Post di ottobre 2009
“Alphabet Song” e alcune differenze culturali
A tre anni quasi tutti i bambini americani conoscono l’Alphabet Song, una canzoncina che aiuta a memorizzare i nomi delle lettere dell’alfabeto: ![]()
La sequenza L M N O P è cantata più velocemente, come se fosse un’unica parola pronunciata /ɛlɛmɛnoʊ pi:/. Ecco così che se si pensa al romanzo Ella Minnow Pea, si capisce che il titolo, dal nome della protagonista, è un gioco di parole: trasparente se i riferimenti culturali sono condivisi ma altrimenti non così ovvio.
In italiano non ci sono canzoni o filastrocche equivalenti all’Alphabet Song e si può notare un’altra differenza culturale: ai bambini italiani in età prescolare non viene insegnato il nome delle lettere (ad es. effe, zeta) come a molti loro coetanei americani che quando vedono una H e una X sanno dire che si chiamano /eɪtʃ/ ed /ɛks/.
In questo modo, però, i neo-scolari americani che devono affrontare l’ortografia complessa dell’inglese si ritrovano poi a dovere anche capire che spesso il nome della lettera, ad esempio /dʌbɨju/, ha poco o nulla in comune con il suono o fonema, ad es. /w/, rappresentato il più delle volte dalla lettera stessa, il grafema W.
Un esempio che a me fa venire qualche dubbio sull’utilità di conoscere i nomi delle lettere prima di imparare a scrivere è in Sesame Street, dove la Y e alcune parole che iniziano per Y sono insegnate da Norah Jones che gioca con il nome della lettera (“I don’t know why Y didn’t come”):
E proprio a proposito di Y e della possibile confusione tra i suoni e i nomi delle lettere durante i primi tentativi di scrittura, nel libro Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain ci sono alcuni esempi molto interessanti, come quello di bambini che scrivono “YN” al posto di “wine” e di “win”. Succede perché il simbolo Y viene associato al fonema /w/ per entrambe le parole e poi vengono seguite strategie diverse, nel caso di “wine” al nome della lettera Y, /waɪ/, viene aggiunta una N per il fonema /n/, in quello di “win” il fonema /w/ viene completato con il nome della lettera N, /ɛn/, per rendere “in”. Un esempio simile è “RUDF” per “are you deaf?”, dove vengono combinati i nomi delle lettere R, U e F, /ɑr/, /ju/ ed /ɛf/ con il grafema D.
Improbabile, invece, che un coetaneo italiano possa scrivere “BL” o “SH” al posto di “belle” e “sacca”, a meno che non si diletti già con i giochi enigmistici o gli SMS!
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Vedi anche: Ordinamento alfabetico (lingue diverse e alfabeti diversi), C’è rima e rima (la struttura della sillaba nell’apprendimento della lettura) e alcune vignette che giocano con il nome delle lettere.
Pangrammi…
In giro cominciano a vedersi i soliti indicatori che ci segnalano meno di due mesi alla fine dell’anno: ieri, ad esempio, ho notato scaffali pieni di decorazioni natalizie e ho letto un paio di articoli (qui e qui) sui neologismi dell’anno, in particolare i 1200 lemmi entrati nell’edizione 2010 del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.
Tra le nuove voci citate ce ne sono alcune che non sono proprio neologismi, ad es. pangramma, la frase più breve possibile scritta con tutte le lettere dell’alfabeto. Chi ha usato software in inglese sicuramente ricorderà The quick brown fox jumps over the lazy dog, pangramma di 35 caratteri che esemplificava l’aspetto dei tipi di carattere nelle prime versioni di Windows e adottato anche altrove. In italiano era stato localizzato con Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta ma, per quanto fossi curiosa, non ero mai riuscita a scoprire perché fosse stata scelta una citazione della traduzione dell’Iliade e non un pangramma italiano, come ad es. Quel fez sghembo copre davanti usato in alcune distribuzioni Linux.
