Post di febbraio 2009
Denominazioni urbanistiche generiche
Post pubblicato il 13 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Qualificatore di toponimo e denominazione urbanistica generica (DUG) sono i termini usati da Poste italiane per indicare l’elemento che descrive il tipo di strada negli indirizzi, ad es. “corso” nell’indirizzo corso Garibaldi 23.
Denominazioni urbanistiche generiche che appaiono negli indirizzi italiani sono, ad es., calle, campiello, campo, carraia, carrarone, chiasso, circondario, circonvallazione, contrà, contrada, corso, diga, discesa, frazione, giardino, largo, località, lungoargine, lungolago, lungomare, maso, parallela, passeggiata, piazza, piazzale, piazzetta, rotonda, salita, strada, stradella, stradello, traversa, via, viale, vico, vicoletto, vicolo, vietta, viottolo, viuzza, viuzzo.
Rispetto ad altri paesi, la varietà negli indirizzi italiani è enorme e a livello locale esistono sicuramente denominazioni che non sono note nel resto d’Italia. Se si volesse identificarle tutte bisognerebbe spulciare un bel po’ di stradari!
…
[Aggiornamento – ottobre 2009]
Dal Portale Treccani:
« L’odonomastica (detta anche odonimia e toponomastica urbana) è la branca specifica della toponomastica che designa da una parte il complesso dei nomi delle strade (vie, piazze, piazzali, viali, corsi, larghi, calli, porteghi e sotoporteghi, rue, clivi, salite, lungofiumi, lungomari, ecc.) di una città, di una zona o di un quartiere; dall’altra il ramo della linguistica che ha per oggetto lo studio di tali nomi.
Odonomastica è termine attestato nell’italiano scritto a partire dal 1950. Si compone di od-, che proviene dal greco hodós ‘strada’, e onomastica, sul modello di toponomastica. »
Ancora sulle parole dell’anno
Post pubblicato il 12 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Negli USA bailout è appena stata confermata parola dell’anno 2008 anche dall’American Dialect Society (ADS). Il comunicato stampa include altre parole rilevanti, divise per categorie. Alcuni esempi che ho trovato interessanti:
| ▄ | Nella categoria più probabilità di successo, le parole formate a partire da tw-, tweet- e twitt-. Grazie alla diffusione di Twitter, direi che sono un esempio di terminologizzazione: dai riferimenti originari a cinguettii e cicalecci si passa a concetti specifici nell’ambito del microblogging. |
| ▄ | Tra le parole più creative, il neologismo long photo (“a photograph that moves”): in Flickr indica un video della durata massima di 90 secondi. |
| ▄ | Tra le più utili, il verbo text e in particolare textwalker, una persona che scrive SMS mentre cammina, e driving while texting (DWT), espressione ormai comune, tanto che si vedono variazioni sul tema, ad es. Dying while texting. |
| ▄ | Tra quelle meno necessarie, moofing, da mobile out of office, attività di chi non sta lavorando dal proprio ufficio ma è comunque online e raggiungibile. |
La segnalazione di text in un elenco di parole del 2008 sottolinea il ritardo con cui questo verbo è entrato nell’inglese americano, mentre non è più un neologismo in Europa: riflette un diverso uso degli SMS nei due continenti, come accennavo in Paese che vai: SMS e cercapersone.
Il comunicato stampa riporta anche le parole scelte dall’ADS negli anni precedenti ed è interessante vedere la rapidità con cui alcune sono diventate comuni anche in italiano, ad es. i prestiti sudoku, phishing, blog.
Nel 1998 il prefisso e- (e-mail, e-commerce ecc.) era stato scelto dall’ADS non solo come parola dell’anno ma anche come la più utile e quella con più probabilità di successo: ha sicuramente avuto una notevole diffusione ma ormai, dieci anni dopo, è superato. È quindi divertente scoprire che l’attualissimo prefisso i dei prodotti Apple è apparso per la prima volta proprio nel 1998, nel nome iMac; la i indicava inizialmente Internet, mentre ora vengono fatte anche altre associazioni, ad es. a individual, inform, inspire. [Aggiornamento agosto 2010: The virtual linguist fa notare che il prefisso i era in uso già nell’inglese antico, ovviamente con un significato del tutto diverso: equivaleva al prefisso tedesco ge- ed era usato per marcare nomi collettivi, aggettivi, avverbi e verbi.]
