lontano anni luce: con le macchine fotografiche tradizionali bisognava (farsi) prestare i negativi per ottenere poche selezionate copie stampate, poi, per chi aveva accesso a uno scanner e si prestava all’operazione, si è passati a una fase intermedia in cui circolava qualche copia digitalizzata spedita per email, di dimensioni ridotte per non intasare la posta e avere problemi a scaricarla. E ora, grazie a fotocamere digitali e siti e/o software appositi, lo scanner non ci serve più e ci siamo abituati a immagini disponibili quasi immediatamente, come questa della Croda Rossa d’Ampezzo fatta sabato sulla pista di sci di fondo Dobbiaco-Cortina in una giornata freddissima ma incredibilmente bella.
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Facebook e il Facebook
Mi sembra di sentire usare sempre più spesso l’articolo determinativo davanti a Facebook, ad es. nei programmi radio che invitano a visitare la propria pagina nel social network.
Per capire se certe considerazioni sull’uso della lingua sono solo impressioni personali oppure se si tratta effettivamente di una tendenza in atto, può essere utile la ricerca per intervalli di date in Google, un metodo empirico e non sempre del tutto accurato ma veloce e sufficientemente indicativo per chi non ha bisogno di dati scientifici.
Ad esempio, se si confronta il numero di occorrenze di “su Facebook” e “sul Facebook” (pagine in italiano, escludendo facebook.com dalla ricerca) si può vedere che, sul totale delle due forme, la percentuale di occorrenze con la preposizione articolata è decisamente aumentata nel 2009 rispetto agli anni precedenti.
In italiano Facebook, senza articolo, denota ovviamente il nome del social network ma, se preceduto da un aggettivo possessivo o da un articolo, per metonimia ormai indica anche uno specifico account o profilo (o una pagina per gli account aziendali). Una veloce ricerca mostra, ad esempio, che “il mio Facebook” è molto diffuso e ricorre sempre più frequentemente di “il mio profilo su Facebook”, che invece è il tipo di descrizione che appare nella documentazione del social network (presumibilmente il produttore vorrà evitare l’indebolimento del marchio che si può avere quando un nome proprio viene trasformato in comune e, non a caso, all’accesso si viene salutati con Benvenuto su Facebook):
Per quanto rudimentale e non sempre preciso, questo tipo di valutazione diacronica fatta con i motori di ricerca può aiutare a operare scelte terminologiche in presenza di più sinonimi perché dà indicazioni utili sull’evoluzione dell’uso di una parola nel tempo, come nel caso di scannerizzare.
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Vedi anche: Marchionimi e terminologia, sulla formazione dei nomi commerciali, e Ricerca terminologica e verifiche con Google, per altri esempi di come usare un motore di ricerca nel lavoro terminologico.
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PS Un grazie ad Alfredo Maldonado Guerra per tutti gli scambi di idee su questo tipo di ricerca.
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Solo 800 parole?
La Repubblica riprende un articolo del Telegraph secondo cui gli adolescenti britannici userebbero in media un vocabolario di sole 800 parole. Il linguista inglese David Crystal in On the 800-word myth spiega perché questa affermazione, ripresa da molti media, non ha molto senso. Le principali obiezioni:
| ▄ | non esiste un metodo soddisfacente per misurare il vocabolario di una persona; |
| ▄ | le parole diverse pronunciate in una singola giornata non sono un campione rappresentativo del lessico che una persona conosce o usa, variano infatti in base al tipo e all’oggetto di una conversazione; |
| ▄ | difficile analizzare un mondo a cui non si appartiene, come quello degli adolescenti, che in presenza di estranei evitano di discutere argomenti per i quali possono avere un loro vocabolario molto ricco. |
Intanto l’articolo italiano etichetta gli adolescenti come “generazione 20 parole" perché in un terzo delle conversazioni le parole ricorrenti sarebbero appena una ventina, senza però specificare che si tratta in buona parte di parole funzionali come congiunzioni e affermazioni, verosimilmente usate con frequenza simile dalla maggior parte dei parlanti.
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PS Una possibile differenza culturale: un riferimento come 800 parole è forse più significativo per chi è cresciuto in un paese di lingua inglese che non per molti italiani. Nei sistemi scolastici anglosassoni, infatti, veniva specificata la lunghezza in parole per componimenti e relazioni anche quando si scriveva a mano e così, a colpo d’occhio, parecchi inglesi saprebbero dire che questo post è lungo poco più di 250 parole. Più difficile per gli italiani, a meno che non siano traduttori o abbastanza giovani per aver imparato a scrivere “a parole” anche nelle nostre università.
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scansionare, scansire, scandire, scannerizzare…
Ho seguito le notizie sull’introduzione dei body scanner negli aeroporti con interesse perché danno un esempio efficace di quelli che io chiamo assestamenti terminologici.