I pangrammi mi faranno sempre pensare a Ella Minnow Pea, un romanzo epistolare ambientato in una comunità dominata dall’eredità spirituale dell’autore del pangramma The quick brown fox… Quando la lettera Z cade dal monumento a lui dedicato, ai cittadini è vietato usarla in qualsiasi comunicazione; la stessa sorte toccherà per le lettere che cadono in seguito, costringendo gli abitanti a veri e propri contorsionismi linguistici (il libro è composto da
una serie di lipogrammi sempre più complessi che giocano con l’ortografia dell’inglese, come nell’esempio a destra). La speranza di salvezza è legata a un pangramma e, tra i vari esempi forniti dalla protagonista Ella Minnow Pea, si impara che J.Q. Vandz struck my big fox whelp contiene tutte 26 le lettere dell’alfabeto inglese senza alcuna ripetizione, mentre di poco più lunghi sono Quick zephyrs blow, vexing daft Jim (29) e Few quips galvanized the mock jury box (32). Altri esempi di pangrammi qui.
Nell’edizione italiana, Lettere. Fiaba epistolare in lipogrammi progressivi, il traduttore Daniele Petruccioli ha trovato un equivalente davvero efficace per il pangramma chiave: Fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane (36 caratteri, 7 in meno della traduzione “classica” Ma la volpe col suo balzo ha raggiunto il quieto Fido). Appaiono anche Che strazio quando Giambi fa il VIP (29) e Pochi frizzi mostrò quel divo balengo (32).
Un’ultima nota sul romanzo: l’avevo letto in inglese e mi ero divertita molto con le invenzioni linguistiche e lessicali, a partire dal nome della protagonista. L’idea di fondo è molto originale e la lettura è piacevole anche se non sempre avvincente, forse perché la trama e la caratterizzazione dei personaggi non sono così approfonditi come ci si aspetterebbe.
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Aggiornamento: Daniele Petruccioli racconta come ha tradotto in italiano Ella Minnow Pea in Letteralmente a pezzi.
Aggiornamenti sulle parole dell’anno 2009: il dizionario americano Webster ha scelto distracted driving, preferita a cloud computing, wrap rage, netbook, wallet biopsy e go viral. La parola dell’anno per il New Oxford American Dictionary è unfriend.
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10 anni della parola blog
A people’s history of the internet: from Arpanet in 1969 to today è un documentario interattivo di The Guardian sulla storia di Internet. A ciascuno degli ultimi 40 anni sono associati eventi e ricordi di chi usa la rete.
Si scopre che il neologismo weblog (“a log of the web”) è stato coniato nel 1997, poi abbreviato in blog nel 1999.
Ci è voluto qualche anno perché il concetto di “diario online continuamente aggiornabile” diventasse di uso comune. Nei mass media se n’era cominciato a parlare solo qualche anno più tardi, descrivendolo in vari modi: in italiano, ad es., si trovava diario telematico, diario web, diario in Rete; la parola blog, invece, appariva spesso virgolettata e veniva ancora considerata un termine gergale (un esempio qui).
Il concetto era stato documentato nel database terminologico Microsoft nel 2003; lo ricordo bene perché, nella scelta del termine da privilegiare tra quelli che coesistevano allora, avevamo monitorato anche lo sviluppo delle notizie sul blogger di Baghdad, una delle prime volte che l’argomento blog veniva portato all’attenzione del pubblico generico.
La scelta del prestito blog per l’italiano, per quanto il termine allora non avesse una frequenza particolarmente elevata se non tra gli “addetti ai lavori”, si è rivelata azzeccata… anche senza sfera di cristallo! ![]()
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Vedi anche: "Blogorrhea" e "blogorrea"sono la stessa cosa?
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netbook
Se non c’è la sfera di cristallo…
Mi è piaciuto molto quello che ha scritto Mara in Tradurre le serie, sulle scelte di traduzione che rischiano di entrare in conflitto con situazioni future non prevedibili.
È un problema che si può presentare anche nella localizzazione del software, ad es. quando nella lingua di arrivo non esiste un termine equivalente oppure c’è ma è improponibile perché ha connotazioni indesiderate o non è adatto al registro o al contesto. In questi casi si ricorre a soluzioni ad hoc (un esempio qui) e si spera sempre che nelle versioni successive non vengano introdotti nuovi concetti per i quali sarebbe più appropriato il termine già “preso”. È infatti sempre difficile cambiare la terminologia consolidata: risulterebbe costoso e soprattutto creerebbe confusione agli utenti.