Aggiornamento gennaio 2009: People to have a ’staycation’ thanks to ‘brickor mortis’ elenca alcune parole che il dizionario inglese Collins monitorerà nel 2009 per decidere se includerle o meno nella prossima versione del dizionario. Tra queste social notworking, passare tempo in rete sui social network durante l’orario di lavoro.
In Visual Thesaurus c’è un post con dettagli sulla scelta delle parole dell’anno 2008 da parte dell’ADS.
Vedi anche: Parole dell’anno "tecnologiche" negli USA per una panoramica di parole dell’anno 2009 in inglese e italiano.
Con Songsmith tutti possono sentirsi cantautori!
Post pubblicato l’8 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Songsmith è un nuovo prodotto creato da Microsoft Research per chi vuole provare a scrivere canzoni anche senza conoscere la musica.
Basta inventarsi una melodia, scegliere un genere musicale, cantare seguendo la base ritmica e Songsmith genererà l’accompagnamento indicando gli accordi usati. La canzone creata potrà poi essere modificata a piacere, salvata e condivisa.
Dettagli, video e demo sul sito di Songsmith, con informazioni sulla ricerca che ha portato a questo progetto e il tipo di algoritmi usati.
Trovo che il nome Songsmith sia molto efficace, anche se forse non è facile da ricordare per chi non parla inglese. Mi fa pensare a wordsmith, un termine che mi è sempre piaciuto molto per descrivere una persona abile con le parole. Il suffisso –smith, che in origine identificava attività che implicano la lavorazione dei metalli (es. silversmith, goldsmith, blacksmith, ecc.), può essere usato per descrivere una persona con un’abilità “artigianale”, anche in senso figurato, come appunto wordsmith e songsmith ma anche soundsmith e tunesmith.
Altro termine invernale: freeze
Post pubblicato il 7 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
L’A1 chiusa per il ghiaccio mi ha ricordato un altro termine legato al freddo.
In inglese freeze esprime vari concetti, alcuni metaforici, tra cui ad esempio:
| ▄ | far passare un liquido allo stato solido |
| ▄ | sentire o patire molto freddo, anche fino alla morte |
| ▄ | sospendere un’attività finanziaria, economica o amministrativa |
| ▄ | diventare immobile, irrigidirsi, ad es. in situazioni sgradevoli o per la paura |
| ▄ | interrompere temporaneamente, ad es. un processo o un meccanismo; in questa accezione freeze viene usato anche in vari contesti informatici |
In italiano non tutti concetti, in particolare l’ultimo, possono essere rappresentati dal verbo congelare e si deve ricorrere a soluzioni diverse.
In Microsoft Excel, ad esempio, freeze indica la possibilità di mantenere sempre visibili alcune righe e/o colonne, bloccandole in modo che possano essere usate come riferimento quando si fa scorrere il resto del foglio di lavoro: è utile ad es. quando si vuole che la riga di intestazione sia sempre visualizzata.
In questo caso in italiano non era proponibile la stessa metafora dell’inglese, possibile invece in altri ambiti (ad es. congelare le assunzioni, un credito, un provvedimento, ecc.), ed è stato preferito il verbo bloccare.
Trovo interessante che in inglese il contrario di freeze sia unfreeze solo per alcuni significati figurati, come in Excel (sbloccare in italiano), mentre in altri casi siano più comuni altri verbi, ad es. thaw, melt, defrost, unlock, unblock.
Il verbo congeal, invece, può essere un falso amico: di solito non implica temperature sotto lo zero ma significa far solidificare, rapprendere o cagliare.
PS Per chi non ha familiarità con Excel, una demo interessante anche se disponibile solo in inglese è Freeze or unfreeze rows and columns.
