Post di giugno 2009
“Blogorrhea” e “blogorrea” sono la stessa cosa?
In inglese ci sono innumerevoli neologismi che fanno riferimento ai blog. The Urban Dictionary ne elenca più di 200: molti sono ancora gergali ma altri sono ormai entrati nell’inglese standard e da lì sono arrivati in italiano, spesso come prestiti, ad es. blogroll.
Tra i calchi l’inglese blogorrhea e l’italiano blogorrea (la tendenza a scrivere post prolissi e spesso incoerenti, oppure molto frequenti ma privi di contenuto interessante) mi piacciono non solo per l’efficacia con cui esprimono il concetto ma anche perché li trovo un tipico esempio di parole in lingue diverse che solo in apparenza sono del tutto equivalenti.
Per confermarlo ho fatto un piccolo esperimento con una trentina di persone che hanno familiarità con i blog, metà italiane e metà di madrelingua inglese. Ho mostrato loro la parola blogorrhea o blogorrea (nella propria lingua) e ho chiesto di indicarmi il significato e l’origine. Tutti hanno riconosciuto il concetto e capito che era una parola macedonia ma, come prevedevo, l’interpretazione “etimologica” è stata diversa in inglese e in italiano.
In inglese blogorrhea è stata analizzata come parola composta da blog e dal suffisso rrhea che fa pensare soprattutto a diarrhea (non a caso in inglese esiste anche il concetto opposto, blogstipation), ma anche a gonorrhea, e quindi può evocare immagini alquanto negative. In italiano, invece, tutti hanno visto un unico riferimento a logorrea, un concetto più astratto e spesso usato ironicamente. Ecco quindi che non c’è una completa equivalenza nelle due lingue perché non coincidono le connotazioni legate alle parole.
Difficile dire se le sfumature di significato siano influenzate dalla maggiore o minore frequenza di certe parole nella lingua (in italiano logorrea è un termine tecnico entrato nel lessico comune e quindi più riconoscibile di logorrhea in inglese) oppure dall’ortografia (in inglese rrhea è una combinazione usata raramente al di fuori del linguaggio scientifico, familiare forse solo proprio per diarrhea).
Non so se esista un termine per descrivere le differenze di percezione dovute al diverso impatto visivo delle parole scritte, in ogni caso credo si possa usare questo esempio per ricordare che nella scelta di termini molto visibili, di nomi di prodotti e di nomi di domini (!!) si dovrebbe sempre verificare che non contengano sequenze di caratteri o altro che possano conferire connotazioni negative non volute: chi traduce dovrebbe avere la sensibilità per individuare queste differenze.
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Aggiornamento: vedi anche Web2.0rhea per un altro esempio con il suffisso (r)rhea.
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PS Sto per fare una pausa. E in effetti, prima che me lo faccia notare qualcuno, forse non era il caso di scrivere un post così lungo proprio sull’argomento… blogorrea!
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Search <> Cercare
Il verbo inglese search è vittima di in un errore di localizzazione abbastanza diffuso anche se spesso segnalato, ad es. da Premere il tasto ANY. Ora è il mio turno parlarne. ![]()
Nell’uso standard search vuol dire “perquisire”, “perlustrare” (quindi “cercare attentamente”) e solo in ambito informatico ha il significato di “reperire dati o informazioni”. La costruzione di search nella forma transitiva è search X for Y: il complemento oggetto X indica dove si cerca mentre for Y specifica cosa si cerca, ad es. search the Web for sans-serif fonts.
Quando ciò che si cerca è sottinteso o non definito, chi localizza in italiano non sempre considera che search e cercare non sono equivalenti (sintassi diversa!) e può fare l’errore di confondere
il luogo della ricerca con l’oggetto della ricerca. Andrebbe ricordato che in inglese si tende a preferire il verbo find per indicare cosa cercare senza specificare dove, ad es. find sans-serif fonts (un approccio che dà per scontato che la ricerca vada sempre a buon fine…).