Un esempio tipico è il termine Wizard nei prodotti Microsoft (1991). Varie lingue europee avevano deciso di optare per l’equivalente di “assistente” perché una traduzione letterale sarebbe stata fuori luogo. Non avevano però potuto
prevedere che qualche anno più tardi Office 97 avrebbe introdotto il concetto di Assistant (un personaggio animato interattivo che proponeva argomenti della Guida) e sarebbero state
costrette a usare soluzioni alternative, ad es. per lo spagnolo Wizard=Asistente ma Assistant=Ayudante e per il francese Wizard=Assistant ma Assistant=Compagnon, oppure per il tedesco lo stesso termine, Assistent, per entrambi i concetti.
Una potenziale complicazione si era aggiunta in seguito, specialmente per il francese, con l’arrivo del termine Search Companion, l’interfaccia di ricerca di Windows XP in cui un cagnolino guidava gli utenti con alcune domande. Interessante notare come la strategia di localizzazione più comune in questo caso non era stata quella di cercare un nuovo termine distintivo ma di associare la nuova funzionalità a un concetto già esistente con cui gli utenti avessero già familiarità.
Nella tabella qui sotto sono riassunte alcune di queste scelte e si può vedere che alcune lingue avevano pensato a Search Companion come a una specie di “Assistant” e altre invece come a un “Wizard”, tra cui l’italiano che aveva optato per Ricerca guidata:
In conclusione: a volte servirebbe davvero la sfera di cristallo per capire se certe scelte terminologiche potrebbero dare problemi in futuro. Si riesce comunque a trovare soluzioni adeguate, anche se, con il senno di poi, in alcuni casi non sono forse perfette al 100%.
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PS Grazie a Riccardo che con un commento mi ha dato l’idea per questi esempi.
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splash screen – schermata iniziale
Ho visto una raccolta delle schermate iniziali di Windows dal 1985 al 2009 e, ahimè, mi hanno ricordato che sono un’utente stagionata, infatti le ho riconosciute tutte a parte la prima… Se non altro mi sono divertita a leggere i commenti tipicamente inglesi che le accompagnano!
E ho notato la terminologia: chi ha scritto le didascalie parla di start-up screen e loading screen ma non di splash screen, altro termine parecchio comune tra chi sviluppa software per descrivere la schermata iniziale (o di avvio) di un sistema operativo o di un’applicazione, dove di solito appaiono il logo, il nome del prodotto, la versione e informazioni di copyright.
Splash screen è un termine che ho sempre trovato divertente, soprattutto perché mi era stato spiegato che il riferimento è a splash (page), che nel linguaggio dei fumetti è la vignetta che prende tutta o buona parte della prima pagina di una storia e include il titolo e informazioni come il nome degli autori. Il verbo splash (across/over) in contesto mass media significa “dare grande rilievo” e quindi anche “sbattere in prima pagina”, da cui il sostantivo splash per servizi o immagini che occupano spazio e non passano inosservati.
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Asterix compie 50 anni
La prima storia di Asterix è stata pubblicata 50 anni fa. The Independent lo ricorda in Asterix and the half century, sottolineando la ricchezza di giochi di parole e riferimenti culturali del testo originale e la difficoltà di renderli nelle 107 lingue in cui sono tradotte le storie.
Non vengono però citati i due traduttori inglesi, Anthea Bell e Derek Hockridge, che sono invece noti per il loro ottimo lavoro. Ne avevo sentito parlare per la prima volta parecchi anni fa a una conferenza in Inghilterra e mi fa piacere avere ritrovato vari esempi in Asterix – What’s in a name, in cui la traduttrice descrive l’adattamento di elementi grafici, nomi, canzoni, giochi di parole e accenti.