Effetto neve
Post pubblicato il 7 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
È davvero un bel vantaggio poter lavorare da casa, visto che a Milano continua a nevicare. Pochissimo traffico, anche i tram che passano qui sotto sembrano del tutto silenziosi. Magari ci fosse stata così tanta neve fresca in Francia, ad Autrans, da dove sono tornata ieri sera…
Per rimanere in tema, nel database terminologico Microsoft c’è un altro termine che ha a che fare con la neve. Non è usato nel software Microsoft perché è relativo a problemi di hardware ma si può trovare nella documentazione.
È il termine inglese snow, in italiano effetto neve, ben noto ai non giovanissimi come un disturbo tipico nella ricezione televisiva quando al posto dell’immagine appaiono tanti puntini bianchi e neri, ad es. se l’antenna è staccata, e destinato a diventare solo un ricordo del passato quando la televisione analogica sarà sostituita del tutto da quella digitale. In ambito informatico l’effetto neve descrive un tipo di disturbo caratterizzato dal “lampeggiare” casuale di pixel sullo schermo. Succede quando il microprocessore e l’hardware video cercano di usare contemporaneamente la memoria video del computer, interferendo tra di loro.
La lingua inglese vista dall’Oxford English Corpus
Post pubblicato il 2 gennaio 2009 in blogs.technet.com/terminologia
Un regalo molto gradito: Damp Squid – the English language laid bare, un libro piacevole e rapido da leggere ma pieno di dettagli e curiosità sulla lingua inglese ricavati dall’Oxford English Corpus che, con oltre 2 miliardi di parole, è la più grande raccolta di dati linguistici (corpus) del mondo.
Il libro parte dalle caratteristiche del corpus e il suo uso da parte dei lessicografi (alcune informazioni si trovano anche nel sito, ad es. qui alcune statistiche sulla frequenza dei lemmi), prosegue con l’origine delle parole, le trasformazioni dell’ortografia, le variazioni di significato, l’influenza del contesto, metafore e frasi idiomatiche, quindi grammatica e stile e le reazioni suscitate quando il loro uso è percepito come scorretto, per concludere con l’evoluzione dei dizionari inglesi (ovviamente con riferimento specifico all’Oxford English Dictionary). Esempi e informazioni sono sempre interessanti e intriganti anche per chi non è di madrelingua inglese o non ha conoscenze linguistiche specifiche.
Il titolo del libro fa riferimento all’espressione damp squib, usata per descrivere qualcosa di deludente: squib in origine era un fuoco d’artificio (se umido, non funziona) ma è un termine insolito non riconosciuto da molti parlanti inglesi che lo sostituiscono con squid perché trovano più logica l’associazione calamaro à acqua à umidità. Sostituire una parola che appare “strana” con un’altra simile che sembra più plausibile è un processo noto in inglese come folk etymology.
Ci sono spunti anche sulla terminologia informatica e vedrò di parlarne. Per il momento, un dettaglio curioso: l’inglese moderno conta prestiti da più di 350 lingue e l’italiano è tra quelle che hanno contribuito maggiormente (francese 41%, italiano 20%, spagnolo 13%, tedesco 12%, arabo 8%, hindi 6%).
Vedi anche: Il bel paese dove il weekend suona, sull’effettiva presenza degli anglicismi in italiano.
Aggiornamento: link a corpora consultabili online per varie lingue (inglese britannico e americano, russo, francese) in Corpora, thesauri (or thesauruses?)
…
Commento di .mau.
| però potevi anche scrivere "etimologia popolare", se non proprio paretimologia |
Mia risposta:
| @ .mau. Leggo solo oggi e quindi rispondo in ritardo… Mi viene un po’ da ridere perché non è la prima volta che fai un commento su qualcosa che inizialmente avevo scritto ma poi eliminato per non allungare troppo il post. |
|
| In questo caso volutamente ho lasciato il termine in inglese perché folk etymology in inglese ha due accezioni (vedi Wikipedia) ma direi che in italiano etimologia popolare corrisponde solo al primo dei due significati, “A commonly held misunderstanding of the origin of a particular word” e non implica la modifica del termine stesso (“the popular perversion of the form of words in order to render it apparently significant”). | |
| Aggiungo qui sotto la spiegazione direttamente da Damp Squid: | |
|
Alcuni riferimenti natalizi inglesi (e irlandesi)
Post pubblicato il 29 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Complice raffreddore e maltempo (perlomeno in Romagna, decisamente non solatia in questi giorni), mi sto godendo relax totale davanti al caminetto: chiacchiere, libri, innumerevoli tazze di tè e ogni tanto un’occhiata online.
