Post di maggio 2009
Le riforme dell’ortografia, ke inkubo!
Quando ricevo SMS con k al posto di ch e vari xchè mi viene da sorridere perché chi me li manda non è certo adolescente. Poi penso che, come italiana, queste sono probabilmente le uniche variazioni di ortografia con cui avrò mai a che fare.
Per l’italiano le riforme dell’ortografia sono un’evenienza improbabile, grazie all’alto grado di corrispondenza tra suoni e segni (alla maggior parte dei fonemi è associato un grafema o digramma specifico). In molti paesi, invece, è una necessità ed esistono enti nazionali di standardizzazione linguistica che decidono come e quando modificare l’ortografia per risolvere incongruenze o semplificare le regole (ad es. se ci sono modi diversi per rappresentare uno stesso fonema, se le modalità di sillabazione o di formazione di termini composti sono troppo complesse, ecc.).
Spesso gli enti di standardizzazione prevedono la coesistenza del vecchio e nuovo sistema per un certo periodo, rendono solo alcune regole obbligatorie mentre altre rimangono facoltative, a volte divulgano i dettagli solo all’ultimo momento, oppure, sotto pressione dell’opinione pubblica, hanno ripensamenti e nel giro di poco tempo pubblicano aggiornamenti o rinunciano ad alcune delle nuove regole.
I colleghi di altre lingue, ad es. tedesco, olandese e portoghese, mi dicono che le riforme dell’ortografia possono essere un vero incubo, specialmente per chi lavora nella localizzazione: richiedono un grande lavoro di pianificazione per decidere quando adottare le nuove regole e in quali prodotti, come modificare il materiale esistente, incluse le memorie di traduzione e le voci dei database terminologici, e soprattutto come programmare l’aggiornamento di eventuali strumenti di correzione (in inglese proofing tool: correttore ortografico, correttore grammaticale, thesaurus, sillabazione).
Noi italiani siamo fortunati: non dobbiamo preoccuparci e possiamo riderci sopra!
Per saperne di più:
- un intervento nel sito dell’Accademia della Crusca sulla praticabilità di un’eventuale riforma italiana per indicare gli accenti grafici;
- i post con tag spelling reform nel blog del team Office Natural Language (responsabile per gli strumenti di correzione Microsoft);
- il sito del Rat für deutsche Rechtschreibung sull’ortografia tedesca.
Utente tipico e differenze culturali
Alla radio c’è una pubblicità che inizia con una voce femminile martellante che dice una serie di frasi tipiche di mamma italiana, tipo “Copriti bene che fa freddo”, “La tua camera è un porcile”, ecc. Una voce maschile descrive poi i vantaggi di un’auto, invita il potenziale acquirente a portare la mamma in concessionaria per avere uno sconto e conclude “Tua mamma sarà musica per le tue orecchie”.
L’utente tipico di questa auto è ben definito: il bamboccione!
Immagino che la pubblicità sia stata creata apposta per l’Italia. Non sarebbe facilmente localizzabile e non potrebbe mai funzionare in posti con culture diverse come la Germania o i paesi nordici: lo stereotipo di mamma assillante non è condiviso e i giovani con patente e il potere d’acquisto per un’auto raramente vivono ancora con i genitori (e non si sono mai sentiti dire “Questa casa non è un albergo” come i loro coetanei italiani!).
Sarebbe interessante sapere qual è l’utente tipico per la stessa auto negli altri paesi e se anche nelle altre pubblicità vengono sfruttati esplicitamente gli stereotipi culturali locali.
Tu, voi o infinito?
In questi giorni sono raramente davanti al computer e solo ora ho iniziato a leggere i commenti all’intervista in Punto Informatico.
Ci sono molti spunti interessanti, ad esempio sullo stile usato in molti prodotti (non solo Microsoft!): perché non ci si rivolge all’utente direttamente, come in inglese, ma si prediligono forme impersonali e l’infinito per le istruzioni?
Le versioni localizzate dovrebbero essere finalizzate alle esigenze dei mercati locali. La maggior parte degli utenti italiani ignora come sia il software originale: se le scelte di localizzazione sono adeguate, efficaci e consentono di imparare a usare un prodotto facilmente e produttivamente, è abbastanza irrilevante cosa viene usato in inglese.
In italiano di solito le istruzioni, se non sono tradotte da altre lingue, prediligono le forme impersonali e basta aprire la scatola di qualche apparecchiatura o di un medicinale per verificarlo. Immagino che nei primi prodotti localizzati sia stato adottato questo stile proprio perché era quello che si aspettavano gli italiani digiuni di computer ma abituati a seguire istruzioni di altro tipo: è risaputo che la familiarità ha un impatto positivo sulla curva di apprendimento.