Aggiornamento – Si può vedere un altro esempio dello stesso errore nella nuova interfaccia di Hotmail. Il messaggio nella casella di ricerca (Search mail in inglese) dovrebbe chiarire che la ricerca verrà fatta nei messaggi della propria casella di posta(anziché su Internet con il motore di ricerca Bing) ma in italiano sembra invece che si sia perso il proprio account di posta elettronica e lo si debba cercare:
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Etimologia latina di persona
Le statistiche del blog segnalano un’impennata di varie centinaia di ricerche su “etimologia latina di persona” e variazioni sul tema. Sarei curiosa di sapere perché (forse qualche traccia di esame di maturità?), in ogni caso suggerisco a chi eventualmente arriva qui di consultare uno dei vari dizionari italiani online oppure il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Ecco cosa dice il Vocabolario Treccani su persona:
Latino persōna, voce di origine probabilmente etrusca, che significava propr. «maschera teatrale» e poi prese il valore di «individuo di sesso non specificato», «corpo», e fu usata come termine grammaticale e teologico.
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Vedi anche: Il concetto di “user persona” nel software.
Marchionimi e terminologia
Al Convegno Ass. I. Term 2009 mi è piaciuto molto anche l’intervento di Vittorio Coletti su Marchionimi e terminologia. I marchionimi sono i nomi di marchio o commerciali. Si collocano tra i termini scientifici del linguaggio settoriale e i nomi della lingua comune; anche se non hanno la precisione dei termini scientifici specifici hanno una grande efficacia di appello e, come per il lessico specialistico, di solito c’è un legame univoco tra parola e cosa significata. Non tutti i marchionimi sono nomi nuovi coniati appositamente, come ad es. Viagra. Altre modalità di formazione di marchionimi:
| ▄ | nomi comuni poi registrati (es. Vespa o i numeri che diventano nomi di auto) |
| ▄ | eponimi (es. Biro) o derivati dai nomi di impresa (es. Scottex, Vibram) |
| ▄ | nomi di luogo (es. Tabasco) |
| ▄ | fenomeni di composizione (es. Borotalco, Vinavil, Liquigas) |
| ▄ | acronimi (es. ABS) o pseudoacronimi (es. Terital, Botox) |
| ▄ | varianti commerciali di nomi comuni (es. Attack) |
| ▄ | uso di suffissi o prefissi scientifici o avvertiti come tali (es. Cementite e Tetrapak) che possono dare allusività tecnologica |
I marchionimi possono essere distinti in forti e deboli non solo in base alla
protezione giuridica del nome ma anche in rapporto alla forma linguistica del marchio stesso. Un marchio è debole quando è trasparente, es. Salvavita; può entrare facilmente nel linguaggio comune con un fenomeno di volgarizzazione, come nel caso di pennarello e candeggina . È traducibile in altre lingue, es. Toilet Duck e Anitra WC. Un marchio è forte quando è opaco, ovvero meno riconoscibile come derivante da una lingua specifica (es. Vernel); non è traducibile e ha il vantaggio di poter migrare in lingue diverse rimanendo inalterato o quasi (adattamento a livello di pronuncia e meno spesso di grafia, es. cellophane à cellofan). Spesso vengono usati morfemi scientifici che rendono la parola compatibile con lingue diverse e adatta a calchi omonimici.
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Aggiornamento: l’intervento completo di Vittorio Coletti, con molti esempi, è ora disponibile in Marchionimi e nomi commerciali in terminologia.
Chaos Defrost – Scongelamento Chaos
Alfredo mi inoltra un commento divertente di un irlandese a proposito di un forno a microonde di una nota marca giapponese:
Bought myself a new microwave today to replace my old, trusty and very rusty one. I’m a bit afraid of the new one, it has a button labelled "Chaos Defrost" ( I haven’t pressed it yet!!! ). I’ve decided to do a Homer* and put a plaster over the nefarious button. Out of sight out of mind.
Verrebbe subito da pensare che Chaos Defrost sia un possibile errore di interpretazione e/o localizzazione del termine originale giapponese, invece si tratta proprio di un riferimento specifico alla teoria del caos e alla sua applicazione pratica in una modalità avanzata di scongelamento con microonde.
Nel sito italiano del produttore si trova Scongelamento Chaos: come per l’inglese, mi domando se il nome consenta all’utente tipico di ricordarlo e associarlo facilmente al tipo di funzionalità (viene in mente l’alternativa ben più banale, ma trasparente, scongelamento intelligente). Dubito che venga colto il riferimento scientifico specializzato ma perlomeno la scelta della grafia inglese chaos dovrebbe evitare che l’utente italiano si preoccupi inutilmente di cosa possa succedere premendo il pulsante!
In ogni caso è l’ennesimo esempio di quanto sia difficile trovare nomi di funzionalità descrittivi, efficaci e che funzionino a livello globale e di come le connotazioni delle parole usate nel lessico comune spesso prevalgano sui loro eventuali significati specializzati.