Questa immagine sul sito Wallace&Gromit mi ha ricordato gli anni passati in Inghilterra e in Irlanda: ci sono vari riferimenti natalizi che noi italiani non condividiamo.
Alle feste aziendali di Natale (i famigerati Christmas party), ma anche ai pranzi natalizi della mensa Microsoft di Dublino, il menu era sempre lo stesso, nell’ordine:
| ▄ | starter, pseudoantipasto di palline di melone bianco; |
| ▄ | soup, di solito una crema di funghi o di verdure; |
| ▄ | tacchino arrosto con tre veg (in genere patate, carote e Brussels sprout, gli immangiabili, stracotti cavolini di Bruxelles), il tutto annegato nel gravy, la salsa densa marrone scuro che tradizionalmente si prepara con il sugo di cottura della carne, farina e acqua e, in tempi moderni, con granuli o polvere già pronti; |
| ▄ | come dolce, Christmas pudding (una torta speziata scura e umidiccia, con alto contenuto di frutta secca e la cui ricetta prevede abbondante uso di suet, il grasso di rognone), o una o più mince pie (tortine di pastafrolla ripiene di frutta secca e candita, pezzetti di mela e suet), di solito serviti con custard, una specie di crema pasticcera calda. |
Nell’immagine di Wallace & Gromit in primo piano c’è la gravy boat, il contenitore per servire il gravy. Sale e pepe sono a loro modo altrettanto tipici: quello che fanno molti inglesi e irlandesi a tavola è afferrare la saliera e cospargere ogni pietanza di sale, prima ancora di assaggiarla. Mah.
Il pinguino sta suonando una trombetta “lingua di suocera” (party blower) e i tre personaggi hanno in testa una coroncina di carta velina (party hat / paper crown): sono oggetti che si trovano dentro ai Christmas cracker, delle specie di caramelle di carta che
contengono anche un bigliettino con una o più freddure e una sorpresa (tipo quelle delle uova di Pasqua italiane). Il nome cracker è onomatopeico, infatti per aprirlo si tirano le estremità in modo da far scoppiare una specie di petardo al suo interno: dal rumore prodotto deriva il nome.
L’ambientazione dell’immagine con un Christmas cracker qui sopra, dalla ClipArt di Office e quindi americana, include tacchino, cavolini di Bruxelles e gravy boat: certe tradizioni si ripetono in tutto il mondo anglosassone.
I Christmas cracker sono diventati una tradizione nella mia italianissima famiglia, quest’anno però mi sono dimenticata di procurarli in tempo e purtroppo a Milano erano introvabili, anche se è stato divertente spiegare al telefono cosa cercavo. Invece non ho sentito la mancanza di nessun altro prodotto natalizio inglese. ![]()
Ultima nota: sullo sfondo dell’immagine di Wallace & Gromit c’è il bollitore elettrico. In Inghilterra e Irlanda se si prende in affitto un appartamento ammobiliato di solito non sono incluse le stoviglie ma il bollitore sì: a quanto pare la kettle fa parte dell’arredamento!
Nell’armadietto invece si intravedono due confezioni: una di tè e l’altra, a giudicare dai colori, potrebbe essere quella, aperta, di un altro tipo di cracker tipicamente inglesi, i Jacob’s Cream Crackers, perfetti con il formaggio di cui Wallace va ghiotto.
Aggiornamento dicembre 2010 – Vedi anche Simboli natalizi nordeuropei: il pettirosso e Auguri politicamente corretti.
E nel Regno Unito la Royal Mail ha emesso francobolli di Natale con Wallace & Gromit (ne parlo qui).