Negli anni scorsi si è discusso molto su quale dovesse essere il verbo italiano per descrivere l’acquisizione di immagini con uno scanner, ovvero la traduzione dell’inglese scan: quale calco preferire tra scandire, scansire, scannerare, scannerizzare, scansionare o scannare? Nel 2004 l’Accademia della Crusca in un intervento molto citato suggeriva massima libertà di scelta, senza però convincere i frequentatori del forum, l’autore della voce di Wikipedia e molti altri che argomentavano a favore di un termine o dell’altro.
A distanza di qualche anno, il dibattito sui body scanner conferma che scannerizzare sta diventando nettamente prevalente nel linguaggio non specializzato e che la frequenza degli altri sinonimi è molto diminuita. [Aggiornamento: qui ho aggiunto alcune ipotesi sul perché il verbo scannerizzare si stia affermando sulle altre opzioni lessicali che immagino siano destinate a una lenta scomparsa]
Interessante notare che scannerizzare non è invece entrato nel linguaggio tecnico “ufficiale”: nella loro documentazione, i principali produttori di scanner privilegiano infatti la locuzione eseguire la scansione, una scelta condivisa anche da molti produttori di software, che, se viene specificato l’oggetto della scansione, ricorrono anche ad acquisire e digitalizzare (ad es. acquisire un’immagine, immagine digitalizzata).
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota sul lavoro terminologico nell’ambito della localizzazione e sull’obiezione che digitalizzare descrive un concetto più generico e quindi non è del tutto adeguato: ci sono situazioni particolari in cui, nel trasferire un concetto da una lingua all’altra, può avere senso optare per un iperonimo, ad esempio quando nella lingua di arrivo coesistono diversi sinonimi e non è possibile prevedere quale prevarrà (le diverse “traduzioni” italiane di scan e scanned che proliferavano 10-15 anni fa sono un esempio tipico). In questi casi, peraltro limitati, il terminologo analizza i contesti d’uso per assicurarsi che l’iperonimo non crei ambiguità e può fare test di comprensibilità sugli utenti finali per valutare l’eventuale impatto sulla loro curva di apprendimento: nel caso di scan, anch’io a suo tempo avevo avuto la conferma che digitalizzare un’immagine veniva interpretato correttamente (“convertirla in formato digitale”) mentre i vari scandire, scansire, scannerare, ecc. suscitavano non poche perplessità tra i destinatari dei prodotti. Ecco quindi che può essere giustificato ricorrere a una soluzione relativamente generica se comunque consente di comunicare adeguatamente concetti e istruzioni (come in questo esempio della documentazione di Adobe Photoshop, originale qui) e di evitare di scegliere tra termini non ancora assestati che potrebbero diventare presto obsoleti e quindi confondere l’utente.
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Vedi anche: 10 anni della parola blog, per un altro esempio di proliferazione iniziale di sinonimi poi destinati a scomparire; Se non c’è la sfera di cristallo…, per un esempio di scelte terminologiche che possono entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili; Attenzione alle spalle…, su possibili valutazioni linguistiche quando si introduce un nuovo concetto per cui non esiste ancora un termine nella lingua di arrivo; Ricerca terminologica e verifiche con Google, per valutare le opzioni terminologiche già esistenti.
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Ristoranti in crowdsourcing e open source?
Sometimes English is not sexy* but stupid cita un paio di sondaggi in Der Spiegel da cui risulta che la maggior parte dei tedeschi non capisce gli slogan in inglese usati in alcune pubblicità e ne dà interpretazioni a volte strampalate, ad es. c’è chi pensa che Broadcast Yourself (YouTube) significhi “fabbricati il tuo portapane” (altri esempi inglese-tedesco qui).
Sarebbe interessante fare una ricerca simile in Italia, ad esempio tra i lettori di quei giornali che sono sempre più infarciti di parole inglesi, a volte però usate a sproposito (ad es., escludendo chi è stato in America, quanti lettori generici sanno cos’è un mall?)
Mi è anche venuto in mente un articolo della settimana scorsa nel Corriere della Sera il cui rimando, qui a sinistra, appariva in mezzo a notiziole su calcio, cantanti e calendari. Dubito che titoli e articolo, Il ristorante fai da te in crowdsourcing, siano stati riletti e che sia stato verificato se fossero comprensibili per il lettore tipico del sito. Per poterli interpretare è infatti essenziale conoscere i concetti associati a crowdsourcing e open source, termini specializzati che, soprattutto il primo, non sono ancora entrati nell’italiano standard.
La giornalista avrebbe potuto trovare il modo di spiegare che crowdsourcing è un processo produttivo simile all’esternalizzazione (outsourcing, dove un’azienda si affida alle prestazioni di un fornitore di servizi esterno per portare a termine una particolare attività); nel caso specifico del crowdsourcing, però, le risorse esterne sono costituite da un insieme di persone (crowd) non precedentemente organizzate tra loro che, di solito, contribuiscono su base volontaria e le cui prestazioni non sempre sono retribuite ma possono essere ricompensate in termini di prestigio, visibilità, soddisfazione personale, ecc.