Vedi anche: Terminologia e utente tipico.
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* In inglese doing a Homer, con chiaro riferimento ai Simpson, starebbe per “evitare fortuitamente di combinare qualche disastro”.
Tendenze nella formazione di neologismi
Il 10 e l’11 maggio ero a Genova al Convegno Ass. I. Term 2009, Terminologia, variazione e interferenze linguistiche e culturali. Anche in questo caso, interventi molto interessanti.
Valeria Della Valle, ad esempio, ha riassunto molto efficacemente le Nuove tendenze nella formazioni delle parole nuove nella lingua italiana.
Alcune note in ordine sparso:
| ▄ | grande impiego di affissi e confissi, ad es. cyber, euro, turbo, –landia; |
| ▄ | in espansione abbreviazioni e accorciamenti, specialmente nella lingua parlata; |
| ▄ | uso di conglomerati, ad es. gratta e vinci o usa e getta; |
| ▄ | tamponamenti, ad es. tv-fonino; |
| ▄ | progressiva familiarizzazione di acronimi e sigle, spesso senza essere in grado di distinguere gli elementi che stanno alla base, ad es. DICO; |
| ▄ | acronimi che danno luogo a formazioni derivate, ad es. suvvista da SUV; |
| ▄ | notevole diffusione dei deonomastici, spesso derivati da nomi di politici; |
| ▄ | fenomeni di transcategorizzazione, come nel passaggo da aggettivo a nome, ad es. fisso, mobile (telefonia); |
| ▄ | irradiazione dal modello morfologico anglomericano, ad es. teo-lib; |
| ▄ | ricorso a unità polirematiche per supplire a carenze di aggettivi, ad es. di eccellenza; |
| ▄ | enfasi espressiva, un accorgimento fonografematico per mettere in evidenza parole marcandole in senso ironico o polemico, ad es. dibbbattito, ggiovani; |
| ▄ | termini nati in ambiti specialistici che vengono assorbiti nel linguaggio comune, ad es. profilo tariffario, federalismo sociale; |
| ▄ | forte presenza di neologismi semantici, con slittamento di ambito e significato, ad es. concertista, calendarista; |
| ▄ | metaforizzazione, ad es. stellato (segnalato con una o più stelle in una guida); |
| ▄ | metonimia, ad es. casco rosso per vigile del fuoco; |
| ▄ | metonimia topografica, ad es. Palazzo Grazioli; |
| ▄ | antonomasia, ad es. Il Cavaliere; |
| ▄ | calchi, numerosissimi, diventati normali e ben inseriti nel nostro sistema linguistico, tanto che spesso non sono riconoscibili come tali dal parlante comune, ad es. profilazione (profiling) e guidatore designato (designated driver); |
| ▄ | prestiti, dove l’italiano preferisce prestiti integrali al meccanismo dell’adattamento, con alcune eccezioni tipo fotoscioppare e susci (forma adattata alle caratteristiche fonografematiche dell’italiano e che sta sostituendo sushi); |
| ▄ | internazionalismi, ovvero fenonemi di assimilazione dall’inglese che entrano contemporaneamente in lingue di paesi diversi; in genere fanno riferimento a eventi globali ma anche ad aspetti nuovi di vita quotidiana, ad es. risparmio etico, aiuti umanitari; |
| ▄ | neoformazioni di autore, parole brillanti create da giornalisti, editorialisti e politologi per suscitare curiosità e interesse, ad es. ciecopacifista (Sartori) e verbiparo (Coletti). |
Valeria Della Valle ha concluso sottolineando che l’italiano è una lingua che riesce a trovare notevoli risorse per inventare parole nuove, segnalando però che molte sono connotate polemicamente o ironicamente.
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Aggiornamento – L’intervento di Valeria Della Valle è ora disponibile in Tendenze recenti nella formazione delle parole nuove; un altro articolo sull’argomento è Una passeggiata fra i neologismi del Terzo Millennio.
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Marketing plurilingue: tradurre o non tradurre?
Oggi ero alla Giornata REALITER 2009 dedicata a Terminologia e plurilinguismo nell’economia internazionale. Molti gli interventi interessanti.
Andrea Di Gregorio, ad esempio, ha parlato di strategie traduttive e non-traduttive nella comunicazione al pubblico dei prodotti mass-market in un mercato globale, evidenziando come siano sempre più diffusi i messaggi pubblicitari non tradotti, parzialmente tradotti o addirittura “ritradotti” nella lingua di partenza, in genere l’inglese.