…
Commento di Mara:
| Ciao Licia, | |
| qualcosa mi dice che i pranzi aziendali possono rimanere un po’ sullo stomaco |
|
| Per sfatare il mito della cattiva cucina nordica, la zuppa di porri e patate è ottima e anche il gravy (simile al nostro fondo) se fatto bene lo può essere |
|
| Buon Anno! |
Avevo risposto:
| @ Mara: effettivamente il gravy fatto come si deve è tutta un’altra cosa, ad es. con Yorkshire pudding è perfetto. In Irlanda stessa cosa, anche l’Irish stew, se fatto bene, è ottimo. | |
| E ovviamente ci sono ristoranti in cui si mangia benissimo, specialmente in Irlanda dove, dopo il boom economico, è incredibile la varietà e anche la creatività (e, ahimè, i prezzi!). | |
| Il problema è proprio la cucina di ogni giorno, specialmente nelle mense o agli eventi con parecchie persone: sono stata a vari matrimoni in Irlanda e il menu era praticamente lo stesso dei Christmas party, e alla fine il Wedding Cake non mi sembrava troppo diverso dal dolce di Natale |
|
| Licia |
…
PowerPoint, pongo e animazioni
Post pubblicato il 22 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Suggerimento per un’attività da fare con i bambini durante le vacanze di Natale: creare una semplice animazione passo uno (stop motion) con una fotocamera digitale, del pongo e Microsoft PowerPoint. Ecco come:
| 1 | Decidere la storia e le trasformazioni che subirà l’oggetto di pongo |
| 2 | Fissare la fotocamera a un supporto per garantire la stessa inquadratura |
| 3 | Modellare il pongo facendo minime modifiche, una alla volta |
| 4 | Scattare una foto per ogni modifica (se ne otterranno varie decine) |
| 5 | Creare una nuova presentazione in PowerPoint |
| 6 | Impostare come automatico il passaggio tra una diapositiva e l’altra, specificando l’intervallo di tempo più basso |
| 7 | Inserire la sequenza di foto, una per diapositiva |
| 8 | Far partire la presentazione: fatto! |
È un’idea semplice da realizzare che ho letto sabato nell’inserto Family di The Guardian (anche online, qui): in Gran Bretagna c’è una grande tradizione per questo tipo di animazioni, basti pensare alle creazioni della Aardman tra cui Wallace & Gromit.
A questo proposito, il giorno di Natale la BBC trasmetterà proprio una nuova avventura di Wallace & Gromit, A Matter of Loaf and Death, che spero di riuscire a vedere quanto prima!
Nel contesto specifico di PowerPoint, Animazioni è il nome di una delle schede della barra multifunzione; per animazione si intende un effetto visivo o sonoro che viene aggiunto a del testo, a un oggetto o a una diapositiva.
Applicare gli effetti di animazione in PowerPoint 2007 è davvero semplice (direi che alle conferenze si vede subito chi usa la versione 2007 e chi no!).
Penso invece che operare a livello di Schema diapositiva (l’equivalente dei modelli in Word) non sia altrettanto intuitivo, eppure è molto utile per evitare di ripetere le stesse impostazioni per ogni singola diapositiva e, in questo caso, semplificare l’operazione se le foto vengono inserite da un bambino. Per chi non usa spesso PowerPoint, al punto 6 delle istruzioni sopra si procede così:
| ▄ | Sulla barra multifunzione scegliere il gruppo Visualizza |
| ▄ | Nel gruppo Visualizzazioni presentazione fare clic su Schema diapositiva |
| ▄ | Passare alla scheda Animazioni |
| ▄ | Impostare la transizione tra diapositive rendendola automatica (a destra) |
| ▄ | Scegliere la scheda Schema diapositiva (la prima a sinistra) |
| ▄ | Fare clic su Chiudi visualizzazione schema (pulsante rosso) |
| ▄ | Continuare con il punto 7 |
Se invece si pensa che l’intervallo minimo di un secondo per la transizione automatica sia troppo lungo, si può scegliere di passare da un’immagine all’altra più tradizionalmente con un clic del mouse, anche se non sarebbe molto pratico.
Ci sono programmi più adatti di PowerPoint per queste animazioni, ovvio, ma mi sembra comunque una bella idea per un primo esperimento da fare con i bambini e senza dover ricorrere a nessuna preparazione o strumenti specifici.
Per rimanere in tema, un glossario interessante: Le parole dell’animazione.