Può essere interessante confrontare le strategie di traduzione usate in lingue diverse, a partire dai nomi dei personaggi non protagonisti (altri dettagli seguendo i collegamenti):
francese
“etimologia”
italiano
inglese (UK)
tedesco
latino
Astérix
astérisque / astre
Asterix
Asterix
Asterix
Asterix
Obélix
obélisque / obèle (il simbolo † che segue l’asterisco)
Obelix
Obelix
Obelix
Obelix
Idéfix
idée fixe
Idefix
Dogmatix
Idefix
Notabenix
Panoramix
panoramique
Panoramix
Getafix
Miraculix
Omnipotentix
Abraracourcix (capo del villaggio)
à bras raccourcis (indica atteggiamento aggressivo)
Abraracourcix
Vitalstatistix
Majestix
Manumilitarix
Assurancetourix (bardo)
assurance tous risques
(assicurazione contro tutti i rischi)Assurancetourix
Cacofonix
Troubadix
Armavirumquecanix
Azzeccatissima Sono Pazzi Questi Romani, la versione italiana della frase preferita di Obelix, Ils sont fous ces Romains, mentre è inevitabile che alcuni riferimenti, anche se adeguatamente riprodotti in un’altra lingua, risultino meno trasparenti nella traduzione. Un esempio è Babaorum, il nome di uno degli accampamenti romani: dovrebbe far pensare ai babà, come in francese (baba au rhum), ma so di non essere l’unica a non averlo capito, probabilmente per scarsa familiarità con questo dolce o per aver pensato che la pronuncia fosse piana; forse Pastelalrum in spagnolo e Totorum in inglese (tot o’ rum) trasmettono più esplicitamente l’aspetto ridicolo del nome.
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Vedi anche Io puffo, tu puffi, noi effettuiamo: il 50º anniversario dei Puffi come spunto per un’osservazione sul verbo effettuare in campo informatico.
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hard-wired
In inglese l’aggettivo hard-wired (o hardwired) può descrivere le parti di un programma o di un dispositivo non modificabili, ad es. perché definite a livello di hardware (il riferimento originale è alle connessioni nei circuiti elettrici).
Hard-wired, spesso abbreviato in wired, ha poi assunto anche il significato di “determinato geneticamente” (il cervello è visto come circuito neurale preprogrammato) e viene comunemente usato per descrivere comportamenti innati negli uomini e negli animali, come nell’esempio che segue, dove Steven Pinker* confronta l’acquisizione del linguaggio e l’apprendimento della lettura nei bambini e, per indicare che la prima abilità è innata mentre la seconda è una conquista graduale, si rifà alla metafora del circuito elettrico:
Children are wired for sound, but print is an optional accessory that must be painstakingly bolted on.
Dubito però che chi legge la traduzione italiana** senza conoscere il testo originale trovi la descrizione altrettanto efficace:
Rispetto ai suoni linguistici i bambini sono cablati [dalla natura], ma i caratteri a stampa sono un accessorio opzionale che deve essere acquisito diligentemente.
La frase è preceduta da “come ha eloquentemente osservato lo scienziato cognitivo Steven Pinker”: forse nella traduzione italiana c’è un avverbio di troppo?
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* citato in Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain
** Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge
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Flessibilità dell’inglese: un-
Un articolo del New York Times, The Age of Undoing, mette in evidenza i verbi inglesi creati aggiungendo il prefisso un- a verbi già esistenti per indicare l’annullamento di un’azione, interessanti perché danno origine a molti neologismi, specialmente nella pubblicità e nelle opzioni delle interfacce di software e di social network:
[…] you can friend someone on Facebook; follow a fellow user on Twitter; or favorite a video on YouTube. Change your mind? You can just as easily unfriend, unfollow or unfavorite with a click of the mouse.
È un ulteriore esempio della flessibilità della lingua inglese, non sempre facilmente riproducibile nella terminologia italiana equivalente, dove si è costretti ad usare strategie diverse a seconda del tipo di verbo e del concetto espresso.