Va anche detto che le prime applicazioni localizzate erano destinate soprattutto ad ambiti professionali dove il “tu” sarebbe stato fuori luogo. Nel 2009 l’utente tipico dei prodotti software ha sicuramente una sensibilità diversa ma nel frattempo la forma impersonale è diventata uno standard a cui credo siamo ormai abituati… a parte le obiezioni di chi usa il Mac o di utenti più “informatizzati” che, però, non sempre rappresentano l’utente tipico. ![]()
In ogni caso la forma impersonale non dovrebbe essere sinonimo di stile troppo formale e sono del tutto d’accordo con chi si lamenta di frasi “barocche” più adatte alla burocrazia che a un’interfaccia grafica. Ad esempio, se un titolo inglese dice What I could do to protect my computer, non mi sembra il caso di tradurre Quali misure è possibile adottare per proteggere il proprio computer se, mantenendo una forma impersonale, si può semplificare in Che cosa si può fare per proteggere il computer. Le guide di stile per la localizzazione possono dare indicazioni generali ma sta a chi traduce operare scelte accettabili.
Intervista in Punto Informatico
Ho parlato di localizzazione con Fabrizio Bartoloni per Punto Informatico.
Un benvenuto a chi è arrivato qui dall’intervista e un paio di note su questo blog: Terminologia etc. è uno spazio per condividere informazioni su terminologia, traduzione e curiosità linguistiche, in particolare nell’ambito della localizzazione del software.
Per qualche altro dettaglio sugli argomenti a cui ho accennato nell’intervista:
| ▄ | il ciclo di vita del prodotto e la gestione della terminologia nella localizzazione; |
| ▄ | interventi di adattamento e problemi tipici della localizzazione; |
| ▄ | prestiti, calchi e falsi amici in informatica o ormai entrati nel lessico comune e la storia di alcuni termini molto diffusi; |
| ▄ | alcuni esempi di attività terminologiche. |
Come dicevo qui, alcuni post sono stati ripubblicati dal blog che tenevo come terminologa italiana per Microsoft.
Infine, consentitemi una precisazione da terminologa: nell’intervista ho parlato di terminologia tecnica, però nel testo finale ho visto che è diventata gergo tecnico.
Ungheresi, cammelli e notazioni…
In Eponimi e informatica avevo accennato al termine inglese Pascal Case, una notazione (convenzione di scrittura) nata con il linguaggio Pascal. Altri due nomi di notazione hanno un’etimologia che trovo curiosa: Hungarian Notation e Camel Case.
Si parla di Hungarian Notation, in italiano notazione ungherese (anche ungara), quando un prefisso descrittivo con iniziale minuscola precede gli altri elementi con iniziale maiuscola, ad es. frmNewUser. Il nome fa riferimento sia all’aspetto “straniero” degli identificatori scritti in questo modo che alla nazionalità di Charles Simonyi, un informatico ungherese fondamentale per lo sviluppo di Excel, Word e programmazione orientata a oggetti nei prodotti Microsoft, nonché già due volte turista nello spazio! La storia della notazione è raccontata dal suo creatore in Hungarian Notation.
Invece Camel Case, in italiano notazione Camel o Camel Case, si chiama così perché solo il primo elemento ha l’iniziale minuscola mentre all’interno del nome viene assegnata la maiuscola, ad es. serverClass, il che ricorda la gobba di un cammello (in inglese camel è il nome generico sia per il cammello che per il dromedario: il numero di gobbe non fa differenza).
In Animali nella terminologia informatica sottolineavo che i termini inglesi con riferimenti ad animali non vengono quasi mai tradotti in italiano: anche qui si opta per il prestito, Camel.
Ancora sugli eponimi
Ho notato che in molti arrivano qui con ricerche sugli eponimi. Per chi è interessato:
- nella sezione Salute del Corriere della Sera, un articolo divertente: Dal gomito del tennista alla frattura dell’amante: eponimi per tutti i gusti;
- nel sito Treccani, un dizionarietto di eponimia;
- da un convegno universitario, Antroponimi inglesi e traduzione, con una sezione sugli eponimi lessicalizzati in inglese e la loro traduzione in italiano.
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Post correlati: Eponimi in informatica ed Eponimi inglesi (e capi di abbigliamento).
Boot, reboot e bootstrap
Mi sa che è deformazione professionale, perché ogni volta che sento Unknown Caller degli U2 faccio caso ai riferimenti informatici nel testo. Credo proprio che Bono usi un Mac:
Più trasparente e subito comprensibile un’altra metafora, quella di azzerare tutto e ricominciare:
Restart and reboot yourself
I termini boot e reboot mi sono sempre piaciuti molto per la loro etimologia, una metafora credo abbastanza nota. Non descrivono l’azione di dare un calcio al computer per farlo ripartire (anche se a volte…) ma in origine fanno riferimento alle linguette (bootstrap) che aiutano a infilarsi scarponi o altre calzature e da cui deriva l’espressione to pull oneself up by one’s bootstraps: inizialmente indicava un compito impossibile ma poi ha acquisito il significato di “uscire da una situazione difficile o complessa da soli, senza intervento altrui”.