Cinepanettoni e parole dell’anno 2008
Post pubblicato il 19 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
In questi giorni si sente parlare in continuazione di cinepanettoni, un neologismo che conta ormai decine di migliaia di occorrenze su Internet ed è entrato nel dizionario Zanichelli 2009: il concetto che rappresenta non mi interessa proprio ma il termine è veramente una bella invenzione.
Questo è il periodo dell’anno in cui si parla di più di terminologia, specialmente nei paesi di lingua inglese, dove vengono fatte varie classifiche con la parola dell’anno. In genere non si tratta di neologismi ma di parole la cui frequenza d’uso è cresciuta improvvisamente perché sono state associate a eventi particolari, ad es. la crisi economica e le elezioni presidenziali negli USA.
Per il dizionario americano Merriam-Webster (notizia ripresa da Repubblica), la parola dell’anno è il sostantivo bailout, in genere tradotto con [piano di] salvataggio, ad es. quello operato dal governo americano per varie istituzioni finanziarie. Bail è la cauzione che in alcuni paesi permette di rilasciare in libertà provvisoria una persona arrestata; il verbo bail out vuole anche dire “rimuovere l’acqua da una barca” (dal francese antico baille, secchio).
Altro termine molto citato è il verbo vet, “vagliare” o “valutare attentamente” se riferito a un candidato per una posizione importante (es. Sarah Palin o chi farà parte del governo Obama*). Il termine è una forma abbreviata di veterinary e fa riferimento ai controlli a cui venivano sottoposti i cavalli da corsa prima di una gara (come spiegato in Vetting Vet) ma finora era usato principalmente nell’inglese britannico e non in quello americano: ecco quindi la “novità” del termine.
Ho poi trovato divertente il neologismo topless meeting, visto nella classifica americana dell’Oxford University Press: è una riunione a cui è proibito portare i laptop. Non sarebbe male applicare il concetto a certe riunioni italiane ma posso solo immaginare le reazioni a un eventuale prestito dall’inglese
.
Le classifiche inglesi delle parole dell’anno sono in genere stilate da linguisti. In Italia invece sono i lettori dei quotidiani a decidere: ecco quindi che per Repubblica la parola dell’anno 2008 è onda, preferita ad altre tra cui tesoretto; per il Corriere, invece, è Yes we can (non proprio una parola…).
Per concludere, un bel post in Taccuino di traduzione 2.0, Lessicograficamente parlando: ha molti spunti e riferimenti interessanti.
Un altro post molto interessante in The Lexicographer’s Rules da uno dei linguisti della American Dialect Society che hanno scelto bailout come parola dell’anno 2008.
* La stampa italiana usa sempre il calco amministrazione con riferimento ai governi degli Stati Uniti ma in origine era un falso amico: in inglese administration indica il governo in carica in un paese in un periodo specifico.
…
Vedi anche: Ancora sulle parole dell’anno 2008 e Parole dell’anno tecnologiche negli USA
…
Problemi di conversione (e di localizzazione)
Post pubblicato il 15 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Un articolo in The Guardian, poi corretto, riportava l’effetto del perigeo lunare sulle maree:
Per un problema di conversione due pollici erano diventati ben mezzo metro…
Purtroppo anche nella localizzazione capita di trovare questo tipo di errore, anche se non dovrebbe essere difficile evitarlo. In Localizzazione di esempi e riferimenti sono riportate le istruzioni della Guida di stile Microsoft per l’italiano a questo proposito:
| “ Le unità di misura anglosassoni (pollici, gradi Fahrenheit, libbre, ecc.) vanno sempre localizzate. Le misure specifiche vanno convertite esattamente; nel caso di indicazioni generali, invece, possono essere usate approssimazioni: nel suggerimento sullo spazio da inserire tra un’immagine e un’altra in un documento, ad esempio, two inches può essere tradotto qualche centimetro.” |
Le conversioni dovrebbero inoltre rispettare le convenzioni culturali non solo della lingua ma anche del mercato di arrivo. Mi vengono in mente alcuni esempi dell’edizione europea di una nota rivista americana dove le misure statunitensi vengono convertite nel sistema metrico ma non localizzate e il risultato dell’operazione, per quanto formalmente corretto, non è sempre adeguato:
| ▄ | L’altezza delle persone viene espressa in metri, però con un unico decimale. Quella di una donna, ad esempio, può essere descritta come 1,6 m e così non si capisce se potrebbe essere quasi alta (1,69) o relativamente bassa (1,60). |
| ▄ | Capita di vedere misure precise che sicuramente nell’originale erano da intendersi come approssimative: ad esempio, una distanza di about 48 km suona strana mentre non lo è about 30 miles. |
Nel caso dell’articolo di The Guardian, invece, la svista è probabilmente passata abbastanza inosservata perché nel sistema culturale britannico in molti ragionano ancora in base al sistema imperiale e presumibilmente avranno "processato" solo il numero corretto, ignorando il riferimento errato.