Se possibile, si ricorre a un prefisso anche in italiano, in genere scegliendo tra s- e dis- :
| lock / unlock | bloccare / sbloccare |
| link / unlink | collegare / scollegare |
| dock / undock | ancorare / disancorare |
| install / uninstall | installare / disinstallare |
A volte si deve usare un verbo con un’etimologia diversa, anche se per l’utente potrebbe diventare meno immediata l’associazione tra un’azione e il suo annullamento:
| group / ungroup | raggruppare / separare |
| hide / unhide | nascondere / scoprire |
In altri casi non è possibile trovare un verbo adeguato e si adottano soluzioni specifiche che, anche se trasparenti, possono risultare “verbose”:
| protect / unprotect | proteggere / rimuovere la protezione |
| share / unshare | condividere / annullare la condivisione |
Va poi fatta particolare attenzione al prefisso de- perché in inglese non sempre conferisce lo stesso significato di un-. Esempio: decompress e uncompress di solito sono sinonimi e in italiano decomprimere può rendere entrambi; deselect e unselect, invece, lo sono in alcuni contesti ma in altri possono indicare rispettivamente “disattivare un’impostazione” e “annullare una selezione di testo o oggetti” e quindi potrebbe essere necessario mantenere la distinzione anche in italiano, ad es. con deselezionare e annullare la selezione.
Ovviamente le scelte terminologiche in questi casi sono semplificate se si dispone di database terminologici in cui i concetti sono descritti accuratamente e tutti i sinonimi (es. decompress e uncompress) e i concetti correlati (es. deselect e unselect) sono documentati chiarendo che tipo di relazioni hanno tra loro.
Tornando infine agli esempi dell’articolo del NYT, e in particolare a Like / Unlike di Facebook, è consolante (!) vedere come anche in altre lingue sia difficile riprodurre l’efficacia e la concisione dell’inglese e come spesso si adottino soluzioni simili, ad es. Mi piace / Non mi piace più in italiano, Me gusta / Ya no me gusta in spagnolo e Gefällt mir / Gefällt mir nicht mehr in tedesco.
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Aggiornamento 16 novembre 2009: unfriend è la parola dell’anno 2009 per il New Oxford American Dictionary.
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Vedi anche: altri post con il tag lavoro terminologico.
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Il portale linguistico del Canada
Ne stanno parlando in molti: il Canadian Translation Bureau, ente governativo canadese, ha reso consultabili gratuitamente il database terminologico Termium (quasi 4 milioni di termini in inglese e francese e più di 200.000 in spagnolo) e le risorse del portale linguistico The Language Portal of Canada / Le Portail linguistique du Canada, dove si possono trovare strumenti linguistici di vario genere tra cui guide di stile e dizionari per le due lingue ufficiali del Canada, inglese e francese.
È invece disponibile da tempo il tutorial di terminologia, versione italiana di The Pavel Terminology Tutorial a cura della SSLMIT di Forlì.
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L’italiano del doppiaggio televisivo
Lo confesso: a casa mia non c’è la TV (o forse dovrei dire il TV, come si sente in certe pubblicità alla radio?) e quindi non sono molto ferrata su cosa viene trasmesso ultimamente, tantomeno sulla qualità del doppiaggio o sulle espressioni che entrano nell’italiano di tutti i giorni direttamente dalla televisione. Su questi argomenti vorrei comunque segnalare un paio di cose che mi è piaciuto leggere:
- “Non ci posso credere…”. L’italiano del doppiaggio televisivo, un articolo dello speciale Fiction in tv: una lingua "seriale" del Portale Treccani sulle interferenze sintattiche, lessicali o fraseologiche prodotte da traduzioni approssimative nel doppiaggio delle fiction americane, ad es. l’abuso di avverbi come assolutamente, costruzioni con l’aggettivo anteposto al sostantivo e calchi impropri come sir = signore.
… - Le osservazioni di Marco Fisk sul doppiaggio di The West Wing, pieno di errori e falsi amici (esempi qui, qui, qui e qui). Bonus per chi apprezza le strisce di Dilbert: l’idea di chiamare elboniano traduttore chi produce queste chicche.
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Che cosa si deve premere?
Elio mi manda due esempi di quelle che lui chiama “interfacce utonte”:

Qui sopra che cosa si deve premere, Yes, No,
oppure
? E il pulsante
all’interno della finestra di dialogo ha la stessa funzione del pulsante nero di chiusura in alto a destra sulla barra del titolo, anche se ha una combinazione di colori e una forma diversa?