Il termine bootstrap è stato adottato in ambito informatico per descrivere il processo per cui un programma abbastanza semplice consente di caricare, avviare e preparare all’uso programmi molto più complessi, come ad esempio il sistema operativo del computer. Da bootstrap è poi derivata la forma abbreviata boot che ha acquisito il significato più generico di “avviare un computer”, tanto che restart e reboot di solito sono sinonimi (ad es. nei prodotti Microsoft e sembrerebbe anche nella documentazione Apple). Non per gli U2, però!
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PS Visto che siamo in tema, ne approfitto per segnalare un falso amico che trovo molto fastidioso: liriche per descrivere il testo di una canzone, calco dall’inglese lyrics.
Computer terminology ;-)
Un glossarietto arrivato via email, vecchiotto ma comunque ancora divertente:
| State-of-the-art | The computer you want, but can’t afford. |
| Obsolete | The computer you own. |
| Nanosecond | The time it takes for your state-of-the-art computer to become obsolete. |
| GUI | [Pronounced "gooey"] What your computer becomes after spilling your beverage on it. |
| Keyboard | The standard way to generate computer errors. |
| Mouse | An advanced input device to generate computer errors more easily. |
| Floppy | The state of your wallet after purchasing a state-of-the-art computer. |
| Notebook PC | A device invented to force businessmen to work at home, on vacation, and on business trips. |
| Disk crash | A typical computer response to any critical deadline. |
| System update | Quickest method of trashing all of your software. |
Recentismi e software
In Wikipedia c’è un neologismo che mi piace molto: recentismo, calco dall’inglese recentism per descrivere un argomento (e voce di Wikipedia) che sta avendo molta attenzione ma la cui importanza, a lungo termine, potrebbe essere relativa (esempi qui).
È poco probabile che l’uso specifico di Wikipedia entri nell’italiano standard. Penso però che recentismo potrebbe descrivere efficacemente anche i nomi NON definitivi di nuove funzionalità di prodotti software di cui si discute molto durante la localizzazione, per poi scoprire che si chiameranno in un altro modo.
Un esempio noto è il concetto di gruppo in Office 2007, un insieme di strumenti e opzioni correlati raggruppati sulla barra multifunzione: in inglese group aveva sostituito il termine originale chunk, come si può vedere da Jensen Harris: An Office User Interface Blog.
La soluzione per non far lavorare inutilmente un terminologo su un termine ostico ma, senza saperlo, destinato a scomparire? Una scheda terminologica completa e accurata, che consenta di scegliere una soluzione per la lingua di arrivo basata sul concetto e non sul nome temporaneo inglese: anche se verrà cambiato il termine originale, probabilmente non sarà necessario dover ripensare il termine “localizzato”.
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Vedi anche: Database terminologici e Concetti e termini: un esempio da Office per Mac.
Usabilità e istruzioni
Il concetto di usabilità si applica solo all’interazione uomo-strumento (macchinari, software, siti Web, ecc.) o anche a molto più banali istruzioni?
Me lo sono domandata leggendo il foglietto illustrativo di un collirio in fialette monodose. È scritto in modo molto chiaro e sicuramente è stata fatta una revisione accurata del testo. Per facilitare ulteriormente la comprensione, le modalità di impiego sono anche illustrate:
Sull’involucro che contiene la stecca di fialette, però, appaiono istruzioni un po’ diverse:
La posologia prevede un’unica goccia due o più volte al giorno e ogni fialetta contiene almeno una decina di gocce. Domanda: si può utilizzare la stessa fialetta per un’eventuale altra applicazione dopo poche ore? Le istruzioni sul “bugiardino” dicono di no, quelle sulla busta (e il tipo di fialetta, con apposito tappo) invece sembrano indicare di sì. Risultato: utente perplesso e rischio che il medicinale non venga usato correttamente.
A quanto pare la revisione del testo non è stata sufficiente: presumibilmente non c’è stata una verifica incrociata tra chi ha scelto le fialette richiudibili, chi ha scritto il foglietto e chi ha definito l’involucro, né un controllo finale sull’intero prodotto (tra l’altro, anche se in pratica non fa differenza, l’apertura della fialetta è disegnata in senso orario nel foglietto e in senso antiorario sull’involucro).
È un problema che può capitare in alcuni prodotti software: nonostante siano previsti parecchi controlli nelle fasi finali del ciclo di vita del prodotto, a volte sfuggono piccole incongruenze, ad es. tra le istruzioni nella documentazione e l’effettivo aspetto dell’interfaccia. Le revisioni durante la localizzazione, ovviamente non limitate solo alla qualità linguistica, dovrebbero consentire di rilevare eventuali incongruenze, segnalarle e risolverle per migliorare l’usabilità anche nel prodotto originale e nelle altre lingue.
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Vedi anche: Le incongruenze del Bancomat e Usability: usabilità o utilizzabilità?
PS Probabile che la mia domanda su istruzioni e usabilità se la faccia anche chi traduce ricette di cucina: penso, ad esempio, a interventi recenti di eel in the air e A piè di pagina.
È stata fatta una ricerca per il mese maggio 2009.