…
Vedi anche: Numeri di telefono e localizzazione.
…
Dizionario De Mauro NON più online
Aggiornamento 7 ottobre 2009: come segnala .mau., il Dizionario De Mauro non è più disponibile online, le informazioni contenute di seguito sono del tutto obsolete e quindi il titolo del post è stato modificato in Dizionario De Mauro NON più online.
Post pubblicato il 15 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Il dizionario italiano De Mauro non era più disponibile (Punto informatico) ma sembra sembrava che i gestori del sito ci abbiano avessero ripensato e abbiano avessero ripristinato l’opzione: si può poteva consultare su old.demauroparavia.it. La cosa mi fa aveva fatto piacere: anche se il De Mauro è era “fuori catalogo”, rimaneva un’ottima risorsa. E anche se fosse ancora in produzione, concordo con .mau..: mettere a disposizione un dizionario online non è certo un deterrente all’acquisto!
Ancora neve: schema snowflake e caratteri Unicode
Post pubblicato il 10 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Milano di nuovo sotto la neve. Quella di stamattina era proprio triste, fiocchi pesanti e bagnati e grigiore totale…
A proposito di fiocchi di neve, in PerformancePoint Server e SQL Server c’è un termine curioso, lo schema snowflake (in inglese snowflake schema). È un tipo di schema star, una struttura di dati dei database relazionali in cui i dati vengono gestiti in una singola tabella dei fatti posizionata al centro dello schema e gli ulteriori dati di dimensione vengono archiviati in tabelle delle dimensioni, come se fossero i raggi di una stella; nel caso specifico dello schema snowflake solo le tabelle primarie delle dimensioni sono unite in join alla tabella dei fatti e le ulteriori tabelle delle dimensioni sono unite in join alle tabelle primarie delle dimensioni: la struttura può ricordare quella di un fiocco di neve.
[Definizioni dal Glossario di PerformancePoint Server]
Sempre a proposito di fiocchi di neve, ci sono anche tre caratteri Unicode descritti come snowflake, disponibili solo per alcuni tipi di carattere (nell’esempio, MS Gothic e Arial Unicode MS) e selezionabili dalla Mappa caratteri di Windows.
In italiano la descrizione che appare nella Mappa caratteri al passaggio del puntatore del mouse è generica, come per la maggior parte dei caratteri non standard (ad es. si trova simbolo, simbolo ludico, simbolo geometrico, ecc.). Pensiamo che in questi casi si scelga il simbolo in base all’aspetto o al riferimento Unicode e non alla descrizione che, peraltro, non è sempre significativa: senza guardare il carattere, chi sa dire che differenza c’è tra un fiocco di neve tight trifoliate e uno heavy chevron?!
…
Aggiornamento dicembre 2010: istruzioni su come ottenere i caratteri Unicode descritti sopra in Fiocchi di neve in formato testo.
…
Granularity – granularità
Post pubblicato il 9 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Stiamo lavorando sulla terminologia di Windows 7 e ho notato un ulteriore contesto in cui appare il termine granularity. In italiano verrà confermato granularità, un calco che ha ormai una notevole diffusione.
In vari ambiti, tra cui quello informatico, granularità indica il livello di dettaglio utilizzato per descrivere un’attività o una funzionalità con riferimento alle dimensioni degli elementi che la compongono o che vengono gestiti: si passa dalla granularità grossolana (coarse) per componenti relativamente grandi alla granularità fine (fine) per componenti più piccoli. Il database terminologico Microsoft riporta alcuni esempi nei prodotti Microsoft.
