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Terminologia, localizzazione, traduzione e altre considerazioni linguistiche

hard-wired

In inglese l’aggettivo hard-wired (o hardwired) può descrivere le parti di un programma o di un dispositivo non modificabili, ad es. perché definite a livello di hardware (il riferimento originale è alle connessioni nei circuiti elettrici).

Hard-wired, spesso abbreviato in wired, ha poi assunto anche il significato di “determinato geneticamente” (il cervello è visto come circuito neurale preprogrammato) e viene comunemente usato per descrivere comportamenti innati negli uomini e negli animali, come nell’esempio che segue, dove Steven Pinker* confronta l’acquisizione del linguaggio e l’apprendimento della lettura nei bambini e, per indicare che la prima abilità è innata mentre la seconda è una conquista graduale, si rifà alla metafora del circuito elettrico:

Children are wired for sound, but print is an optional accessory that must be painstakingly bolted on.  

Dubito però che chi legge la traduzione italiana** senza conoscere il testo originale trovi la descrizione altrettanto efficace:

Rispetto ai suoni linguistici i bambini sono cablati [dalla natura], ma i caratteri a stampa sono un accessorio opzionale che deve essere acquisito diligentemente.  

La frase è preceduta da “come ha eloquentemente osservato lo scienziato cognitivo Steven Pinker”: forse nella traduzione italiana c’è un avverbio di troppo?


  * citato in Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain
**Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge 

Vedi anche: Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei (nuove teorie mettono in discussione l’ipotesi di universali grammaticali preprogrammati nel cervello umano) e La mente: foglio di calcolo o motore di ricerca? (metafore per spiegare l’acquisizione del linguaggio).

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4 commenti a “hard-wired”

  1. 16 ottobre 2009 11:52

    Luigi Muzii:

    Di Pinker è famoso anche il concetto di “dangerous idea” sviluppato da John Brockman in un libro di cui mi permetto di suggerire la lettura, insieme all’ascolto o alla lettura di “Free” di Chris Anderson.
    Entrambi sono un po’ la conferma indiretta delle teorie sul pensiero laterale di Edward de Bono: a dispetto della reclamata creatività, molti traduttori, professionisti o dilettanti, sono spesso incapaci di affrontare in modo originale un problema come quello proposto, ma tutti, chi più chi meno, sono sempre pronti a rilevare la supposta incapacità altrui.
    Pensiero laterale e idee pericolose: una combinata pazzesca per un’industria e un ambiente che più immobili non si può.

  2. 16 ottobre 2009 12:18

    Licia:

    @Luigi Muzii:
    Grazie per le citazioni, che immagino vogliano essere un esempio di lateral thinking suscitato dalla parola hard-wired.

  3. 17 ottobre 2009 10:16

    Isabella Massardo:

    Più che pensiero laterale, mi sembra una “bee line”. 😀

  4. 18 ottobre 2009 21:46

    @ Isabella:

    Temo di non riuscire a vedere un collegamento diretto tra il significato dell’aggettivo inglese argomento del post e le considerazioni sull’immobilismo dell’industria della traduzione e i vari autori citati: sicuramente è un esempio di come le intenzioni di chi scrive e le impressioni di chi legge non sempre coincidono.
    Cercherò di fare più attenzione! 🙂

    Licia