Andrebbe anche detto che il simbolo
(checkmark in inglese, segno di spunta in italiano) non ha lo stesso significato in tutte le culture e quindi potrebbe non essere adatto a prodotti destinati al mercato globale perché potrebbe risultare ambiguo (basti pensare ai questionari compilati a mano dove va fatta una scelta tra varie opzioni marcando delle caselle: noi italiani mettiamo crocette, gli americani segni di spunta).
Nell’altro esempio qui sotto, il segno di spunta dentro la finestra di dialogo e poi ripetuto come pulsante crea ulteriore confusione; il passaggio 2 dà un’informazione e quindi non dovrebbe richiedere conferma da parte dell’utente, eppure il pulsante per passare alla schermata successiva non è attivo:
Non proprio il massimo come esempi di usabilità!
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Vedi anche: Incongruenze del Bancomat e Usabilità e istruzioni per altri esempi di mancata corrispondenza tra istruzioni e interfaccia o illustrazioni.
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Definizioni, interferenze culturali… e purè!
La definizione è ovviamente un campo essenziale in qualsiasi database terminologico. Nelle schede terminologiche usate in ambito aziendale si tende a preferire definizioni brevi che contengono solo le informazioni necessarie a identificare il concetto.
Esistono vari tipi di definizione e nei sistemi concettuali di tipo gerarchico, tra i più comuni, in genere si usano definizioni intensionali: partendo dal concetto sovraordinato, si descrive il concetto in questione evidenziando le caratteristiche restrittive che lo distinguono dai concetti coordinati (quelli che appartengono allo stesso livello e condividono tutte le caratteristiche a parte appunto quella che li differenzia).
In alcuni casi, però, definizioni che appaiono adeguate anche in lingue diverse possono dare luogo a interpretazioni non corrette se intervengono “interferenze culturali” non immediatamente ovvie.
Immaginiamo un esempio in un contesto italiano in cui vengono documentati concetti coordinati quali “utensile da cucina usato per schiacciare e spremere l’aglio” e “utensile da cucina usato per spremere il succo dagli agrumi”. In italiano, al concetto “utensile da cucina usato per ridurre in purea patate bollite” vengono associati senza esitazioni il termine schiacciapatate e il termine passapatate come variante regionale. In inglese, la definizione corrispondente “kitchen utensil used for mashing boiled potatoes” farà pensare altrettanto facilmente a potato masher e a masher come forma abbreviata.
Ma schiacciapatate e potato masher sono equivalenti? Nella traduzione di un romanzo probabilmente sì, in un catalogo di casalinghi decisamente no:
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| schiacciapatate | potato masher |
Come ovviare? In un’ipotetica scheda terminologica, in questo caso potrebbe non essere necessario intervenire sulla definizione, che è concisa e svolge il compito di distinguere il concetto da quelli correlati in quel sistema gerarchico, ma la si può completare con una nota in un campo apposito (ad es. “consta di un recipiente cilindrico o d’altra forma con fondo bucherellato, dotato di un manico fisso e di un altro manico snodabile a leva, opportunamente imperniato per esercitare la necessaria pressione sulle patate mediante una piastra metallica a disco”)* oppure si può aggiungere un contesto visivo per illustrare il concetto anche con un’immagine. Queste soluzioni dovrebbero consentire di associare correttamente i termini potato press e potato ricer (variante americana) per l’inglese.
Le “interferenze culturali” non sono facilmente identificabili proprio perché spesso sono nascoste. Può quindi essere utile che un terminologo di una lingua diversa da quella di partenza riveda concetti, termini e dati associati prima che inizi il lavoro nelle altre lingue e, nella fase successiva del flusso di lavoro, prevedere la possibilità di aggiungere commenti segnalati automaticamente ai colleghi coinvolti nel progetto, che potranno così monitorare in tempo reale i potenziali problemi e le loro soluzioni (ad es. si potrà decidere di creare una scheda anche per il concetto correlato rappresentato da potato masher).
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PS …che poi neanche il purè e le mashed potatoes sono proprio la stessa cosa, ma questa è un’altra storia!
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Vedi anche Tasti di scelta (rapida) per un esempio di concetti sovraordinato e subordinati.
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* La descrizione dello schiacciapatate è adattata dal Vocabolario Treccani
È stata fatta una ricerca per il mese ottobre 2009.