Se le idee e i contributi di chi ha partecipato al progetto sono messi liberamente a disposizione di altri per un eventuale riutilizzo, ecco che si può usare la metafora dell’open source, come nel software il cui codice sorgente è di pubblico dominio.
Una distinzione che si tende a fare tra modello crowdsourcing e modello open source è che il primo è un modello di business in cui c’è sempre un committente, quindi ci sono specifiche finalità commerciali che invece non sono necessariamente presenti nel modello open source. Nel “ristorante in crowdsourcing” citato dall’articolo del Corriere, infatti, un imprenditore ha cercato un’idea originale per un nuovo tipo di ristorante e si è rivolto a una community, i membri di instructables.com (non le “folle” generiche dell’articolo italiano), che hanno contribuito a sviluppare il concetto; la descrizione del progetto fa inoltre concludere che il ristorante sia stato realizzato con finanziamenti di tipo tradizionale e non un “fai da te” in autogestione come suggerito in italiano. L’ideatore del ristorante diceva:
“I have been involved in several pilot and concept restaurants in the past […] I will open an open-source restaurant that is completely made of, and only serves food based on the original instructables all the members on instructables.com have made or will make”.
Non mi pare che tutto ciò si capisca dall’articolo italiano: forse meglio evitare rielaborazioni di pezzi tradotti che contengono parole e riferimenti stranieri se non sono del tutto chiari.
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* Il titolo citato all’inizio, Sometimes English is not sexy but stupid, mi ha ricordato che alcuni giornalisti italiani sembrano ignorare che l’aggettivo
inglese sexy può essere un falso amico: se riferito ad es. a un prodotto, vuol dire che è un oggetto appetibile che tutti vorrebbero avere (come l’iPhone al suo esordio). Il significato in questo caso è più simile a “figo” e non a “sensuale” o “conturbante”, che mi pare continuino ad essere le uniche accezioni del prestito sexy in italiano (escludendo l’uso peculiare di Beppe Severgnini, che sembra amare molto questo aggettivo, tanto da associarlo anche a salsicce e segni di interpunzione
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Vedi anche:
| ▄ | Per l’uso dell’inglese nei messaggi pubblicitari: Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre? |
| ▄ | Per altri esempi dell’uso disinvolto di parole inglesi negli articoli del Corriere della Sera, Il Corriere e le parole "tech" da non usare più, il misterioso gatto tuxedo, Uova orientali? Forse no… (Easter egg e sorprese) e Parla come mangi; notevole anche l’interpretazione letterale di once in a blue moon messa in evidenza da Il Disinformatico! |
| ▄ | Qui un esempio di crowdsourced restaurant citato anche dall’autore del neologismo crowdsourcing, Jeff Howe, che ho potuto ascoltare a una conferenza davvero interessante qualche anno fa |
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Parole dell’anno… e per gli anni
Il tempo grigio spinge a stare in casa e leggiucchiare in qua e in là. Abbastanza prevedibili alcuni argomenti linguistici di inizio d’anno, ad es. Words of 2009 and the 2000s riassume varie classifiche di parole del 2009 e del decennio per inglese, tedesco e altre lingue.
Se in America si discute ancora come chiamare il decennio appena trascorso (ad es. qui, qui, qui e qui), in UK c’è una chiara preferenza per the noughties e in Italia per anni zero.
Tra chi parla inglese sembra invece comune l’indecisione su come pronunciare il nome dei prossimi dieci anni (esempi qui, qui, qui, oltre a un lungo elenco in Language Log); ne parla anche David Crystal in On tens, teens, or whatever, con commenti interessanti dei lettori. Per il momento, però, nessun dibattito sulle parole generiche per “decennio”: oltre a decade, ci sono decennium, decadal e decennary!
Cambiando argomento, Difficult languages: Tongue twisters è un articolo molto piacevole sulle complessità di varie lingue del mondo (e ho appena visto un lungo commento qui).
Infine, chi è abituato a leggere testi di vario genere in inglese apprezzerà sicuramente how to write badly well, un blog su come scrivere male
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Vedi anche: Parole dell’anno “tecnologiche” negli USA, con vari aggiornamenti per inglese e italiano, ad es. qualche giorno fa la Repubblica ha scelto crisi come parola del 2009.
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È stata fatta una ricerca per il mese gennaio 2010.

Ogni mercato può avere un punto di vista diverso, anche per gli stessi riferimenti. Esempio tipico: icone e immagini che rappresentano il globo terrestre non sono internazionali, l’utente infatti si aspetta di vedere evidenziato il proprio continente.