Per decidere se mantenere un messaggio nella lingua originale vengono fatte valutazioni sul target, il tipo di prodotto, il mezzo di comunicazione e il tipo di comunicazione (ad es. se informativa o evocativa, se punta a far riconoscere il prodotto dal cliente o a far sì che il cliente si riconosca nel prodotto, se è più importante quello che si dice o che lo si dica in inglese).
In questi casi è ovviamente essenziale un’analisi del testo inglese per determinare se è facile e distintivo, se contiene termini di origine latina o comunque ben noti e quindi subito riconoscibili, oppure se le parole sono sconosciute ma dal suono comunque accattivante (mi viene in mente Bing, il nuovo motore di ricerca),
se eventuali giochi di parole sono intraducibili ma comprensibili. Potrebbe essere necessario spiegare comunque il messaggio, anche se indirettamente, come nella campagna So where the bloody hell are you? di Tourism Australia che nella versione italiana riportava in calce “Che cosa aspetti a venire?”
Andrea Di Gregorio ha sottolineato il ruolo importante del traduttore in queste scelte, anche in caso di non-traduzione, per l’apporto che può dare grazie alla sensibilità sia verso la lingua di partenza che quella di arrivo. Concordo in pieno, specialmente quando si tratta di valutare le conoscenze dell’inglese da parte dell’utente italiano dal punto di vista E2 (English as a Second Language): nel caso della campagna australiana, ad esempio, avrei qualche dubbio che tutti gli italiani che conoscono l’espressione bloody hell la associno a un intercalare tipicamente australiano come può fare chi è di madrelingua inglese.
Aggiornamento 15/12/2009: il testo dell’intervento di Andrea Di Gregorio è ora consultabile nel sito Realiter.
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Vedi anche: Terminologia e plurilinguismo – Atti Realiter 2009, Cultural awareness and product development/localization e Competenze nelle valutazioni di localizzabilità in Le competenze linguistiche nella localizzazione.
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Le competenze linguistiche nella localizzazione
Una conversazione recente mi ha fatto rispolverare Le competenze linguistiche nella localizzazione, un intervento fatto al convegno Tradurre: formazione e professione organizzato dall’Università di Padova nell’aprile 2006. Era stato introdotto così:
La traduzione è l’attività più conosciuta e meglio descritta all’interno del processo di localizzazione ma non rappresenta l’unica fase del ciclo di vita di un prodotto per la quale sono richieste competenze linguistiche specializzate. In questo intervento verranno brevemente analizzate altre fasi dello sviluppo di un prodotto che possono richiedere competenze linguistiche e culturali: globalizzazione, considerazioni geopolitiche, inglese come seconda lingua, identificazione di nuova terminologia e gestione terminologica, definizione di guide di stile e materiale di riferimento, revisione e controllo di qualità, opportunità create dai sistemi di traduzione automatica e interazione con l’utente finale.
La trascrizione dell’intero intervento è disponibile qui ed è pubblicata nel volume Tradurre: formazione e professione, a cura di Maria Teresa Musacchio e Geneviève Henrot Sostero, Centro Linguistico di Ateneo, Università degli Studi di Padova, 2007.
Aspromonte e area grecanica
Sono tornata da un lungo trekking in Aspromonte, una zona affascinante con una natura bellissima. Davvero interessanti anche le tradizioni locali e la storia linguistica dell’area grecanica, dove si sta cercando di salvare il grecanico, un dialetto neogreco parlato ormai solo da pochi anziani ma che deriva, a seconda degli studiosi, direttamente dal greco bizantino o dal greco della Magna Grecia.
Il grecanico non ha una tradizione scritta e il lessico si è fermato più o meno al 1500. Conta circa 7000 vocaboli che descrivono principalmente attività quotidiane e legate alla terra e include molti nomi di piante e di animali.
Viene documentato con l’alfabeto latino, usando alcuni digrammi e trigrammi specifici per rendere fonemi che non hanno un corrispondente in italiano: si trovano ad esempio ii a inizio di parola e ghu e cho. In alcuni paesi come Bova e Gallicianò i nomi delle strade (dromo) sono però scritti anche nell’alfabeto greco. Sono riconoscibili molti toponimi di origine greca, ad es. chorìo proviene dal bizantino chorìon, villaggio, e descrive la frazione di una località, come nel caso di Chorio di Roghudi.
È stata fatta una ricerca per il mese giugno 2009.