Curioso, invece, che nessuno dei dizionari italiani che ho consultato, anche un paio di edizioni 2009, documenti questo significato che è ormai solo relativamente recente. Se riportato, granularità fa riferimento alle dimensioni dei grani d’argento nell’emulsione fotografica mentre per granulare vengono descritti l’accezione generica "costituito da granelli/granuli" e i significati fotografico e petrografico (relativo alle caratteristiche di alcune rocce).
Per saperne di più sull’origine del termine granularità e sul suo uso, in particolare nell’ambito delle discipline del libro e del documento, il dettagliatissimo saggio Granularità: un percorso di analisi di Maurizio Zani.
Commento di .mau.
Io ad esempio avrei preferito "grana grossa/grana fine", anche se ho usato "granularità" come termine generale in quel tipo di contesto.
Mio commento:
@ .mau. In genere, quando introduciamo un nuovo termine nei prodotti italiani ("nuovo" nel senso che non era ancora apparso in altri prodotti) verifichiamo se in italiano, nello stesso ambito o in contesti simili, esista già un termine corrispondente. Se sì, quando possibile cerchiamo di adeguarci perché così chi ha già familiarità con il concetto lo riconoscerà e/o potrà trovare facilmente altre informazioni, anche in materiale non Microsoft. Può quindi capitare di optare per un termine che da un punto di vista terminologico/linguistico non è forse particolarmente felice ma è comunque quello più diffuso ed effettivamente usato da coloro ai quali è destinato il prodotto.
Per concludere: l’aggettivo grossolano non piace particolarmente neanche a me ma ad altri pare proprio di sì
![]()
The Septic’s Companion
Post pubblicato il 3 dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Chris Rae, un collega scozzese che lavora nel team di Excel negli Stati Uniti (sede Microsoft di Redmond), ha pubblicato un volumetto divertente, The Septic’s Companion, una guida alle peculiarità culturali della Gran Bretagna.
Il glossario con i termini dell’inglese britannico che più confondono gli americani è anche online, qui, e permette di capire il titolo: septic è rhyming slang per septic tank (fossa biologica) = yank = americano.
Altrettanto spiritosi alcuni post del blog America, sottotitolato Things America does right. Things America does wrong.
L’inventore del mouse: non avrebbe dovuto chiamarsi così
Post pubblicato il primo dicembre 2008 in blogs.technet.com/terminologia
Un articolo in The Observer ricorda che il mouse compie 40 anni: è stato presentato al pubblico per la prima volta il 9 dicembre 1968.
Humble mouse turns 40 and loses its touch ripercorre la storia del mouse e fa alcune previsioni sul suo futuro (poco roseo).
Sappiamo tutti che il mouse si chiama così perché la forma ricorda quella di un topo (ma guardando il primo modello, in legno, non si direbbe!). Eppure, stando al suo inventore Doug Engelbart, il nome è una scelta fortuita e nessuno pensava sarebbe rimasto: mouse era un nomignolo provvisorio e i ricercatori si aspettavano che, una volta uscito dal laboratorio, avrebbe ricevuto un nome più decoroso:
| The name was never meant to stick. When Doug Engelbart and his team at the Stanford Research Institute in California designed a computer controller encased in a carved-out wooden block, with wheels mounted on the underbelly, one researcher nicknamed it a ‘mouse’. ‘We thought that when it had escaped out to the world it would have a more dignified name,’ Engelbart recalled later. ‘But it didn’t.’ |
È anche la conferma che chi ritiene mouse un acronimo di Manually Operated User Selection Equipment o di Machine Operator’s Unique Spotting Equipment (Wikipedia) ha invece a che fare con un cosiddetto backronym, ovvero un termine che in origine non è un acronimo ma che viene interpretato come tale per potergli associare una nuova etimologia, inventata ma plausibile.
Vedi anche: Dove il mouse è quasi sempre un topo.
È stata fatta una ricerca per il mese febbraio 2009.


